La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

Personale

Nuovamente a Milano

Finalmente, dopo 448 giorni, si torna a viaggiare.
Ore 9.30, alle porte di Milano. Mi ritrovo a sorridere all’uscita della Gobba, poi viale Padova, un pezzo di Leoncavallo con il suo pavé sconnesso, quindi via Giacosa che fiancheggia il Trotter e, finalmente, via Rovereto.
Parcheggiare è praticamente impossibile, visto che stanno riqualificando la zona, predisponendo spazi per gli alberi a discapito delle auto dei residenti. Inoltre in una parte della via stanno ancora lavorando. Una botta di culo (si può dire ?) : una Toyota si sposta lasciandoci posteggiare proprio di fronte al portone di casa.
Ed eccoci nell’appartamento : entriamo con un po’ di apprensione, dopo che la portinaia ci aveva avvisato dell’incursione ladresca. In cucina va abbastanza bene: le antine dei mobili e i cassetti sono spalancati, ma è praticamente tutto abbastanza a posto. In camera invece è un vero disastro: hanno rovesciato tutto per terra in cerca di soldi e gioielli che, ovviamente, non c’erano. Però un vecchio portagioie, dove la mia amica conservava un po’ di bigiotteria, neppure tanto pregiata, è stato completamente svuotato. I ladri si sono dimostrati degli emeriti stupidi, portando via solo una cuffia wireless, ma dimenticando il trasmettitore, senza il quale ovviamente la cuffia non può funzionare. Inoltre hanno lasciato due lettori DVD nuovi, ancora imballati e neppure ingombranti, ed una stufetta pure nuova, sempre imballata.
In poche parole, è maggiore il disagio che il danno.
Per fortuna non hanno buttato a terra tutti i libri…


Primo marzo 2021

Esattamente un anno fa mio marito ed io tornavamo a casa da Milano, giusto in tempo per non restare bloccati in quella città, ed iniziavamo la nostra lunga prigionia. Per gente come noi, abituata a recarsi almeno un paio di volte all’anno se non addirittura tre in quella città per periodi di circa un mese, e che faceva almeno un viaggio all’anno all’estero, è stata davvero dura.

Non parliamo poi del primo lockdown, tappati in casa come topi, uscendo solo per acquistare le cose necessarie, mentre i balconi erano tutti costellati di tricolori e bandiere arcobaleno con la scritta “andrà tutto bene” e molte persone cantavano allegramente guardando strade e piazze deserte non immaginando lo sfacelo che ci aspettava.

A distanza di un anno è cambiato poco o nulla. La primavera scorsa dovevamo chiudere per poter essere liberi in estate, tanto che qualcuno ha perfino usufruito del bonus vacanze. In autunno, causa le aperture estive, le restrizioni sono riprese, chiudendo per poter aprire a Natale e Capodanno, il che non è stato. Ora chiudono in questo periodo e salteremo pure la Pasqua.

C’è una marea di (scusate il termine) cagasotto che plaude alle chiusure, a fronte di persone che non possono lavorare e non percepiscono alcun reddito…ah già ora non ci sono più i ristori ma ci sono i sostegni…resterà il fatto che saranno sempre briciole in confronto a quanto percepivano prima.

Eravamo in mano ad una massa di incompetenti, inizialmente scusabili perché nessuno era a conoscenza di questa disgrazia che ci era piovuta sulla testa, ma che hanno continuato sulla stessa strada in materia di prevenzione, di protocolli medici errati, di vaccini e piani vaccinali da predisporre, per chi li vuole seguire. Forse adesso qualcosa si sta muovendo, anche se è notizia recente che ci sono interi stock di vaccini INUTILIZZATI. Ormai anche la speranza che qualcosa migliori sta andando a farsi friggere.

Un anno è passato e nulla è praticamente cambiato,


Illogicità

Ieri ho dovuto dare l’addio ad un paio di ciabattine, irrimediabilmente rotte.

“Beh, che c’è di strano?”, dirà qualcuno. Il fatto è che i negozi che le vendono sono chiusi, Secondo gli imbecilli che hanno studiato questi lockdown stabilendo quali negozi possano restare aperti e quali no, io dovrei girare per casa con le scarpe oppure con i piedi scalzi. Fortunatamente in valigia ne avevo un paio di riserva, quelle che uso quando all’estero pernottiamo in albergo, così ho risolto.

