Nei sogni entriamo in un mondo che è interamente nostro.

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Accoglienza

Lo scorso febbraio a Barcellona fecero una grandissima manifestazione a favore dell’accoglienza ai rifugiati.

http://www.lastampa.it/2017/02/18/esteri/barcellona-scende-in-piazza-vogliamo-i-rifugiati-7QPB7Xy9kwUZ12Bh8J0UCI/pagina.html

 

Pochi minuti fa, ecco la risposta…

 

http://www.ilpost.it/2017/08/17/attacco-furgone-rambla-barcellona/


Elvis

Sono quarant’anni che ci manca…

Sono cresciuta con le sue canzoni, vedendo i suoi film. Alcuni davvero belli e significativi, altri più di cassetta, girati più che altro per lanciare le sue canzoni. Qui lo voglio ricordare con brani tratti da uno dei suoi primi film, La via del male (King Creole), considerato uno in cui ha espresso una delle sue migliori interpretazioni. Il ruolo era stato studiato per James Dean che nel frattempi era deceduto, poi a Ben Gazzara, che aveva rifiutato. La scelta di Elvis si rivelò davvero indovinata e non sfigurò davvero accanto ad un mostro sacro come Walter Matthau.

Era impressionante sentire come la sua voce si adattasse perfettamente sia al blues che al rock o al melodico.

Davvero un grande che, purtroppo, ci ha lasciato troppo presto.


Notte d’estate

 

E’ una bella notte d’estate.
Tengono le alte case
aperti i balconi
del vecchio paese sulla vasta piazza.
Nell’ampio rettangolo deserto,
panchine di pietra, evonimi ed acacie
simmetrici disegnano
le nere ombre sulla bianca arena.
Allo zenit la luna, e sulla torre
la sfera dell’orologio illuminata.
Io in questo vecchio paese vo passeggiando
solo, come un fantasma.

(Antonio Machado)


Finestra nella notte

La notte non è mai completa

C’è sempre perché lo dico

Perché l’affermo io

In fondo al dolore una finestra aperta

Una finestra illuminata

C’è sempre un sogno che veglia

Desiderio da appagare fame da soddisfare

Un cuore generoso

Una mano stesa una mano aperta

Dagli occhi attenti

Una vita da dividersi

Paul Éluard


Parere personale

Bugie

Evviva…la disoccupazione è diminuita ben dello 0,2% ed anche la disoccupazione giovanile è in calo.

Però bisogna analizzare bene i dati.

Innanzitutto c’è un aumento degli impieghi TEMPORANEi, perché ogni anno in estate si verificano assunzioni a periodo determinato di lavoratori che, finita la stagione turistica, vengono rimandati a casa: camerieri, addetti alle cucine, operatori dei parchi divertimento e simili. Inutile che i media strombazzino tanto che è una vittoria del governo e della politica del Job Act (e molto ci sarebbe da dire sull’asservimento di giornali e TV al potere politico). La disoccupazione resta comunque alta, il Job -Act si concretizza in pratica nella precarietà del posto di lavoro che costringe il dipendente ad accettare condizioni a volte vessatorie pur di assicurarsi una sia pur esigua entrata economica di breve durata.

Non si considerano poi i lavoratori autonomi che invece cessano l’attività, massacrati da tasse, e coloro che rinunciano a cercare lavoro, stanchi di vedersi chiudere le porte in faccia. Per i disoccupati giovani infine, molti non sono più in lista in quanto emigrati all’estero. Questo non è un successo del governo, semmai l’esatto opposto.

Immigrazione

Improvvisamente molti alti papaveri hanno cambiato rotta sul tema immigrazione.

Il governo e finanche il papa non si pronunciano più, anzi vengono sventolati come vittorie i cali degli sbarchi, mentre non ricordo quale vescovo ha detto che accoglienza certo, ma per prima cosa bisogna rispettare la legge.

Perfino il M5S che tempo addietro aveva votato sia per l’abolizione del reato di clandestinità che per il rifinanziamento delle ONG adesso ha cambiato rotta.

Ma questo tipo di politica contro l’accoglienza indiscriminata, non era prerogativa di quel razzista di Salvini?

E così da un giorno all’altro, le stesse televisioni che per almeno quattro anni ci hanno propinato le prediche boldriniane sull’accoglienza e si soffermavano lacrimevolmente sulle (rare) donne che sbarcavano, hanno cambiato registro.

