La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

Ultima

Foglie morte

Chi eravamo ?
Eravamo due o due forme di uno ?
Non lo sapevamo né ce lo chiedevamo: un sole vago doveva esserci, dato che nella foresta non era notte.
Una vaga fine doveva esserci, dato che camminavamo.
Un mondo qualsiasi doveva esserci, dato che c’era la foresta.
Noi, comunque, eravamo estranei a ciò che fosse o potesse essere, eterni camminatori all’unisono su foglie morte, ascoltatori anonimi e impossibili di foglie cadenti.
Niente di più.

Fernando Pessoa

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La madre esemplare

Gira sul web la lettera che un uomo, già tossico in gioventù, ha inviato al “Fatto quotidiano”, spiegando quanto sua madre gli sia stata vicino in quel  triste e brutto  periodo, recandosi (udite udite!) in farmacia per acquistare siringhe pulite affinché non si infettasse, accompagnandolo in auto a comprare le dosi, pagandole perfino. 

Drug syringe and cooked heroin on spoon

Drug syringe and cooked heroin on spoon

La lettera (*) è molto bella, con parole davvero “sentite” e commoventi e naturalmente gli elogi per questa mamma, messa in contrapposizione  a quella di Lavagna, si sprecano.
Madre esemplare, definita addirittura “sublime” (sic!)…
Eh no, cari signori, qui si rasenta l’ipocrisia.
La signora in questione è stata solo fortunata.

Se per caso il figlio fosse morto per overdose,  sareste tutti ad esecrare quella donna snaturata che, con le sue stesse mani, riforniva  il figlio dei mezzi per drogarsi. 
Poi quanti criticavano la madre di Lavagna perché il figlio si faceva le canne in quanto non poteva essere considerata una vera madre perché  adottiva e che quindi il ragazzo non trovava corrispondenza in famiglia, mi spieghino perché un figlio biologico con una madre tanto amorevole e comprensiva si faceva di eroina.
Ho notato inoltre
che tra quanti disprezzano la mamma di Lavagna si trovano molte persone favorevoli all’adozione di minori da parte di omosessuali. 
Decidetevi,   ma usando la coerenza.
Da parte mia,  continuo a rifiutare l’ipocrisia.

(*)

Ci ho messo tempo, tanto tempo a decidere se scrivere o meno queste poche righe sui fatti di Lavagna. Se ho deciso di farlo è un po’ perché sento che mi riguardano da vicino, da troppo vicino, un po’ perché mi provocano un dolore insopportabile e, scrivendone, mi illudo che diminuisca.
Ma dirò poche cose, le mie posizioni antiproibizioniste non sono un mistero per nessuno.
Vede, signora, non voglio farle la morale e nemmeno giudicarla. In un certo senso, scrivere queste righe mi dà pena e imbarazzo.
Che fosse stato o meno partorito dal suo ventre, la morte di un figlio è il dolore più immenso che possa capitarci. Merita il rispetto di chiunque, anche di chi, come me, trova quanto lei ha fatto incomprensibile, per certi versi orrendo e assolutamente innaturale.
Voglio solo raccontarle una breve storia: la mia.
Tra i 20 e i 28 anni io sono stato un ‘junkie’, ho provato, con sostanze ben più pericolose e devastati della cannabis, a distruggere la mia vita. Oggi so perché e non mette conto parlarne qua.
Ma per quasi 6 anni, dal momento in cui se ne è accorta, ogni giorno mia madre mi è stata vicina, mi permetteva di farlo in casa, mi comprava siringhe pulite che i farmacisti a me non avrebbero dato, mi accompagnava, senza mai dar segno di vergogna, al Sert per prendere le dosi di Metadone.
Soffriva, soffriva immensamente, soffriva senza posa, senza respiro, ma è stata là ogni giorno, sempre con la mano tesa verso di me, armata di pazienza. Ha aspettato. Oh quanto ha aspettato: che io tornassi vivo la sera, che capissi quanto grande era il suo dolore, che trovassi la voglia e il tempo per dimostrarle il mio amore, che capissi che stavo uccidendomi.
Lei aspettava e io fuggivo. Ma, quando tornavo, era là. Se stavo troppo male per trovarmi da solo una dose, si metteva in macchina con me, mi accompagnava, stava attenta a che guidassi senza imprudenze, subiva di incontrare con me quelli che sulla mia vita lucravano, li odiava, ovviamente, ma aspettava con me che arrivassero, li pagava, mi riaccompagnava a casa. Incredibile vero? Ma continuava ad aspettare e a parlarmi, a farmi sentire che non ero solo, che un filo, un esile filo tra me e la realtà era rimasto e che se mi fossi attaccato a quel filo, avrei potuto risalire la china, essere di nuovo libero, riacquistare il diritto e la voglia di realizzare i miei sogni, che erano anche i suoi. E infine ha vinto lei.
Io oggi ho 60 anni, sono vivo, non ho l’Aids, ho tutti i miei denti in bocca, scrivo poesie e le metto in musica, insegno a splendidi ragazzi, ho una famiglia normale e un bellissimo figlio e non ho mai più sentito il desiderio di tornare indietro. Mai.
Quando ho pubblicato il mio primo romanzo, l’ho dedicato a lei, perché mi aveva partorito due volte.
Mia madre non ha mai nemmeno pensato di denunciarmi, sapeva bene che a uccidermi non era quella sostanza, ma il dolore, la solitudine, lo sperdimento. E contro il dolore non c’è Guardia di Finanza che tenga. Non si può vietare il dolore. Con il dolore e il disagio, soprattutto con quello dei propri figli, bisogna farci i conti, mi creda.
Non è la droga che uccide i nostri figli, gentile signora, è questo nostro modo di vivere, di convivere, questa nostra incapacità di parlarci, toccarci, stare insieme, condividere, anche e soprattutto in famiglia.
Non è certo colpa sua, se noi anziani abbiamo così poco da dire e da insegnare ai giovani: vivono in un mondo totalmente diverso dal nostro, almeno quanto quello dei nostri nonni era sostanzialmente simile al nostro, quando avevamo la loro età.