Secondo esempio: avevo bisogno di un mestolo in silicone. Mi reco sotto i Portici dove, tra tante serrande abbassate c’è pure Schoenhuber dove mi fornisco di solito (che tristezza ), vedo che  il negozio della D-Mail è però aperto, ma quel determinato prodotto non possono vendermelo.

Lo stesso da Tigotà: per chi non lo conoscesse, questa catena fornisce prodotti per la casa e cosmetici. Bene, si possono comperare creme idratanti e nutrienti, sieri etc, ma non fondotinta, cipria, blush per il trucco.

Sento la solita vocina controcorrente: “Tanto, sotto la mascherina il trucco non ti serve”. Premesso che mi trucco anche per me stessa, ma gli occhi fuoriescono dalla museruola, quindi SERVONO mascara, matite, eyeliner, ombretti…In compenso, gli scaffali sono pieni di mascherine FFP2, obbligatorie se si entra in negozio o si sale sui mezzi pubblici.

Questo per far capire l’illogicità di certi provvedimenti. Noi comuni mortali, a differenza di certi politici, capiamo quanto sia incoerente consentire il pranzo a mezzogiorno e proibire la cena alla sera, ma non qui a Bolzano, dove il ducetto locale ha chiuso tutti i ristoranti, tranne che per l’asporto. Il quale asporto invece è vietato a tutti i bar, che SOPRAVVIVEVANO, vendendo caffè, cappuccini e bibite purché venissero consumati all’esterno. Ora pure quello è negato loro! Però ci sono bar-gelaterie e bar-pasticcerie: bene, queste possono fornire torte, paste e gelati per l’asporto, fermo restando il divieto per caffè e simili.

Semplicemente DEMENZIALE: Non ho più parole per esprimere il mio disgusto.

 


Un anno da dimenticare

Finalmente questo anno di merda è agli sgoccioli.

Scusate la parolaccia, però è dal 2003 che non passavo un periodo simile.

Il 2020 purtroppo ha portato solo dispiaceri, prima di tutto la perdita di quattro persone care (nessuna per Covid), tre per quella brutta bestia che è il cancro, tutte persone giovani, tranne l’ultimo mancato per arresto cardiaco.

Una, Teresa, la conoscevo solo virtualmente su facebook, però ci scrivevamo spesso in messenger, scambiandoci spesso opinioni. Lei era molto religiosa e la fede l’ha sostenuta fino all’ultimo mentre lottava come un leone perché voleva veder crescere i nipotini, l’ultima appena di pochi mesi.

Poi c’era Marina: lei a dire il vero è mancata ancora negli ultimi giorni di dicembre del 2019, ma ho avuto la certezza della sua morte solo all’inizio di quest’anno, quando mio marito ed io ci siamo recati alla clinica dove abbiamo scoperto che era stata ricoverata. Il presentimento lo avevo già avuto quando non aveva più risposto ai messaggi che le inviavo su whatsapp. Di lei, della sua scomparsa, avevo scritto già nel febbraio scorso (“Ciao, gioia”).

Milena, e questa per me è la perdita peggiore: non si può morire in giovane età per un cancro che, pur preso per tempo, l’aveva devastata durante i tre anni della malattia: era una collega d’ufficio alla quale ero molto legata perché aveva solo pochi giorni di differenza con mio figlio maggiore e per lavoro ero spesso a contatto con lei; inoltre era una ragazza davvero molto intelligente e laboriosa. Di lei ricordo specialmente una cosa: il grande abbraccio con il quale mi aveva accolta quando, stravolta, ero tornata in ufficio dall’ospedale, dove avevo appena saputo che mia madre era condannata a morire in breve tempo.

Infine Franco, amico di famiglia da lungo, lungo tempo, con il quale avevamo condiviso molto tempo libero, molte gite: oltre al tumore aveva tanti malanni, diabete, ipertensione, disturbi renali, ma “reggeva” bene, finché il tutto non lo ha fatto collassare.

A questo si sono sommati altri inconvenienti di tono “minore”, per modo di dire, come l’operazione per la cataratta a mio marito.

