La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

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Cronaca di una morte annunciata

https://video.corriere.it/ecco-prossimo-cavalcavia-che-cadra-agrigento-l-allarme-ponte-morandi/9747a3e8-063c-11e7-8fe9-ed973c8b5d6a

Per certe tragedie, è solo questione di tempo.

Quando la manutenzione è inadeguata o del tutto assente, è sufficiente aspettare.

Penso a quante vite terminate così tragicamente, alla vigilia di un giorno di festa, per colpa non della fatalità, ma della negligenza e dell’incuria di chi nbon ha a cuore il bene pubblico, di chi magari ci ha pure lucrato sopra, dell’avidità e della disonestà. E questo si verifica in ogni campo, non solo nella manutenzione dei viadotti autostradali, costruiti per un traffico che andava bene 50 anni fa, come si evince dallo scritto di Milena Gabanelli.

Ed ora sono in attesa della prossima tragedia, consapevole che come al solito daranno la responsabilità alla “fatalità”.

https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/boom-trasporti-pesanti-ha-indebolito-ponti-chi-se-ne-occupa/1e95b2ac-1e08-11e8-af9a-2daa4c2d1bbb-va.shtml

Ed ora sono in attesa della prossima tragedia, consapevole che come al solito daranno la responsabilità alla “fatalità”.

https://video.corriere.it/genova-autostrada-a10-momento-crollo-ponte/a5b861ae-9fad-11e8-9437-bcf7bbd7366b

 

https://video.corriere.it/crolla-ponte-morandi-genova-tutto-quello-che-sappiamo-viadotto-infografica/23b3a9a6-9fd6-11e8-9437-bcf7bbd7366b

 

 

 

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Le donne come me

Le donne come me
non sanno parlare;
la parola le rimane
di traverso in gola
come una lisca
che preferiscono inghiottire.
Le donne come me
sanno soltanto piangere
a lacrime restie
che improvvisamente
rompono e sgorgano
come una vena tagliata.
Le donne come me
sopportano gli schiaffi,
senza osare renderli.
Tremano di rabbia
e la reprimono.
Come leoni in gabbia,
le donne come me
sognano
di libertà…

Maram al-Masri

Senza titolo

Foto animadaC’era tanto di tutto, musica ce n’era tanta,
biglietti per il cinema ce n’erano quasi sempre.
Un tizio ombroso e un teppista su un tram
rosso viaggiavano diretti al niente.

La musica si fece poca,
la gente pure: il tram si dirigeva al deposito.
E anche noi eccoci usciti dalla sala in bocca
all’autunno per imboccare poi

il lungo viale della vita. L’argomento
del film era l’estate, la felicità, non certo i guai.
Nell’ultima fila c’erano birra e sigarette.
In prima fila non mi siederò mai.

Esco dal cinema che già la neve posa,
sta lì un tale barbuto con una vanga di compensato,
nell’aria sfreccia un tram di color rosa –
il quattordici, no, il nove, il ventiquattro.

Il mondo intero, tuttavia, è mutato d’un tratto,
io invece – sempre quello, non so dove sbatter la testa,
farò tutti i numeri delle mie amiche da capo,
pigliando insulti degli estranei che ci convivono da un pezzo.

La colpa è tutta della neve, che i fiori ha coperto.
Farò sferragliare le chiavi, giunto a casa vagolante,
e passerò per le stanze fredde e deserte.
Andrò in cucina e – toh: bevono il tè due angeli.

Boris Ryzhij Barisovich

 

Dopo che hai scrollato da me

Dopo che hai scrollato da me

l’amore e la gioia

la tristezza e la speranza

e sono apparsa come un albero spoglio

di foglie di frutti

e di uccelli,

ho strappato i miei bottoni dai tuoi occhielli

e ho deciso di dimenticarti.

 

(Maram al-Masri)

Luna blu – Perth 2001

No, non dirò: Attimo fermati !
solo rallenta un poco
rallenta un poco i battiti.

Enorme, blu,
non capita due volte nella vita
di vederla sospesa in mezzo al cielo;
di vederla e non crederla un miraggio.

No, non dirò stanotte come Faust:
Attimo, oh! Sei troppo bello,  fermati!
ma prenderò ad occhi aperti un Dilatrend
per rallentare questa notte i battiti.