Escher – 6

La sesta ed ultima sezione infine è dedicata alla diffusione delle sue opere utilizzate in varie maniere.

Tralasciando quanto Escher ha fatto per i propri committenti, tipo vari ex-libris, biglietti d’auguri, copertine di CD, è stato interessante vedere quanto l’artista abbia influenzato vari aspetti della nostra vita quotidiana, quali il cinema, i fumetti e la pubblicità.

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Giorno e notte” sulla facciata del Museo Escher a l’Aja

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ex-libris

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Immagine per la copertina del libro Larix di Henriette Roland Holst

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copertina del CD dei Pink Floyd

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Castello di Hogwards dal film Harry Potter

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Immagine dal film Labyrinth

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Dai fumetti Disney Paperino e Topolino

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Fumetti dei Simpson

Pubblicità Illy caffè

Pubblicità Audi

Le immagini sono tratte da internet

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Lo stupore è il sale della terra.”

Genitori e figli

Essere genitori è difficile.

Non ci si nasce, ma si diventa ASSIEME ai nostri figli, commettendo a volte anche degli errori.

genitori-e-figliNon me la sento di tirare la croce addosso a quella povera mamma di Lavagna, che deve già confrontarsi con il rimorso di essere stata la causa della morte del figlio per aver chiamato lei stessa la Guardia di Finanza.

L’accusano in quanto è una “madre adottiva”, come se l’aver allevato un figlio per sedici anni non conti nulla.

L’accusano perché, secondo loro, l’uso di marjuana non doveva considerarsi droga.

L’accusano di aver cercato un riscontro mediatico per aver parlato in chiesa della morte del ragazzo davanti alle telecamere, mentre era solo un monito per altri coetanei del figlio a non cedere alle tentazioni della droga e ad avere maggior comunicatività con i propri genitori.

Una madre non si rivolge alle forze dell’ordine per danneggiare scientemente il figlio, ma per salvarlo dalla rovina: pensava certamente che con l’intervento delle forze dell’Ordine, si sarebbe spaventato e non avrebbe più fatto uso di marjuana.

Anche il padre si è autoaccusato di non aver saputo comprendere il ragazzo, interiormente fragile per essere arrivato ad un gesto così estremo.

Noi genitori sbagliamo, sia per troppo permissivismo che per troppa severità. Qualche volta, magari solo per fortuna, ci va bene, ed escono dei bravi ragazzi; altre volte, anche per fattori esterni alla famiglia, invece va male, e non esiste il manuale per diventare genitori perfetti.

Alzi la mano chi non ha mai commesso errori nell’allevare i figli, ma sia sincero nell’ammetterlo.

I genitori perfetti non esistono (e neppure i figli perfetti se è per questo).