Poi, inutile dirlo, il periodo di confinamento in casa: è pesata molto questa inattività forzata, specialmente i primi tempi in cui l’unica cosa permessa era fare la spesa a non più di 200 metri da casa. Pure quel disagio dovuto nel portare la mascherina ha influito, sia moralmente che fisicamente: quest’ultima cosa in quanto a causa della museruola sono inciampata, fratturandomi il braccio: operazione per inserire la placca e le viti di titanio, giorni e giorni di riabilitazione, in seguito dovrò fare una nuova operazione per rimuoverla, ma sempre per via del covid non so quando potrà essere effettuata. E per finire, un’altra operazione alla mascella cui ne seguirà una seconda verso marzo del prossimo anno. Se poi vogliamo parlare del disastro economico che ha colpito il paese, meglio che taccia.

Non ho letto cosa prevedevo l’oroscopo del 2020 per il mio segno (Scorpione), ma non credo che avrebbe potuto prevedere una serie infinita di eventi sgradevoli.

Le immagini che posto sintetizzano bene cosa penso di questo anno che volge al termine.


Perché?

Da quando ho aggiornato WP, non riesco più ad aggiungere commenti sui post che leggo, e talvolta nemmeno a mettere il Like.

Perché?


Al contagio, al contagio!

Foto Marco Cantile – LaPresse
sport calcio
20 05 2012
Calcio, Napoli: notte di festa in città per vittoria Coppa Italia
Nella Foto festa napoli con il pullman della squadra
Photo Marco Cantile – LaPresse
20 05 2012 Naples
sport soccer
Football, Naples party night in town to win Italian Cup
In the pic celebrates in the city

17 giugno 2020.

Ricordate questa data? È il giorno, o meglio la sera, in cui migliaia di napoletani si sono riversati nelle strade per festeggiare la coppa Italia e, a detta di tutti ma soprattutto del governatore De Luca, avrebbero dato inizio ad un’apocalittica serie di contagi. I giorni sono passati, prima una decina, poi una quindicina, infine un mese. Adesso ad un mese e mezzo non mi sembra che ci sia una moría in Campania e nemmeno una ripresa dei contagi.

Non vi sembra che ci stiano prendendo tutti per i fondelli?

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Mi sento trasgressiva.

Dopo parecchio tempo ho incontrato la mia ex collega, con la quale ho lavorato fianco a fianco per trent’anni ed oltre. Il luogo non era dei migliori (il parcheggio dell’istituto di riabilitazione) e nemmeno le circostanze: io andavo a fare fisioterapia per il braccio fratturato, lei aveva accompagnato il figlio reduce da un incidente, sempre per la riabilitazione. Beh, al diavolo mascherine, distanze e saluto con il gomito: ci è venuto istintivo abbracciarci e baciarci sulle guance.


Stati generali! seconda puntata

Parto dal mio caso personale per poi ampliare il discorso.

Come ho scritto qualche tempo fa, mi sono fratturata l’omero, in seguito operato con l’innesto di una placca Philos e vari fili metallici. Inizialmente ho subito l’immobilizzazione dell’arto, e poco dopo la rimozione dei punti di sutura ho iniziato la fisioterapia. Adesso, dopo una decina di sedute, sono a buon punto, in quanto ho acquistato un buon 50% di mobilità e riesco a compiere vari movimenti che prima mi erano preclusi: l’estensione va abbastanza bene, ma non riesco ancora a posizionare il braccio sulla schiena ma col tempo dovrei riuscirci. Fondamentale quindi è stato il movimento.


Questo per dire che un’azienda rimasta inattiva per i tre mesi del lock down è come un individuo immobilizzato nel letto per tutto questo tempo, e i cui muscoli sono ormai atrofizzati. Per rimetterla in sesto non bisogna ostacolarla con tasse (nuove o vecchie non ha importanza) e con il peso della burocrazia, ma bisogna innanzitutto spingerla quanto prima e con ogni mezzo a riprendere la produzione, cosa che non sembra voglia fare questo governo, più votato ad una politica assistenzialista anziché espansionista. Solo creando lavoro si crea sicurezza nelle famiglie e si innesta una spirale virtuosa nell’economia.

Conte invece si è inventato gli “Stati generali”, una serie di riunioni (ben dieci giorni), in cui si confronteranno varie persone, molte delle quali non italiane (Lagarde e von der Leyen, ad esempio) o per nulla attinenti alla politica economica tipo Farinetti ed il trio degli illustri architetti Piano, Boeri, Fuksas.

Stati generali rigorosamente a porte chiuse, senza nemmeno lo streaming che tanto piace al M5S (qualcosa da nascondere a noi cittadini?) e ben settecento persone per garantire la sicurezza, buffet (che negli alberghi sono vietati, ma evidentemente il governo è esente da queste restrizioni), e come al solito parleranno di aria fritta: ipotesi, proclami e promesse tante, cose concrete nemmeno l’ombra, egocentrismo del premier invece al massimo.


