La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

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Alba

Amore mio, nei vapori d’un bar
all’alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti! Qua
dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
di rinfresco anche l’occhio, ora nell’ermo
rumore oltre la brina io quale tram
odo, che apre e richiude in eterno
le deserte sue porte?… Amore, io ho fermo
il polso: e se il bicchiere entro il fragore
sottile ha un tremitìo tra i denti, è forse
di tali ruote un’eco. Ma tu, amore,
non dirmi, ora che in vece tua già il sole
sgorga, non dirmi che da quelle porte
qui, col tuo passo, già attendo la morte.

Giorgio Caproni

(da Il passaggio d’Enea, 1956)

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Soluzione all’italiana

Sono contro l’ipocrisia.

Cercano di persuaderci della bontà del testamento biologico, invece è la solita soluzione all’italiana.

Con questa legge il povero Fabo avrebbe dovuto comunque recarsi in Svizzera per porre termine ad una non-esistenza che lo condannava a restare immobile e cieco fino alla fine dei suoi giorni, una situazione ancora peggiore del coma, in quanto era vigile e cosciente della propria situazione.

Con questa legge potremo invece decidere se morire di fame e sete come la povera Eluana, una fine che non augurerei nemmeno ad un nemico, in quanto idratazione e nutrizione sono considerate “terapie”.

Terapie sono tutte le cure e gli accorgimenti vòlti a ridurre o eliminare gli stati di disagio e sofferenza nel malato (fonte Wikipedia) o gli studi e l’attuazione concreta dei metodi e mezzi per combattere le malattie, sopprimerne l’agente causale, rimuoverne i sintomi o prevenirne l’insorgenza (fonte Enciclopedia Treccani).

Non credo che sospendere acqua e cibo rientri nelle succitate “terapie”: la sofferenza del malato, anche se in sedazione profonda, verrebbe anzi aumentata.

Alcuni dicono che questa legge sia un primo passo… per mio conto invece no. Le cose qui in Italia restano cristallizzate per decenni, prima che si decida di cambiare qualcosa. Nessuno ha il coraggio di attrezzare davvero dei centri in cui i malati terminali o senza prospettive di miglioramento possano davvero “morire bene”, senza sofferenze inutili e per loro libera scelta. Del resto il consenso informato esisteva già, il rifiuto di sottoporsi a determinati trattamenti medici pure, l’unica variazione è che si possono stabilire anticipatamente queste volontà del paziente, peraltro modificabili in ogni momento. Quindi nulla a che vedere con l’eutanasia, che molti auspicavano, solo un’ennesima presa in giro dei pazienti. E che non mi si venga a parlare della sacralità della vita ed altre cose simili: uno avrà bene il diritto, se terminale ed in grave sofferenza, di morire come meglio crede. Se per ragioni etiche e/o religiose l’eutanasia a qualcuno non sta bene, non vedo perché debba impedirlo ad altri che non hanno le medesime remore: è una decisione strettamente individuale.


Spese di Natale

Credo che ormai tutti conoscano Spelacchio, quell’abete alto e striminzito montato a Roma in piazza Venezia. Il Trentino non ci ha fatto una bella figura “donando” un simile scheletro alla Capitale, a Pinzolo ci sono ben altri abeti, folti e maestosi, però pure la giunta capitolina non ci ha fatto una bella figura adornandolo, come ha detto il sindaco Raggi, “sobriamente”: sembra piuttosto un indice della miseria che impera in questo paese. Si viene a sapere poi che il trasporto e la messa in opera dell’albero sono costati ben 48mila euro e rotti! E qui c’è da incavolarsi…

Non che a Bolzano sia meglio. Certo, il nostro albero in piazza Walther è bello, alto e molto ben guarnito; ciò che fa incavolare è la somma pari a quella sborsata a Roma, per abbellire i new jersey messi a protezione dei siti sensibili: 21 barriere al modico prezzo di 2300 euro ciascuna decorate in questo “artistico” modo: alcuni con disegni effettuati con uno stencil, cosa che pure una persona digiuna di pittura saprebbe usare, ed altri invece con delle righe che non si sa bene cosa vogliano rappresentare. Notare che con poche gocce di pioggia la tinta ha poi iniziato a colare…