Corrado Calabrò

Senza titolo

La busta della tua lettera

con i due francobolli gialli e rossi

l’ho piantata

nel vaso dei fiori

La voglio

innaffiare ogni giorno

allora mi cresceranno

le tue lettere

Lettere belle e tristi

e lettere che odorano di te

Avrei dovuto farlo prima

e non solo

così tardi nell’anno.

 Erich Fried

Razzismo all’incontrario

Dopo il fatto dell’uovo di Moncalieri, adesso sembra che sia una “goliardata” anche il fatto avvenuto a Pistoia ai danni di un ospite gambiano del prete Massimo Biancalani, quello che conduceva gli immigrati a fare il bagno in piscina.

Nulla di vero negli spari contro il ragazzo di colore e nulla di vero nemmeno nella frase urlatagli contro (ne_ro di me_da).

Sono stufa di questa “caccia al razzista”, quando il razzismo nel caso dell’uovo non c’entra per nulla, e nella vicenda di Pistoia non sussiste proprio.

Goliardata sì, ma da parte dell’ospite di colore…magari cercava in po’ di pubblicità a spese dei soliti “razzisti, fascisti leghisti” italiani, per portare un po di voti ai piddini in via di estinzione.

Siete uomini, non caporali

Miei cari amici neri che lavorate nei campi per pochi euro, non sventolate, unitamente agli striscioni con i quali chiedete diritti e dignità, anche quelli con la scritta “la pacchia è finita”.

Il caporalato al sud esiste da una vita e la colpa non è certo di Salvini come vogliono farvi credere. Chi vi sfrutta è la mafia, la stessa che magari ora organizza le marce di protesta.

Oggi dimostrate giustamente per i vostri morti, ma perché non l’avete fatto prima?

Perché i vostri “amici” sindacalisti non si sono mai fatti vivi prima di adesso? Non vi accorgete che i caporali vi sfruttano, ma i sindacati vi prendono per i fondelli?
Per la cronaca, la frase “la pacchia è finita” è riferito a tutte quelle organizzazioni pseudo-umanitarie che lucrano sulle vostre sofferenze, non certo a voi, perché quelle finte associazioni fino ad ora hanno solo guadagnato, e molto bene, sulla vostra pelle.

Forse non lo sapete, ma anche molte donne e ragazze meridionali sono nelle vostre medesime condizioni, e devono accettare paghe da fame per non “entrare in concorrenza” con voi.

Ricordate ad esempio Paola Clemente, morta di sfinimento tre anni fa per una paga di 2 euro orari per una giornata di 10-12 ore al giorno?

Per curiosità, alla manifestazione dei braccianti extracomunitari c’era anche quella politica che diceva “gli immigrati ci servono, se no chi raccoglie i pomodori”?
Certo, parlo della Bonino, ma anche della Kyenge e di tutta quella massa di personaggi politici e no che si ritengono aperti all’accoglienza ma che non accolgono nessuno in casa loro, i cosiddetti “buonisti” che sono più deleteri che altro.

Milano agosto 1943

Invano cerchi tra la polvere,

povera mano, la città è morta.

È morta: s’è udito l’ultimo rombo

sul cuore del Naviglio. E l’usignolo

è caduto dall’antenna, alta sul convento,

dove cantava prima del tramonto.

Non scavate pozzi nei cortili:

i vivi non hanno più sete.

Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:

lasciateli nella terra delle loro case:

la città è morta, è morta.

(Salvatore Quasimodo)

Notte tra il 7 e l’8 agosto

Il 25 luglio Mussolini era stato arrestato dopo la storica seduta del Gran Consiglio del fascismo, e tradotto sul Gran Sasso. Per accelerare la resa dell’Italia, venne allora programmato un ciclo di bombardamenti ferocissimi su Milano, che, secondo le intenzioni, dovevano distruggere la città entro un mese.
Il primo di tali attacchi iniziò con l’allarme delle 0.52 dell’8 agosto, quando aerei nemici erano stati segnalati in passaggio sulla frontiera svizzera. Le bombe iniziarono a cadere alla 1.10. I Lancaster della RAF sganciano soprattutto bombe incendiarie: presto enormi cerchi di fuoco si propagarono a Porta Venezia, porta Garibaldi, in corso Sempione, Magenta e Ticinese. Il teatro Filodrammatici andò distrutto, così come gran parte del Corriere della Sera. Risultò inservibile l’ospedale Fatebenefratelli. Pesanti danni anche al museo di Storia naturale, al Castello, alla Villa Reale, al palazzo Sormani. In totale, si ebbero 600 edifici distrutti, sotto le cui macerie persero la vita 161 persone, più 281 feriti.
La contraerea riuscì a colpire due Lancaster (che precipitarono uno in via Gustavo Modena, l’altro, a pezzi, cadde sulla via Compagnoni e dintorni). L’oscuramento della città fu imposto dalle 21.30 alle 5.30. I mezzi ATM riuscirono a riprendere servizio solo in periferia, dato che la maggior parte delle vie più centrali risultava impraticabile al passaggio veicolare, ostruita da macerie e costellata di voragini..