Libertà

Da ieri qui a Bolzano è iniziata una parvenza di vita quasi normale.

Negozi, ristoranti, gelaterie e bar aperti, naturalmente con gli accorgimenti del caso – mascherine e guanti – nessun obbligo di autocertificazione, i parenti conviventi non hanno nemmeno l’obbligo del distanziamento “sociale” (ce n’è anche uno asociale? 🤔), il che sembrava una vera assurdità: condivido tutto con una persona, nel mio caso mio marito, ma se esco devo stargli a un metro di distanza e, in auto, sedermi sul sedile posteriore.

Quindi oggi finalmente esco, con il mio bel braccino appeso al collo, ma soprattutto finalmente mi vesto, dopo quasi un mese in cui sono infagottata in felpe, pantaloni della tuta e giacche del pigiama di mio marito, larghe abbastanza da poter essere infilate senza troppa fatica e sforzo per il braccio.

Se poi riesco addirittura a mettere le lenti a contatto, sarebbe un bel passo avanti.

Libertà, finalmente.


Si ricomincia

Mi hanno operato, come stabilito, lunedì mattina, e già martedì dopo pranzo mi hanno dimessa. L’osso è stato aggiustato, la degenza è andata bene, l’importante per me è non sentire dolore. Adesso sono qui, con il braccio al collo, un bel taglio di almeno una ventina di centimetri con una lunga sfilza di punti metallici (non so nemmeno quanti).

Mi sono presa un paio di giorni di assoluto riposo e l’unica cosa che mi rammenta l’operazione, oltre al taglio, è il colore della tintura – o cos’altro sia – che è rimasta su buona parte del braccio e una bella macchia bluastra sulla mano sinistra dove era inserito l’ago della flebo. Vedo il lato positivo: prima dell’operazione mi hanno fatto il tampone per il Covid 19, naturalmente negativo.

Beh, anche questa è passata.


😭

Il braccio, dopo la scomparsa del dolore e l’accresciuta mobilità , non ha più proseguito nel miglioramento. A malincuore, data la situazione sanitaria derivante dal COVID-19, il 30.4 mi sono recata in una clinica per effettuare le radiografie ed il responso purtroppo è stato quello di frattura del collo dell’omero.
Quindi passaggio al pronto soccorso dell’ospedale, tac, ECG, tampone, altra rx al torace, e operazione. Solo che non è stato possibile effettuarla il 1′ maggio come preventivato, e quindi dovrò tornare in ospedale domenica sera per essere operata lunedì mattina.
Sono giorni di tensione. 😭


IMMUNI

Sono una persona che segue le regole, quindi pur malvolentieri mi assoggetto a questa segregazione ( basta con l’anglicismo lockdown, non ne posso più; abbiamo l’italiano, usiamolo). Non venitemi però a parlare di venir controllata, pur se in maniera probabilmente anonima, da una applicazione sul cellulare; ho disattivato proprio per questo il tracciamento eseguito da Google, utilizzandolo solo quando è strettamente necessario e per brevissimo tempo, stanca di sentirmi domandare: “Loredana, come ti sei trovata in questo bar? E come era quel monumento?”

Premessa: IMMUNI funzionerà solo se verrà usata da almeno il 60% degli italiani.

Ammesso che tutta questa massa di persone utilizzi l’applicazione, che validità potrà avere se solo una minima parte di loro sarà stata sottoposta al tampone? Uno può essere asintomatico e contagioso comunque, ma senza che gli sia stato fatto il tampone non lo sapremo mai.

Comunque Arcuri ha già parzialmente corretto il tiro, dicendo che non limiterà il diritto di spostamento di chi non scaricherà l’applicazione, piuttosto garantirà facilitazioni sanitarie (non definite) a chi l’avrà scaricata. Mi chiedo in qual modo, dato che l’applicazione garantisce l’anonimato.