La mia Africa


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No, non parlo del libro di Karen Blixen o del film tratto da questo ed interpretato da Meryl Streep, ma di Milano.
Milano? 
Già,  perché a qualcuno, grazie allo sponsor Starbucks, quello del caffè all’americana, che tra l’altro a me piace e che all’estero, ma solo all’estero, frequento spesso  (begli ambienti, gradevoli e con wi-fi libero), ha avuto la brillante idea di piantare in piazza Duomo delle palme e dei banani. 
Tipica flora lombarda  🙂 .   Peccato che il Duomo in stile gotico stoni un pochettino, ma lo si potrebbe sempre sostituire  con una moschea ed il relativo minareto.
Sul web impazzano gli scherni ed i lazzi, come quelli di sostituire i tram con i cammelli (errore! In Africa ci sono i dromedari! ).
Per mio conto, le palme proprio non le vedo per niente in piazza Duomo, (a dire il vero più che Africa fanno tanto Los Angeles) ed offuscano il fascino di questa classica piazza.

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Amore e grammatica

Edmondo De Amicis pubblicò tanto tempo fa un libro intitolato “Amore e ginnastica”.

Oggi dovremmo invece scrivere un testo intitolato “Amore e grammatica”.

Real Time ci propone infatti di firmare una petizione perché la parola “Amore” sia considerata di genere neutro (!?!), che in italiano non esiste e pertanto venga scritto un’amore con l’apostrofo, in nome ed in difesa di non so quale identità sessuale, senza valutare la sua attinenza con la grammatica!

Del resto, cosa ci si può aspettare ancora in un paese in cui gli studenti universitari compiono pacchiani errori di ortografia (per non parlare della sintassi…) e dove, tra le cariche istituzionali, annoveriamo una presidentA della Camera ed una sindacA di Roma? (per non parlare del “petaloso” approvato dall’Accademia della Crusca).

i giorni del vino e delle rose

Vitae summa brevis spem nos vetat incohare longam

(La brevità della vita ci impedisce di nutrire una

lunga speranza)

Il pianto e il riso, non a lungo durano.

L’amore, la passione e l’odio:

credo non in noi si trovino

dopo che varcato sia il passo

I giorni del vino e delle rose, non a lungo durano.

Da un sogno sfocato

emerge a tratti il nostro sentiero

Poi riaffonda in un sogno

Non sono lunghi, i giorni del vino e delle rose:
da un vago sogno
il nostro cammino emerge per un tratto, poi si chiude
in un sogno.


Ernest Cristopher Dowson

(Cliccando sulle immagini, parte l’animazione)

Giusto Pio

Un altro che va ad aggiungersi all’orchestra celeste…

Escher – 5 bis – la Galleria di stampe

La galleria di stampe

L’opera più strabiliante di Escher, quella che esprime maggiormente l’illusione, è la “Galleria di stampe”, e per questo le dedico un post a parte.

Qui viene sfruttato “l’effetto Droste”.

Droste era la marca di un cacao olandese, sulla cui scatola era raffigurata un’infermiera che su di un vassoio portava una tazza e la scatola del medesimo cacao, sulla quale era raffigurata l’infermiera etc etc etc…in teoria si potrebbe andare all’infinito, se non fosse per le dimensioni che via via si rimpiccioliscono.droste

La struttura della Galleria è però differente e molto più complessa, in quanto si basa su di una griglia matematica (troppo difficile da spiegare per me, che matematica non sono) .

La conformazione però è molto ben evidenziata dal filmato di You Tube che è in allegato. Qui posto solamente la griglia che è servita per formare la galleria.sp32-20120120-222118

In pratica si tratta del ritratto di un giovane in una galleria di quadri, tra i quali si possono vedere anche le”Sfere” e la “Buccia” dello stesso Escher (ecco un altro aspetto dell’autoreferenzialità) mentre il paesaggio, che rappresenta il porto di La Valletta e che teoricamente dovrebbe essere all’esterno della galleria stessa, entra dentro la medesima. Nella Galleria di stampe lo sguardo si sposta continuamente dall’interno all’esterno e viceversa della galleria e della stampa osservata dal giovane, in una specie di moto perpetuo in cui i piani si combinano e si fondono tanto da non capire più dove finisca l’interno e dove cominci l’esterno, e viceversa. Così la stampa che il giovane osserva, le imbarcazioni che galleggiano sull’acqua, la città con i tetti a terrazza, quelle rare persone – un ragazzo seduto in un angolo del terrazzo all’ombra, una donna affacciata alla finestra che sembra guardare in direzione del giovane di spalle che osserva la stampa, due passanti, quasi due ombre, sul molo vicino all’ingresso della galleria – stanno “dentro” l’opera che, data la sua autoreferenzialità e la commistione di interno ed esterno, contiene se stessa.

Qui l’opera in originalem_c_escher_004_print_gallery_1956

e, a seguire, il video di cui parlavo sopra con l’effetto di ripetizione all’infinito.

 

Al Jarreau

…e qui voglio ricordare Al Jarreau, che ci ha lasciato ieri,  con una delle sue canzoni che amo, sigla di una serie di telefilm che preferisco. ❤

 

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