Notte tra il 12 e il 13 agosto

Per questa missione il Bomber Command inglese mobilitò tutti gli apparecchi disponibili, e su Milano furono inviati addirittura 504 aerei: 321 Lancaster e 183 Halifax. Lo scopo di tale spiegamento di forze era quello di creare sulla città il cosiddetto vortice di fuoco (dai comandi inglesi tanto teorizzato quanto realizzato sulle città tedesche), per annientarla totalmente. Per questo, tra le 2.000 tonnellate di bombe trasportate quella notte, vi erano 380.000 spezzoni incendiari.
L’allarme fu dato alle 0.35, con cielo senza nubi. Neppure dieci minuti dopo iniziò lo sgancio delle bombe e degli spezzoni incendiari, il tutto per circa un’ora. La contraerea nulla poté fare. Il centro cittadino fu la zona più colpita, senza risparmiare però il quartiere Ticinese, Garibaldi, Sempione. Gli incendi divamparono ovunque, con effetti distruttivi su palazzo Marino, la Questura, il Commissariato Duomo, il Castello, la chiesa di San Fedele, Santa Maria delle Grazie (ma non il Cenacolo “ingessato” nei sacchi di sabbia); il Duomo riportò gravi danni, così come la Galleria (volta distrutta e facciata delle costruzioni “raschiate”).
La potenza delle fiamme era alimentata dal vento che si era alzato a causa dell’incendio stesso, che attirava aria dalle campagne per autoalimentarsi (è l’effetto, enormemente ingrandito, che si verifica quando si apre lo sportello di una stufa: le fiamme subito riprendono vigore perché attirano nuovo ossigeno dall’esterno). La scena all’alba dovette apparire apocalittica: quasi metà città era in preda alle fiamme e l’aria totalmente irrespirabile, interi quartieri erano pericolanti. Furono comunque ripristinate alcune linee automobilistiche per favorire lo sfollamento degli ultimi cittadini rimasti, all’incirca 250.000 persone.

Notte tra il 14 e il 15 agosto

Questa volta 140 Lancaster scesero su Milano alle 0.32. In un’ora, sganciarono facilmente le loro bombe, guidati dagli incendi del precedente attacco che ancora ardevano non domanti. Furono nuovamente centrati il Castello, il Palazzo Reale, il teatro dal Verme e il teatro Verdi. Numerose industrie colpite pesantemente. I pochi cittadino presenti diedero soccorso ai vigili del fuoco e agli uomini UMPA per fermare la furia devastatrice delle fiamme, ma l’imprese fu rallentata dalla mancanza d’acqua, causata dalla distruzione delle tubature dell’acquedotto.

Notte tra il 15 e il 16 agosto

Il terzo attacco del ciclo programmato fece suonare l’allarme alle 0.31. Non tutti i 199 Lancaster decollati dall’Inghilterra questa volta raggiunsero Milano, in una notte per loro poco fortunata. Maggior sfortuna toccò comunque alla città: interi quartieri vennero bombardati. Segnaliamo solo: Archivio di Stato (enormi perdite cartacee), il Duomo, la Scala, che ebbe il tetto sfondato (e che sarà ricoperto con tettoie provvisorie fino all’inizio del lavori di restauro), la Rinascente (totalmente distrutta, poi demolita perché non recuperabile).
I quotidiani uscirono la sera seguente, in edizioni limitate, anche a causa della mancanza di carta per le rotative. La città era in preda agli incendi e coperta di macerie, e il Bomber Command decise di fermarsi, seppur insoddisfatto. Infatti la distruzione totale della città apparve impresa impossibile, per due ragioni.
Innanzitutto i materiali di costruzione degli edifici (pochissimo legno), e l’inversione termica che tanto afose rende le giornate di agosto: il caldo estremo anche notturno e l’umidità a livelli prossimi al 90% impedivano all’aria di circolare, ragione per la quale le fiamme non riuscivano mai a propagarsi con la facilità che si verificava sulle città tedesche. Inoltre, l’armistizio era ormai vicino: inutile insistere.

