La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

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Più di cento fermati e rimpatriati in Italia.
RIMPATRIATI?
Da quando sono diventati italiani?
Dite piuttosto “restituiti” all’Italia.


Persone


Ci sono giorni nei quali ogni persona che incontro e, ancor di più, le persone abituali della mia convivenza obbligata e quotidiana, assumono aspetti di simboli e, isolati o fra loro connessi, formano un alfabeto profetico od occulto che descrive in ombre la mia vita.
L’ufficio diventa per me una pagina con parole fatte di gente; la strada è un libro; le parole scambiate con i conoscenti o gli sconosciuti che incontro sono espressioni per le quali viene meno il dizionario ma non completamente la comprensione.
Parlano, si esprimono; eppure non parlano di se stesse e non esprimono se stesse; sono parole, ho detto, e non indicano, lasciano solo intendere.
Ma, nella mia visione crepuscolare, distinguo solo vagamente quanto queste vetrate, che si rivelano sulla superficie delle cose, lasciano trasparire dalla loro interiorità che custodiscono e rivelano.
Intendo senza arrivare alla coscienza, come un cieco al quale si parli di colori.

A volte, passando per la strada, colgo brani di conversazioni intime, e si tratta quasi sempre di conversazioni sull’altra donna, sull’altro uomo, sul ragazzo di uno o sull’amante dell’altro …

Per il solo fatto di sentire queste ombre di discorso umano, che poi in fondo è tutto ciò di cui si occupa la maggioranza delle vite coscienti, porto dentro di me un tedio disgustato, l’angoscia di un esilio tra ragni e l’immediata consapevolezza della mia umiliazione fra gente reale; la condanna, nei confronti del proprietario e del luogo, di essere simile agli altri inquilini dell’agglomerato; di stare a spiare con disgusto, fra le sbarre del retrobottega, l’immondizia altrui che si ammucchia sotto la pioggia in quel cortile interno che è la mia vita.

 

Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine


Sempre più caldo

Afa, non se ne può più.

Questa mattina, ancora prima delle otto, il termometro segnava 31 gradi, e quel che è peggio, è che non c’era nemmeno un filo d’aria. Alla stessa ora l’applicazione meteo per Bolzano segnava invece 26 gradi, anche se ieri le previsioni la indicavano come la città più calda d’Italia.

Ovvio che con questo caldo gli spostamenti a piedi siano ridotti al minimo: ci si sposta con il tram (il vetusto Carrelli non è condizionato, quindi gira con tutti i finestrini aperti, con grande danno per la cervicale), mentre il Sirietto a volte sembra addirittura un frigorifero, tanto bassa viene tenuta la temperatura. L’unico posto dove si sta bene è il pub dove pranziamo: temperatura perfetta, birra fresca, insalatone a volontà tra le quali scegliere e, per finire, gelato affogato nel caffè. Quando si esce, la calura ci abbatte come un maglio; anche i milanesi, solitamente attivissimi, ne risentono e si muovono lentamente, con quello che io chiamo “effetto bradipo”. Non appena si accelerano i movimenti, si suda e si perdono energie, nonostante gli integratori di magnesio e potassio. Poi i cani che, poverini, arrancano con due palmi di lingua fuori.

Allora che fare? O si fa un altro giro su un tram o si visitano i grandi magazzini o vari negozi. Optiamo per la seconda soluzione, e troviamo una chicca che cercavamo da tempo, un B movie che, fino a poco tempo fa era disponibile solamente in blu ray.

Quando si avvicina l’ora del rientro, recandoci alla fermata del tram, una sosta obbligata: ci sono solo due canzoni per le quali ci fermiamo senza dubbio; la prima è “The sound of silence”, la seconda (come in questo caso, è “Country man”.

Il ragazzo la suona e canta abbastanza bene, anche se l’abbigliamento non è per nulla consono al brano che sta eseguendo 🙂 e lo sfondo non è certo dei migliori, in quanto stanno restaurando il Broletto di piazza dei Mercanti.

 

Saliti sul tram e giunti a Repubblica qualcosa non quadra… Il tram invece di svoltare a destra, gira a sinistra e ci avvisano che fermerà alla stazione anziché proseguire per Greco. Scendiamo, e ci “accoglie” un fracasso infernale che si sente fin da lontano…Gay pride…ed ho detto tutto. Come ho sempre detto, se gli omosessuali si fanno i cavolacci loro, non mi interessa minimamente, rientra nella loro sfera personale, però le carnevalate proprio non mi vanno, specie se, come abbiamo intravisto, girava un camion pieno di gente seminuda (beh, faceva anche caldo 😀 ). In effetti la cosa che più mi ha infastidito è stato il cambiamento di mezzo: ci siamo sorbiti un altro bel pezzo di strada con il caldo che faceva, per arrivare alla fermata della metro.