Alcuni potrebbero dire “Non mi interessa se violano la mia privacy perché io non ho nulla da nascondere.” Occorre fargli capire che stanno fraintendendo il concetto fondamentale dei diritti umani. Non occorre giustificare il motivo per cui si ha “bisogno” di un diritto: il carico della giustificazione ricade su chi cerca di infrangere quel determinato diritto. Ma anche se fosse, non puoi cedere i diritti altrui perché a te non sono utili. Ad esempio, la maggioranza non può votare contro i basilari diritti di una minoranza. […] Affermare che non si è interessati al diritto alla privacy perché non si ha nulla da nascondere è come dire che non si è interessati alla libertà di parola perché non si ha nulla da dire.“ (Edward Snowden)


Ufffff…

Verso fine novembre 2002, mentre ero in ferie in Ungheria con marito, figlio, nuora e nipotina, mi sono fratturata il malleolo. Frattura netta, pulita, non scomposta per fortuna, e grazie al cielo c’era mia nuora che faceva da interprete tra me ed il personale medico.
Tralascio le vicissitudini burocratiche avvenute in Italia quando si trattò di sostituire il gesso provvisorio messomi in Ungheria, ricordo solo che fui sul punto di chiamare i carabinieri per lo scaricabarile di vari sanitari.
Perché scrivo questo? Perchè a seguito dell’infortunio mi furono concessi 2 mesi e mezzo di malattia. A fine anno, con bilancio da chiudere ed altre incombenze fiscali, stipendi e tredicesime da pagare, non potevo certo permettermi di restare a casa : il mio ufficio “ero io” e non avevo nessun sostituto, nonostante lo avessi richiesto da tempo. Quindi munita di stampelle andavo comunque al lavoro (del resto era solo una gamba fratturata, la testa funzionava ancora 😊) anche se ad orario ridotto, e qualcosa facevo pure a casa.
Beh, quei 75 giorni mi pesarono molto meno di questa reclusione forzata. Adesso poi con il braccio destro ancora dolente, pur non così tanto come i primi giorni, non potendo fare molti movimenti (ho ancora molta difficoltà ad usare il PC, preferisco adoperare solo lo smartphone), le giornate sembrano non passare mai. Poltrona, sedia, poltrona, un telefilm, il giornale sul tablet, un libro, un film… Al massimo quattro passi sul balcone o per guardare fuori dalla finestra.
Passerà, ma intanto…
Uff….


😢

Qualche giorno di sospensione. Causa una brutta caduta, ho il braccio destro pressoché inutilizzabile, e scrivere con la sinistra mi porta via troppo tempo.


Passare il tempo #iorestoacasa

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Non so più a quale giorno di “arresti domiciliari” sono.

Ufficialmente sarebbe dall’undici di marzo, in realtà ero già a casa volontariamente da qualche giorno.

Molti si lamentano per la privazione della libertà: ne convengo pure io, è seccante non poter uscire, specie se non si sa se si è infetti o meno causa della non effettuazione dei tamponi su larga scala. Ora ci sono tamponi in numero sufficiente, però non ci sono abbastanza laboratori per effettuare le analisi…e poi noi saremmo la migliore sanità del mondo come continuano a ripeterci? A livello individuale senza dubbio, ma a livello strutturale, causa gli innumerevoli tagli dal governo Monti in poi, certamente no.

Penso se queste restrizioni che ritengo illiberali, pur rispettandole, le avesse imposte un governo di destra: sarebbero tutti a gridare al golpe, ma tant’è, lo hanno fatto LORO, quindi tutto va ben, madama la Marchesa.

Le giornate trascorrono tutte uguali: pulito tutto il pulibile, lavato tutto il lavabile, stirato tutto lo stirabile, si passano le ore in attesa del bollettino delle ore 18. No, non ascolto quello ufficiale della Protezione Civile, ma quella di una associazione di volontariato che comunica dati molto più attendibili. La spesa la faccio fare a mio marito, che sopporta meno la reclusione: ogni 3 o 4 giorni ha quindi la sua mezz’oretta di libertà, e ne approfitta anche per gettare l’immondizia.

Oggi però sono uscita a stendere sul balcone: davvero emozionante 🙂 .

Per il resto…Un po’ di CD di musica classica, verso le 17.30 il PC, la sera (ma quello succedeva anche prima) film o serie televisive in DVD, ed il resto della giornata la passo rileggendo i vecchi libri. Sono andata a ripescare nei ripiani più nascosti della mia libreria i volumetti che compravo da ragazza, libri in edizione economica (Oscar Mondadori, B.U.R. Rizzoli, Superpocket Longanesi per intenderci, non avevo molti soldini allora) e ne sto rileggendo molti: saranno almeno 20 se non addirittura 30 anni che non li riprendevo in mano. Ci voleva proprio questa situazione per decidermi a farlo, ma sono contenta di poterlo fare: quindi via libera a John Steinbeck, Ernest Hemingway, Sinclair Lewis, Richard Powell, Theodore Dreiser, William Faulkner, Erich Marie Remarque. F.Scott Fitzgerald, Harper Lee…Copertine consumate, pagine con le “orecchie” per segnalibro, annotazioni a matita dei passi che più mi avevano colpito: in fondo è come fare un viaggio a ritroso nel tempo.