I poveri “disperati che fuggono da terre martoriate dalle guerre” o dalla miseria e dalla fame (ed a vederli, proprio non si direbbe), i futuri “pagatori delle nostre pensioni” dei quali abbiamo tanto bisogno, sono diventati tutto ad un tratto dei clandestini che non possiamo accogliere.

Tutto questo perché?

Semplice, le votazioni si avvicinano e si cerca di far dimenticare una situazione potenzialmente dannosa per l’esito elettorale.

Quindi mi chiedo perché per ben quattro anni ci hanno fatto subire questa invasione senza muovere un dito; perché continuavano a raccontarci la favoletta che nulla si poteva fare per arginare la marea umana che ci stava sommergendo, mentre adesso in quattro e quattr’otto ci stanno riuscendo (come del resto avevano fatto a maggio in occasione del G7 a Taormina); chi sta orchestrando tutta questa manovra e per quale motivo; che credibilità può avere una sinistra che, pur di mantenere il potere, cambia repentinamente indirizzo politico.

Ci prendono e trattano da imbecilli, cui si può raccontare che quello che ieri era nero oggi invece è di un bianco immacolato, nella logica tanto irrisa da Guareschi del “Contrordine, compagni”.

Sono sicura solo di una cosa: che questa gente conta solo sulla memoria corta degli italiani: bastano pochi mesi andando controcorrente e, a elezioni vinte (anche grazie alle assunzioni ed ai rinnovi contrattuali fermi che stanno facendo da anni ed ora prossimi allo sblocco), riprendere tutto come prima.


Adgnosco veteris vestigia flammae.

At regina gravi iamdudum saucia cura
volnus alit venis et caeco carpitur igni.
Multa viri virtus animo multusque recursat
gentis honos; haerent infixi pectore voltus
verbaque nec placidam membris dat cura quietem.        
Postera Phoebea lustrabat lampade terras
umentemque Aurora polo dimoverat umbram,
cum sic unanimam adloquitur male sana sororem:
«Anna soror, quae me suspensam insomnia terrent!
Quis novos hic nostris successit sedibus hospes,      
quem sese ore ferens, quam forti pectore et armis!
Credo equidem, nec vana fides, genus esse deorum.
Degeneres animos timor arguit. Heu quibus ille
iactatus fatis! quae bella exhausta canebat!
Si mihi non animo fixum immotumque sederet     
ne cui me vinclo vellem sociare iugali,
postquam primus amor deceptam morte fefellit;
si non pertaesum thalami taedaeque fuisset,
huic uni forsan potui succumbere culpae.
Anna (fatebor enim) miseri post fata Sychaei    
coniugis et sparsos fraterna caede penatis,
solus hic inflexit sensus animumque labantem
impulit. Adgnosco veteris vestigia flammae.
Sed mihi vel tellus optem prius ima dehiscat
vel pater omnipotens abigat me fulmine ad umbras,    
pallentis umbras Erebo noctemque profundam,
ante, Pudor, quam te violo aut tua iura resolvo.
Ille meos, primum qui me sibi iunxit, amores
abstulit; ille habeat secum servetque sepulcro».
Sic effata sinum lacrimis implevit obortis.

Ma la regina, da tempo ferita da grave tormento,
dentro le vene alimenta la piaga e arde d’un cieco fuoco.
Torna la molta virtù dell’eroe nell’animo, il molto
pregio di stirpe, confitti nel petto stan volto e parole,
né il tormento concede alle membra il riposo che placa.
Con il seguente fulgore di Febo irradiava le terre
e scostava, l’Aurora, l’umida ombra dal cielo,
quando così, male in sé, alla concorde sorella si volge:
«Anna, sorella, che sogni mi tengono in ansia e terrore!.
Questo ospite giunto da noi com’è straordinario,
come si porge nel volto, che forza nel petto e negli omeri!
Credo davvero, e non sbaglio, che sia di una stirpe divina.
Animi ignobili accusa il timore. E lui, ah, da quali
fati è stato vessato! Che guerre affrontate cantava!
Se non avessi nell’animo salda e incrollabile scelta
di non congiungermi più con patto di nozze ad alcuno,
dopo che il mio primo amore, morendo, mi illuse e deluse;
se non avessi ormai in odio le stanze e le torce nuziali
forse a quest’unica colpa avrei potuto soccombere.
Lo confesso, Anna, infatti, dal fato del misero sposo
mio Sichèo, e dalla strage fraterna che asperse i Penàti,
lui solo i sensi ha piegato, e ha colpito, sì che ora vacilla,
l’animo. Riconosco l’antica fiamma e i suoi segni.
Ma preferisco mi si apra profonda, piuttosto, la terra
o il padre onnipotente mi scagli col fulmine alle ombre,
pallide ombre nell’Èrebo , e ad una notte d’abisso,
prima che te, Pudore, io vìoli, o i tuoi vincoli sciolga.
Quello, colui che per primo a sé mi congiunse, i miei amori
si è rapito: lui li abbia con sé, e nel sepolcro li serbi!»
Detto che ebbe, affiorate le lacrime, ne riempì il seno.