Una sosta in gelateria, e poi finalmente a casa, dove ci attendevano le nostre belle stanzette calde 🙂 .

Una bella doccia, acqua a volontà…erano le uniche cose che sognavo.


Metropolitana su Marte

Il nostro mezzo di locomozione preferito a Milano è il tram, però a volte, per la fretta o perché dobbiamo recarci in posti diversi ed assai distanti tra loro, usiamo la metropolitana.

Stazione di piazzale Loreto.

Posto di transito, dove molti salgono o scendono perché è un punto di interscambio tra la linea 1 (la “Rossa”) e la due (la “Verde”).

La ragazza che è appena salita è minuta, con lunghi capelli castani raccolti in una treccia fermata da un nastro colorato.

A tracolla porta un registratore ed in mano ha un microfono.

Si sistema proprio di fronte ad una delle porte del vagone ed inizia a cantare.

Intona una canzone che mi piace tantissimo “Life on Mars”, di David Bowie,anche se il testo è piuttosto ostico, se non addirittura astruso.

C’è chi lo interpreta come la storia di una ragazza cacciata di casa dal padre e che si sente rifiutata dalla società e si chiede se sia possibile lasciarsi dietro tutte le brutture del mondo e se su Marte ci sia vita per trovare un’esistenza migliore di quella che stia vivendo; c’è chi invece lo interpreta in chiave politica.

Lei canta bene, con una voce intonata.

Peccato che sia la musica che il canto vengano sovrastati da altri rumori: lo sferragliare dei vagoni sulle rotaie, il trillo dei cellulari, la voce chioccia di due signore anziane che parlano di non so quale programma televisivo, un gruppo di studenti che ha appena terminato la prova scritta della maturità iniziata proprio stamane e commenta la traccia che ha scelto.

Mi piacerebbe restare ad ascoltarla, ma la stazione di Rovereto è proprio a poca distanza: scendendo, le allungo qualche moneta e lei ringrazia con un sorriso, continuando la sua esibizione.


Un albero

Quell’albero era cresciuto nella parte superiore del
giardino,
alto, solitario, slanciato – la sua altezza
tradiva forse un’idea segreta d’intrusione. Non diede mai
fiori né frutti, solo un’ombra lunga che divideva in due
il giardino
e una misura inapplicabile agli altri alberi, carichi e curvi.
Ogni sera, quando il tramonto glorioso si spegneva,
uno strano uccello arancione si appollaiava silenzioso
tra le sue fronde
come il suo unico frutto – una piccola campana d’oro
su un altissimo campanile verde. Quando tagliarono
l’albero
l’uccello vi volteggiava sopra con piccoli gridi feroci
disegnando cerchi nell’aria, disegnando nel tramonto
la forma inesauribile dell’albero; e quella piccola
campana
sonava invisibile lassù, più alta dell’altezza dell’albero.

Ghiannis Ritsos


Caldo.


Da domenica siamo a Milano, praticamente da quando è arrivata la grande ondata di caldo dall’Africa: si esce quindi alla mattina di buon’ora per rientrare poco dopo aver mangiato. Ci eravamo ripromessi di uscire nuovamente dopo le 18, ma quando a quest’ora il termometro segna ancora 34 gradi, capiamo che non è certo il caso di mettere il naso fuori di casa.
Qui dentro almeno, pur essendo caldo, non c’è quell’afa oppressiva che c’è all’esterno, il sole non batte già dalle 10 di mattina e
il ventilatore gira a manetta.
Anche di mattina però non si scherza, e chi mi fa maggior pena sono proprio i bimbi.
Li vedi dormire sfiniti nei loro passeggini, le teste riparate dalle capottine, con le boccucce semiaperte, le braccine abbandonate lungo i fianchi, le palpebre chiuse lievemente ombreggiate di azzurro. Altri invece, incapaci di dormire, piagnucolano nervosamente, con i capelli incollati dal sudore sulla fronte o sulla nuca e le gambette arrossate per le irritazioni.
Caldo, ed allora anche l’appetito diminuisce: è il momento di insalate gigantesche, rigorosamente senza sale o aceto, solo un filo d’olio. Per accompagnarle, una Guinnes scura, la meno alcolica di tutte, freschissima ma non gelata…e acqua a volontà.
Caldo, aggravato dal fatto che c’è lo sciopero dei mezzi pubblici, ma la metro funziona regolarmente e pure una buona parte dei tram; bisogna solo avere pazienza ed aspettare un pochino, ma tranne in un caso, siamo stati fortunati
Tanto caldo da non aver nemmeno voglia di accendere il PC. Quello che mi interessa posso leggerlo e/o scriverlo anche dallo smartphone, per il resto ho i quotidiani, il Kobo con una buona scorta di titoli e vari schemi di sudoku da completare.
Caldo, con un occhio alle previsioni: dovrebbe arrivare una perturbazione.
Dicono, chissà…