Con la somma destinata all’abbellimento (?) di un solo new jersey si sarebbero potute comperare delle bombolette, incaricando dei writers di decorare i blocchi di cemento, come è stato fatto per i muri in altre zone della città, tipo la zona industriale. Tanto i soldi li sborsano i cittadini, e sembra che invece siano stati una forma di finanziamento indiretto ad una associazione di “volontariato”…


O foresta silenziosa

O foresta silenziosa, io ti entro
con un cuore pieno di miseria

per tutte le voci degli alberi

e le felci che si aggrappano alle mie ginocchia.

Nella tua ombra più oscura lasciami sedere
quando i gufi grigi svolazzano su di te;

allora chiederò a te un vantaggio

perché io non posso né svenire, né morire, né delirare.

Guardando attraverso le tenebre come una

la cui vita e speranze sono anche fatte,

congelate come una cosa di pietra,

mi siedo nella tua ombra – ma non da sola.

Può Dio riportare quel giorno quando noi due stavamo

sotto quegli alberi aggrappati in quella foresta oscura?

Elizabeth Eleanor Siddal


Lizzie

Cercando l’immagine per Ophelie, mi sono imbattuta nel ritratto che John Everett Millais fece ad una modella dall’aspetto molto particolare, una bellezza assai malinconica, dalla pelle chiara e trasparente che ben si accordava con la fluente chioma rossa.

Ho scoperto così che si chiamava Elizabeth Eleanor Siddal, detta Lizzie, e che visse per lungo tempo assieme al pittore Dante Rossetti, con il quale poi si sposò, e che fu una donna eclettica, in quanto oltre che modella, fu lei stessa pittrice e pure poetessa.

Lizzie nacque a Londra nel 1829, terza degli otto figli di un coltellinaio londinese, lavorò dapprima come modista unitamente a tre delle sue sorelle minori finché, divenuta sarta della famiglia Deverell, fu notata dal padrone di casa, preside di una prestigiosa scuola di disegno, che aveva ammirato alcune sue immagini e la presentò al figlio pittore, Walter Howell Deverell. Quest’ultimo, colpito dalla sua fisionomia particolare, la utilizzò come modella per sé e per la “Confraternita dei pittori preraffaelliti” cui apparteneva, e che contava tra i componenti anche Millais. Quest’ultimo la ritrasse appunto nell’Ophelia, costringendola a posare vestita in una vasca colma d’acqua riscaldata da alcuni lumi per lunghe sedute. A causa di un problema al sistema di riscaldamento dell’acqua, Lizzie, già cagionevole di salute, svenne e contrasse una polmonite che la ridusse quasi in fin di vita. Il pittore pagò per questo un risarcimento di 50 sterline e si addossò tutte le spese per le cure mediche. Poco dopo, siamo sempre nel 1852, Lizzie conobbe Dante Rossetti, divenendo non solo la sua modella, ma anche la sua allieva e la sua l’amante. Come pittrice fu incoraggiata e sostenuta dal pittore e critico d’arte John Ruskin, (che la giudicava anche migliore di Rossetti), tanto che acquistò tutte le opere di Lizzie, sostenendo economicamente la coppia. Con quel denaro, la ragazza si recava per le cure a Parigi o Nizza, ma nel frattempo Rossetti portava avanti diverse relazioni con varie modelle, situazioni assai pesanti da sopportare per Lizzie, cui si aggiunse, nel 1959, la morte del padre.