#iorestoacasa

L’appartamento non è molto grande: due camere, cucina abitabile, servizi, quindi la reclusione forzata è abbastanza disagevole.

Inizio a capire come si sentano le bestie chiuse in gabbia, camminando avanti e indietro tra queste quattro mura. Ogni tanto una sosta, poi leggo, ascolto un po’ di musica, intervallando qualche lavoretto rimandato da tempo, un poco di internet, sia dal pc che dal cellulare.

La televisione la riservo, come al solito, per la sera: per fortuna la collezione casalinga di film e serie tv è molto cospicua, quasi da far concorrenza all’offerta di qualche pay tv. Manca il movimento, certo…

Poi però penso a chi è costretto a lavorare: medici, infermieri, volontari, forze dell’ordine, cassiere dei supermercati, autisti dei mezzi pubblici: gente che non solo si prodiga per noi, ma mette in gioco anche la sua vita.

Allora mi reputo molto fortunata di poter restare a casa, uscendo solo in caso di effettivo bisogno, ed il mio grazie riconoscente va a tutta questa categoria di persone, specialmente nel campo ospedaliero, che si sta prodigando oltre ogni limite.

Vi voglio bene, ragazzi: ho visto sui media i vostri volti stanchi, segnati dai solchi che le maschere e gli occhiali protettivi hanno lasciato sulla vostra pelle dopo tante ore di utilizzo, ho visto le vostre mani screpolate per l’uso di detergenti e per il continuo contatto con il lattice dei guanti, i vostri occhi arrossati per le numerose ore di lavoro sfiancante. Non so davvero come ringraziarvi, e ripeto solo: vi voglio bene, e vorrei potervi abbracciare tutti.


Passare il tempo

Per passare il tempo in questi giorni che si fa?

Lavoretti utili.

Ed ecco allora che mi sto dedicando alla confezione artigianale (molto artigianale) di mascherine da portare quando si esce a fare la spesa, nel momento in cui le dotazioni di mascherine usa e getta che già avevamo in casa dallo scorso inverno saranno terminate.

Materiale?

Vecchie camicie di mio marito in puro cotone, doppiando il tessuto, elastico e tanta, tanta pazienza.

Non saranno perfette, ma sono senza dubbio migliori di quelle che la Protezione Civile ha recapitato in Lombardia.

Beh, mi sono data una pacca sulla schiena da sola (scherzo, pure mio marito si è complimentato con me).


Casa, dolce casa.

Dopo tanto tempo, abbiamo trascorso tutto il mese di febbraio a Milano.

Non è stato un periodo bello.

Prima la certezza della scomparsa della mia amica Marina, poi il mio “mitico” Giuseppe, dal quale avevo acquistato molti libri, costretto ormai a stare rinchiuso nel suo appartamento causa l’età avanzata e una grave broncopatia, e con il timore di prendersi il contagio da coronavirus. Infine appunto questo nuovo flagello.

Se il primo periodo è trascorso abbastanza serenamente, tanto che abbiamo pranzato in un paio di ristoranti cinesi ed in uno coreano, l’ultimo è stato surreale: tram semivuoti, metropolitana senza il solito assembramento anche nelle ore di punta, pochi turisti dall’aspetto spaesato, tutti gli esercizi gestiti dai cinesi con le serrande abbassate ed un cartello che avvisava che, stante la situazione, sarebbero rimasti chiusi sino a che non fosse ritornata la normalità. Non parlo solo dei ristoranti, ma anche di bar, tabaccherie, cartolerie ed altre attività commerciali. A questo si sono aggiunte le disposizioni comunali con divieti per mio conto assurdi in quanto contrastanti: bar e pub chiusi alle 18, ma i ristoranti aperti. Chiusi i musei, ma non le sale cinematografiche, chiuse le chiese, ma non le scuole…come se il virus potesse scegliere i luoghi e gli orari nei quali scatenarsi. Poi qualcosa è cambiato, come le restrizioni ai bar che potevano servire i clienti purché fossero seduti ai tavoli e non al banco…mah. Noi comunque abbiamo preferito continuare a pranzare al nostro solito ristorantino, anche questo però con la clientela più che dimezzata. In compenso per strada si vedevano moltissimi rider che consegnavano i pasti nei vari uffici, segno che le persone preferivano uscire il meno possibile. Non parliamo delle farmacie, che esponevano i cartelli : “Amuchina e mascherine esaurite”, così sulla metro mi è capitato di vedere una persona che sul naso, sfoggiava una di quelle mascherine che servono a proteggere gli occhi dalla luce. L’importante però era stabilire se giocare le partite di calcio a porte aperte, chiuse o addirittura rimandarle!