Inviato dal Veloce promemoria


Astensione

In pratica i vincitori delle elezioni sono stati gli astensionisti, che raccolgono oltre il 40%.

Ho molti contatti tra quanti si sono astenuti dal voto: non capisco le loro motivazioni, specie in questo periodo di grande incertezza politica, ma soprattutto non comprendo il loro lamentarsi per come vadano le cose.

I motivi sono i più disparati: c’è chi si disinteressa totalmente, chi, essendo anarchico, rifiuta qualsiasi imposizione, chi invece è “rivoluzionario” e ammette solo i cambiamenti attuati con la rivolta popolare, chi non si riconosce in nessun candidato che i partiti propongono…

Quelli che io conosco sono tutti “libertari” talmente contrari all’idea di “Stato” da sconfinare nell’anarchia, tutto il contrario dell’idea liberale pura, nella quale mi riconosco,  che ritiene necessaria una seppur minima ingerenza dello stato anche nei rapporti tra le persone, determinandone i confini con le leggi.

Ed il loro rifiuto, che in parte comprendo, è motivato appunto dall’enorme massa di leggi, norme, regolamenti che costellano la nostra vita ed i nostri rapporti e ci affossano con la burocrazia, ma da qui a volerle abolire tutte, chiamando perfino parassiti TUTTI i dipendenti pubblici, ce ne corre.

Quindi…

Non andate alle urne?

Non cercate minimamente di cambiare quanto sta succedendo?

Non vi soddisfano gli attuali schieramenti politici?

Visto che siete un gruppo abbastanza nutrito, con idee simili, datevi da fare e fondatene uno.

Se i vostri concetti sono chiari e condivisibili, adoperatevi per convincere la gente della loro validità e della loro efficacia, invece di stare a piangervi addosso e lamentarvi dell’esosità del fisco, dell’invasione in essere, per le mancate liberalizzazioni, per il cattivo funzionamento di scuola e sanità e quant’altro. Certo è che per differenziarsi bisogna proporre cose nuove, se davvero si vuole cambiare qualcosa.

Grazie alla vostra ignavia, chi ora è stato eletto potrà manovrare una consistente massa di denaro pubblico e, disponendo del potere se è onesto avvantaggerà la comunità, se non lo è favorirà i soliti “amici” e “amici degli amici” che lo hanno collocato in quella sede.

L’astensionista, qualunque sia la motivazione per la quale non si reca al voto, è un rinunciatario in partenza che preferisce attendere piuttosto di rischiare di schierarsi con la fazione perdente.

Certo, al giorno d’oggi si è spesso costretti a scegliere il meno peggio, e ricordo Indro

Montanelli ed il suo “Turatevi il naso”.

Bisogna stabilire quali siano le nostre priorità e scegliere chi maggiormente ci si avvicini.

Personalmente le prime cose che metterei in lista delle urgenze sarebbero l’immigrazione, il lavoro e la sicurezza… Per il resto si può procedere con maggior calma.

Sembra invece che tutto ruoti attorno alla legge elettorale, importante certamente, ma sarà difficile trovare un accordo in quanto ciascuno schieramento cerca di promuovere degli emendamenti a lui più favorevoli.

Magari a suo tempo aveva ragione Mark Twain, per il quale il voto non conta nulla, ma le sue erano frasi satiriche, degli aforismi taglienti atti a sbeffeggiare, non certamente delle regole da seguire.