Forse per alleviare i dolori, Lizzie intensificò l’uso di laudano, e ben presto ne divenne dipendente. Ruskin esortava Rossetti a sposare Lizzie, ma questi era titubante in quanto la sua famiglia non avrebbe accettato la donna in quanto di umili origini. Si decise finalmente nel 1860, quando Lizzie finì in overdose. L’anno seguente Lizzie mise al mondo una bimba, morta durante il parto. Invece Dante continuava la sua esistenza libertina, tanto che una delle sue amanti diventò madre di una figlia quasi contemporaneamente alla moglie. Lizzie non resse all’umiliazione, e nel febbraio del 1862, sola in casa, si suicidò con un’overdose di laudano lasciando un biglietto in cui spiegava le ragioni del suo gesto, biglietto che venne bruciato per consentirle di essere sepolta in terra consacrata e per evitare lo scandalo alla famiglia di lui.

Rossetti, disperato, fece seppellire la moglie infilando tra i suoi capelli rosso tiziano un quaderno di poesie che aveva composto per lei. Sette anni dopo, vittima di alcool e droga, convinto di perdere la vista ed indebitato, Rossetti fece aprire nottetempo l’avello per recuperare il quaderno e pubblicare le poesie, ricavandone qualche vantaggio economico. La leggenda dice che la salma della donna era ancora intatta e che la chioma era cresciuta a dismisura riempiendo tutta la bara.

Nel 1872 il pittore cercò il suicidio con le stesse modalità di Lizzie, ma venne salvato da alcuni amici. Morirà dieci anni dopo, solo ed in preda alla follia.

(Nell’immagine “Beata Beatrix”, di Dante Rossetti)


Ophelie

 

I

Sull’onda calma e nera dove dormono le stelle

La bianca Ofelia ondeggia come un grande giglio,

Ondeggia molto piano, stesa nei lunghi veli…

– Si sentono dai boschi lontani grida di caccia.

Sono più di mille anni che la triste Ofelia

Passa, bianco fantasma, sul lungo fiume nero;

Sono più di mille anni che la sua dolce follia

Mormora una romanza alla brezza della sera.

Il vento le bacia il seno e distende a corolla

I suoi grandi veli, teneramente cullati dalle acque;

I salici fruscianti piangono sulla sua spalla,

Sulla sua grande fronte sognante s’inclinano i fuscelli.

Le ninfee sfiorate le sospirano attorno;

A volte lei risveglia, in un ontano che dorme,

Un nido da cui sfugge un piccolo fremer d’ali:

– Un canto misterioso scende dagli astri d’oro

II

O pallida Ofelia! bella come la neve!

Tu moristi bambina, rapita da un fiume!

I venti piombati dai grandi monti di Norvegia

Ti avevano parlato dell’aspra libertà;

E un soffio, torcendoti la gran capigliatura,

Al tuo animo sognante portava strani fruscii;

Il tuo cuore ascoltava il canto della Natura

Nei gemiti dell’albero e nei sospiri della notte;

L’urlo dei mari folli, immenso rantolo,

Frantumava il tuo seno fanciullo, troppo dolce e umano;

E un mattino d’aprile, un bel cavaliere pallido,

Un povero pazzo, si sedette muto ai tuoi ginocchi.

Cielo! Amore! Libertà! Quale sogno, o povera Folle!

Ti scioglievi per lui come la neve al fuoco:

Le tue grandi visioni ti strozzavan le parole

E il terribile Infinito sconvolse il tuo sguardo azzurro!

III

– E il Poeta dice che ai raggi delle stelle

Vieni a cercare, la notte, i fiori che cogliesti,

E che ha visto sull’acqua, stesa nei suoi lunghi veli,

La bianca Ofelia come un gran giglio ondeggiare.


Il reato che non c’è

Per favore, non paragonate Reina a Dell’Utri. Il primo efferato assassino, il secondo il galera per un reato che praticamente non esiste, quel “concorso ESTERNO in associazione mafiosa” mai chiaramente definito, ed applicato anche ad una persona di alta levatura come Bruno Contrada che ha aspettato quasi un decennio prima di essere assolto, come da sentenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo. Un reato talmente “inesistente” tanto che si deve applicare il “combinato disposto” tra i due articoli 416bis (associazione mafiosa) e l’art.110 (concorso nel reato).