L’unica nota buona, è stata la giornata trascorsa al lago Maggiore dalla nostra amica.

Questa volta non vedevo veramente l’ora di tornare. Spero solo che il virus non causi anche qui la psicosi notata a Milano.


GRAZIE

Questo è un GRAZIE, per un’amica  preziosa, sensibile e dai pensieri profondi.

Grazie per un graditissimo regalo che ho ricevuto quest’oggi, e che sto “assaporando” con la dovuta attenzione e lentezza.

Già, perché ogni verso, anzi ogni parola va gustata con la dovuta calma, con la necessaria accuratezza.

Mia cara Isabella, mi hai fatto un regalo davvero impagabile, che non so come ricambiare, se non con un grazie di cuore.

Loredana


Canto di Natale…a modo mio

Vorrei ritornasse il primo Spirito del Natale, quello dei Natali passati.
I Natali con la neve, con le strade sfolgoranti di luci, con gli alberi addobbati (bene o male non importa) con fragili palline di vetro, le ghirlande sulle porte d’ingresso, le musiche di Stille Nacht o White Christmas in sottofondo, il presepe con il muschio vero e il laghetto fatto con lo specchio, i regali ammucchiati sotto l’abete che profumava ancora di resina, gli occhi dei miei figli che li scartavano con gioiosa impazienza, tutti intorno alla tavola apparecchiata con la tovaglia rossa ed il servizio buono, noi, i figli e i miei genitori. Il profumo dei cibi quando ancora non c’erano problemi di colesterolo, l’aroma delle bucce d’arancio sulla stufa…
Ogni abitazione era un piccolo, gioioso mondo a sé: addobbi, luci, profumi dai quali percepivo chi abitasse in quell’appartamento.

Ora guardo dalla finestra e mi accorgo che non è più il natale di un tempo.
Forse perché nel condominio e nel cortile di fronte non ci sono più bambini e abitano molti extracomunitari per i quali Natale è un giorno come un altro.
Su nessuno dei balconi, su nessuna finestra risplendono le lucine intermittenti, presso i bidoni dei rifiuti si vedono pochissime scatole vuote, nastri ed incarti di regali.
Nessun profumo particolare di arrosti e paste al forno, pastiere o torte Sacher, o semplici panettoni messi a scaldare quell’attimo necessario per esaltarne il profumo.
Neve neppure a parlarne, solo una spruzzata sulle montagne circostanti.
I figli sono lontani, hanno la loro vita, com’è giusto che sia: un augurio per telefono, qualche messaggio, un abbraccio da lontano.
Siamo rimasti solo noi due, e questo è il regalo più bello.
Buon Natale, amore mio.

 


 

A tutti, i miei più cari auguri per un felice Natale. Loredana


Centaura LVIII

Quando muore chi ami, non lo perdi del tutto
ma lo incorpori dentro di te
come una gravidanza senza parto
che può durare una vita.

Marcello Veneziani

 

 

In ricordo del mio babbo, che oggi avrebbe compiuto gli anni 


Gino

“Il Gino” se ne è andato, ci ha lasciato a soli 63 anni.

Per noi bolzanini, quelli cresciuti a ghiaccio ed hockey, Gino era ormai una leggenda tanto che la sua maglia, la mitica 33, era stata ritirata nel febbraio scorso, come si fa con i veri campioni, e lui lo era, nello sport e nella vita.

Ciao, Gino, tanti bei campi ghiacciati per te, tanti puck da indirizzare in rete, come ci avevi abituato.