Le terribili incursioni del mese di agosto avevano colpito il 50% degli stabili, di cui il 15% gravemente danneggiato. I senza tetto furono almeno 250.000, e 300.000 gli sfollati. Per rimuovere le macerie si reclutarono con difficoltà 5.000 operai, oltre a 1.700 militari. La maggior parte degli sgomberi e delle messe in sicurezza fu affidata alla manovalanza ormai esperta della ditta Romanoni (che dall’inizio del conflitto aveva vinto l’appalto per tali incombenze).
Il servizio di trasporto pubblico fu quello che ne uscì più disastrato (acqua, luce e gas erano infatti ripresi entro le 48 ore). I tram e le filovie erano totalmente distrutti, così come le rimesse, devastate dagli incendi. Dalle vetture meno danneggiato si recuperano i pezzi per rendere efficienti pochi tram, in una sorta di cannibalismo meccanico. Inoltre, con la rete di alimentazione aerea danneggiata (i palazzi crollando avevano travolto in centinaia di punti i fili della corrente) anche i tram rimessi in servizio ebbero problemi di circolazione. Inizialmente vennero dunque impiegate le piccole locomotive a vapore dei gamba de legn (che vennero così tolte dai servizi extraurbani), le quali, con i rimorchi di fortuna, poterono garantire almeno qualche linea, soprattutto per collegare le stazioni ferroviarie.

Pietoso fu lo spettacolo dei monumenti milanesi: tra tutti, la mattinata del 16 agosto venne dedicata ad un sopralluogo della Scala, come detto centrata in pieno da una bomba di grosse dimensioni. I palchi apparvero gravemente danneggiati, solo il palcoscenico, ristrutturato notevolmente negli anni trenta, si era salvato grazie al sipario metallico che aveva impedito al fuoco di propagarsi. Per evitare che la pioggia e il gelo dell’inverno distruggessero del tutto quanto scampato, nel mese di settembre venne studiata e messa in opera una copertura provvisoria anulare, per proteggere i palchi e i fregi decorativi. La tettoia venne realizzata con materiale di fortuna, prevalentemente legno e cartone catramato. Solo a conflitto terminato sarebbe stato possibile portare a termine il restauro e il ripristino del teatro.

Santa Maria delle Grazie, eccettuato il Cenacolo, ne uscì parzialmente mutilata. La cupola bramantesca risultò alquanto danneggiata, così come il chiostro e la fontana centrale, colpita in pieno da una bomba. Anche il chiostro piccolo venne colpito, ma l’incendio propagatosi era stato coraggiosamente spento dall’opera degli stessi frati.

Infine, l’Ospedale Maggiore, la storica Ca Granda, fu centrata da sei o sette bombe di grosso calibro. Andò distrutto il cortile centrale, che perse i portici. Furono colpiti anche i chiostri laterali. Dovranno passare decenni prima di poter vedere restaurato l’antico complesso ospedaliero.

L’otto settembre regalò all’Italia l’armistizio; il 24 novembre Mussolini diede vita la Repubblica Sociale italiana.

Con il sopraggiungere dell’inverno si dovettero abbattere centinaia di alberi (tra quelli sopravvissuti agli incendi) per alimentare le stufe domestiche.

(testo tratto da http://www.storiadimilano.it)

 

Colore di pioggia e di ferro

Dicevi:morte, silenzio, solitudine;
come amore, vita. Parole
delle nostre provvisorie immagini.
E il vento s’è levato leggero ogni mattina
e il tempo colore di pioggia e di ferro
è passato sulle pietre,
sul nostro chiuso ronzio di maledetti.
Ancora la verità è lontana.
E dimmi, uomo spaccato sulla croce,
e tu dalle mani grosse di sangue,
come risponderò a quelli che domandano?
Ora, ora: prima che altro silenzio
entri negli occhi, prima che altro vento
salga e altra ruggine fiorisca.

Salvatore Quasimodo

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