Già il reato di associazione mafiosa prevede la colpevolezza non di aver commesso uno specifico reato, ma solo per il fatto di appartenere ad una associazione criminale. Quindi è un reato indiretto. Come si può applicare ad un reato indiretto cioè basato sulla colpevolezza a causa di un sodalizio, di un favoreggiamento, una ulteriore connessione indiretta? Non si può essere un po’ mafiosi: o si è mafiosi o non lo si è. Tempo addietro Pisapia ha provato a definire i termini del reato di concorso esterno, definendolo come il comportamento di “chi favorisce consapevolmente con la sua condotta un’associazione di tipo mafioso o ne agevola in modo occasionale l’attività”. Poche parole, semplici ed esaustive, che però non sono state recepite.
Il concorso esterno e’ un reato unicamente valutativo, in quanto può essere attribuito senza la minima prova, ma solo dalla interpretazione che un giudice fa dei comportamenti perfettamente leciti di una persona. (E qui entra in ballo la solita storia della discrezionalità della magistratura, una storia che sarebbe ora avesse finalmente termine). Il concorso esterno in associazione mafiosa è semplicemente un obbrobrio giuridico perché una persona può aver conosciuto un mafioso in circostanze lecite ed aver fatto un lavoro lecito per lui ( ad esempio il progetto di una abitazione) ed essere valutata ” mafiosa esterna” da un giudice. Un abominio giuridico che, praticamente, è stato utilizzato per colpire avversari politici.

Altre persone gravemente ammalate, in età -allora – assai più giovane di dell’Utri , hanno potuto beneficiare degli arresti domiciliari. Si pensi a Sofri o a Bompressi…ma loro ovviamente erano di sinistra. A pensar male si farà peccato, ma spesso ci si azzecca.


Pioggia d’autunno

Vorrei, pioggia d’autunno, essere foglia
che s’imbeve di te sin nelle fibre
che l’uniscono al ramo, e il ramo al tronco,
e il tronco al suolo; e tu dentro le vene
passi, e ti spandi, e si gran sete plachi.
So che annunci l’inverno: che fra breve
quella foglia cadrà, fatta colore
della ruggine, e al fango andrà commista,
ma le radici nutrirà del tronco
per rispuntar dai rami a primavera.

Vorrei, pioggia d’autunno, esser foglia,
abbandonarmi al tuo scrosciare, certa
che non morrò, che non morrò, che solo
muterò volto sin che avrà la terra
le sue stagioni, e un albero avrà fronde.

ADA NEGRI


Mostri

Nella mia testa

c’è sempre stata una stanza vuota per te

quante volte ci ho portato dei fiori

quante volte l’ho difesa dai mostri

 

Adesso ci abito io

e i mostri sono entrati con me.

 

Michele Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawke


La notte

Ma la notte ventosa, la limpida notte

che il ricordo sfiorava soltanto, è remota,

è un ricordo. Perdura una calma stupita

fatta anch’essa di foglie e di nulla. Non resta,

di quel tempo di là dei ricordi, che un vago

ricordare.

         Talvolta ritorna nel giorno

nell’immobile luce del giorno d’estate,

quel remoto stupore.

                      Per la vuota finestra

il bambino guardava la notte sui colli

freschi e neri, e stupiva di trovarli ammassati:

vaga e limpida immobilità. Fra le foglie

che stormivano al buio, apparivano i colli

dove tutte le cose del giorno, le coste

e le piante e le vigne, eran nitide e morte

e la vita era un’altra, di vento, di cielo,

e di foglie e di nulla.

                     Talvolta ritorna

nell’immobile calma del giorno il ricordo

di quel vivere assorto, nella luce stupita.

Cesare Pavese, 16 aprile 1938