      Bolzano la nostra fede,

      Gino la nostra bandiera

 

(Fotografie da Alto Adige e da Center Ice Collection)


Manifestazioni

Premetto: sono contraria a marce, fiaccolate, gessetti, palloncini e canzoncine perché ritengo che non servano assolutamente a nulla. Detto questo, a Bolzano domani avrebbe dovuto svolgersi una marcia contro la violenza a sostegno della quindicenne stuprata qualche giorno fa da un extracomunitario.
Ho scritto “avrebbe dovuto”, in quanto la marcia è stata annullata. Il perché è semplice: il Movimento studentesco avrebbe voluto che la manifestazione si svolgesse di mattina mentre il resto delle persone, per lo più lavoratori, avrebbero gradito il pomeriggio.
Sono intervenuta nella discussione scrivendo che sfilare di mattina era un ottimo motivo per bigiare la scuola.
Apriti cielo! Uno dei capoccia (almeno credo) del Movimento Studentesco mi ha ricordato che molte lezioni si svolgono anche nel pomeriggio, al che ho ribattuto che nell’orario pomeridiano si svolgono le materie meno impegnative (confermato pure da vari docenti).
Allora, studentelli dei miei stivali, io, pur avendo lasciato le aule scolastiche da mezzo secolo, ricordo benissimo che ogni scusa era buona per saltare le lezioni. L’unica cosa che mi tratteneva dal farlo era il pensiero delle punizioni che mi avrebbero inflitto i mie e delle eventuali note sul registro che avrebbero pregiudicato il rendimento scolastico.


Vegana

Sono vegetariana, con stretta tendenza al vegano, nel senso che se qualche volta spolvero gli spaghetti con un po’ di parmigiano o mi mangio un gelato non mi sento minimamente in colpa. Del resto, a causa della mia tiroide, gli alimenti a base di soia mi sono preclusi, e qualche sfizio me lo dovrò ben prendere  😀

Fatta questa premessa, non ho mai letto un simile cumulo di sciocchezze come quelle scritte in merito ai vegani dalla dottoressa Silvana De Mari sul suo sito, specialmente tra le risposte a commento dello stesso.

Se Gesù sia stato o meno carnivoro non me ne può importare di meno, anche perché sono agnostica.

Se Hitler era vegetariano, idem.

Io parlo per me e basta, e per questo non mi sento minimamente superiore a nessuno, ma nemmeno inferiore.

Non sono esaltata, come dà ad intendere la signora nei confronti dei vegani: come me ci sono migliaia di persone che seguono tranquillamente questo regime alimentare senza scassare le scatole a nessuno. Ci sono certamente alcune persone (una minoranza) che esagerano, come ci sono molti sostenitori del cibarsi di carne che rompono a loro volta i cosiddetti.

Che ciascuno mangi ciò che vuole e lasci vivere in pace gli altri; se poi si riesce a “convincere” (non “costringere”) qualcuno, senza troppo insistere, a non mangiare carne, tanto meglio, ma deve essere una scelta personale.

Scrivere che amare gli animali significhi odiare l’uomo è una colossale corbelleria.

Cibarsi, anche di carne, è un gesto sacro, in quanto si sacrifica una vita, come scrive la dottoressa? Sarà…del resto nell’ultima cena Cristo spezzò il pane, non certamente una costoletta di agnello.

La signora è una fautrice degli allevamenti non intensivi, e ritiene giusto battersi perché le mucche tornino a brucare l’erba e le galline a becchettare (mi sovviene tanto il ragazzo della via Gluck) cosa praticamente impossibile, dato l’alto numero di persone che si nutrono di carne, uova, formaggi.

Tra i commenti ne ho letti poi alcuni che mi hanno davvero fatto sorridere, ma di compatimento, perché la ritengo una colossale scempiaggine.

Uno in particolare, per cui i vegani muoiono prima. Porto la mia personale esperienza.

Sono più anziana della dottoressa, però in tanti mi dicono che dimostro assai meno della mia età anagrafica; le analisi che eseguo regolarmente sono sempre perfette…Che dovrei volere di più dalla vita? (ah, tra parentesi, amo la vita, la mia e pure quella degli animali, perciò sono cosciente che prima o poi avrà termine e con filosofia accetto anche questo: per questo motivo cerco di godermela più che posso).

Quindi se a Pasqua vorrete mangiare l’agnello, mi dispiace per voi e per l’agnello ancora di più: quasi sicuramente lo mangiate perché ve lo trovate già bello scuoiato e tagliato: non credo che avreste il coraggio di ammazzarlo, trovandovelo davanti.