La “fede”

Bene, dopo l’ultima tornata amministrativa il M5S è stato ridimensionato, ed era abbastanza prevedibile dopo i disastri a Roma della Raggi e la figuraccia dell’Appendino a Torino. Aggiungiamoci le doppie “comunarie” di Genova, dove la prima candidata è stata sconfessata da Grillo che ha poi fatto scegliere un altro candidato, l’allontanamento a suo tempo di personaggi validi come Pizzarotti – che si è preso la sua rivincita -, ed il quadro è fatto. Per non parlare delle posizioni ambigue in altri campi, come le vaccinazioni e l’immigrazione, che hanno sconcertato non poco le persone che avevano votato precedentemente per il movimento.
Quello che non capisco è la tenuta del PD.
Dissidi e scissioni interne, scandalo MPS, ritardi nella gestione del terremoto dello scorso anno, truffe delle cooperative non hanno scalfito la granitica ideologia del suo elettorato che ancora una volta, pur masticando amaro, lo ha ancora premiato.
Già, perché “essere di sinistra” rappresenta una “fede” che non può essere in alcun modo essere messa in discussione.


Incontro di due mani

Foto animata

Incontro di due mani
in cerca di stelle,
nella notte!
Con che pressione immensa
si sentono le purezze immortali!
Dolci, quelle che dimenticano
la loro ricerca senza sosta,
e incontrano, un istante,
nel loro circolo chiuso,
quel che cercavano da sole.
Rassegnazione d’amore,
tanto infinita come l’impossibile!

J.R.Jimenez


Madri – Ieri ed oggi

Dal web

Qualcuno sostiene che certi tristi fenomeni cui stiamo assistendo, e che coinvolgono anche madri, dipendono dagli “stress” cui è esposta la donna d’oggi. Cerchiamo d’immaginare la vita di una madre contadina dell’anteguerra: miseria, prole numerosa, preoccupazioni e dispiaceri continui (c’era una mortalità infantile che arrivava al 50%), una casa cui badare, necessità di dare il suo contributo ai lavori nei campi. Tutto questo comportava meno “stress” di quelli odierni? Io dico che non sono aumentati gli stress, ma è diminuita la capacità di affrontarli; questo in gran parte per la maggiore fragilità interiore delle persone, non più sostenute da valori credibili. “

Trovo questa affermazione (anche se fatta da persona competente che stimo molto) assai fuorviante, anzi mi meraviglio che con i titoli che ha non sappia che c’è l’amnesia dissociativa.

Non si può paragonare la vita di allora con quella odierna. In quel tempo le “madri contadine” avevano una famiglia allargata, case e masserie in cui coabitavano vari nuclei familiari, genitori, suoceri, fratelli, sorelle, cognati, zii e zie, le classiche famiglie patriarcali. C’era più collaborazione, quindi più appoggio, e le tragedie avvenivano comunque. Di altro tipo, certamente, ma avvenivano e componevano parte di quel 50% della mortalità infantile: bimbi ustionati dall’acqua bollente o dalla polenta del paiolo, caduti nei pozzi, calpestati o calciati dalle bestie nelle stalle, infilzati dai forconi nei fienili, solo che non c’erano i mass media a bombardarci di notizie, e questi avvenimenti venivano percepiti come “naturali” quindi accettati, non certo causati da disattenzione o da poco amore per i figli (in proposito, tra i tanti commenti che ritengo “osceni” ho letto che la madre in questione nel subconscio avrebbe voluto abortire e che quindi c’era un nascosto “rifiuto del figlio”…praticamente chi ha espresso questo concetto ha scritto una bestialità).

Oggi c’è lo stress, e ne sono soggette in particolar modo proprio le donne: non coadiuvate dai servizi pubblici, con nonni che non le possono aiutare perché l’età lavorativa si allunga sempre di più, molte volte non supportate nemmeno dal coniuge, si sbattono tra figli, casa, lavoro e spesso più fanno, più viene loro richiesto. Poi ci sono le “perfezioniste” che mirano a fare tutto e bene e quelle con incarichi di responsabilità e sono quelle più soggette allo stress se qualcosa non va per il verso giusto. E che lo stress sia una conseguenza di ciò è un dato di fatto, in quanto le donne DEVONO lavorare per contribuire al bilancio familiare anche perché le esigenze attuali sono aumentate: non si vive più solo di pane, polenta ed abiti rivoltati, e pure allevare uno o più figli è un esborso considerevole.

Idealizzare il periodo di anteguerra quasi fosse un paradiso perduto non credo sia corretto: ogni epoca ha i suoi pregi ed i suoi difetti, forse però allora c’era più umanità quando succedevano queste tragedie. E la mancanza di umanità di talune persone rappresenta appunto la mancanza di “valori credibili”.