 Aen. IV 1-30 (L’innamoramento di Didone)

Traduzione di Alessandro Fo


La notte delle stelle

Ascoltate!
Se accendono
le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che è indispensabile
che ogni sera
al di sopra dei tetti
risplenda almeno una stella?

(Vladimir Majakovskij)


Notturno

Di chi è la voce
che mi chiede di essere
asciutta risonanza
bucato steso al sole
umilmente in attesa
di laboriose mani.
Di chi è la voce
che mi spinge le spalle
al neutro disastro della notte
e senza culla alcuna
mi invita a un sonno di persona
abbracciata alla memoria
e non di bambino costretto
al nulla.
Di chi è la voce
che tace insieme
quando cado
e poi cado ancora
e nemmeno precipito
ma senza fare centro
resto sepolta
sotto il terriccio muto
del dentro me.
Di chi è la voce
che non fa cronaca
del presente
e non condanna
i guai ma conosce
il bruciore netto
delle guance.
Di chi è la voce
che attende
teneramente persa
nel bosco di parole
di chi parla
senza desiderio dell’altro.
Fate luce.

(Chandra Livia Candiani)


Acqua

Le morte chitarre

La mia terra è sui fiumi stretta al mare,
non altro luogo ha voce così lenta
dove i miei piedi vagano
tra giunchi pesanti di lumache.
Certo è autunno: nel vento a brani
le morte chitarre sollevano le corde
su la bocca nera e una mano agita le dita
di fuoco.
Nello specchio della luna
si pettinano fanciulle col petto d’arance.

Chi piange? Chi frusta i cavalli nell’aria
rossa? Ci fermeremo a questa riva
lungo le catene d’erba e tu amore
non portarmi davanti a quello specchio
infinito: vi si guardano dentro ragazzi
che cantano e alberi altissimi e acque.
Chi piange? Io no, credimi: sui fiumi
corrono esasperati schiocchi d’una frusta,
i cavalli cupi i lampi di zolfo.
Io no, la mia razza ha coltelli
che ardono e lune e ferite che bruciano.

Salvatore Quasimodo

 


Finalmente…

 

Caldo.
Afa.
Sudore.
Aria immobile.


Poi, lontano, il borbottio di un tuono.
Si alza il vento, che ammassa rapidamente le nuvole.
Il cielo si offusca, gli uccelli zittiscono improvvisamente, mentre i tuoni si fanno sempre più vicini.
Ed ecco i primi goccioloni, che formano piccoli crateri nel terreno polveroso o schioccano sui cubetti di porfido o sull’asfalto ancora rovente nonostante sia ancora mattina, evaporando subito dopo.

 

Una breve interruzione, che mi fa pensare “Tanto rumore per nulla”, ed inviare silenziose maledizioni ai servizi meteorologici che da giorni prevedono pioggia.

 

Ci sediamo all’interno del solito ristorantino dove pranziamo alla domenica e, finalmente, inizia a piovere a dirotto.

Finiamo di mangiare e piove ancora… Tornando a casa, nonostante l’acqua continui a cadere, anche se non più così scrosciante, non mi riparo neppure sotto l’ombrello. Mi rinfresco e mi rigenero…

 

Bellissima, questa pioggia, così anelata…ed ancora adesso, dopo 5 ore, continua.

Finalmente un po’ di fresco: speriamo che resista.