La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

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La scala di cristallo

Figlio, ti dirò che la mia vita
non è stata una scala di cristallo
ma una scala di legno tarlato
con dentro i chiodi e piena di schegge
e gradini smossi sconnessi
e luoghi squallidi
senza tappeti in terra.
Ma ho sempre continuato a salire,
ed ho raggiunto le porte
ed ho voltato gli angoli di strade,
e qualche volta mi sono trovato nel buio,
buio nero, dove mai è stata luce.
Così ti dico, ragazzo mio,
di non tornare indietro,
di non soffermarti sulla scala
perché penoso è il cammino,
di non cedere, ora.
Vedi io, continuo a salire…
E la mia vita,
non è stata una scala di cristallo.

Langston Hughes 

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Vuoti a perdere

Leggo un articolo su un quotidiano, dove parla Giuseppe Spagnuolo, l’unico abitante di Roscigno Vecchia, un paesino nel Cilento in provincia di Salerno abbandonato da tutti i suoi abitanti, e per questo intervistato perfino da National Geographic.

Già, perché moltissime persone lasciano i paesini per recarsi in città o, almeno, in paesi molto più grandi.

Così, piano piano, molti bellissimi borghi si trasformano in paesi fantasma.

Case che piano piano si svuotano, un fenomeno che riguarda praticamente tutta la nostra nazione.

Che sconforto vedere finestre senza vetri ed ante, come orbite vuote… Che tristezza vedere che, piano piano, la natura si impossessa nuovamente di questi borghi, ricoprendo di erba ed arbusti le stradine, che diventano impraticabili, mentre i rampicanti ricoprono le pareti e le sgretolano… Che malinconia aggirarsi tra vecchi edifici che diverranno presto dei ruderi, mentre intorno si aggira solo un silenzio irreale…

Ed allora mi viene in mente una “Centaura” di Marcello Veneziani, che riporto qui sotto.

 

LIV

Case senza famiglia,

disabitate d’anime, nascite e cuori;

non case, ma vuoti a perdere.


Confini

Parrà strano, però coloro che oggi teorizzano un mondo con ponti e senza muri, quelli che – come Gino Strada o Claudio Amendola -minacciano di lasciare l’Italia perché poco “accogliente”, sono gli eredi di coloro che hanno creato le barriere, non per evitare che estranei entrassero, ma per impedire ai propri cittadini di uscire. Sono quelli che esaltavano i regimi totalitari, quali quello dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, dove non solo non si poteva espatriare, ma era necessario avere anche il passaporto per i movimenti interni al paese; quelli che giustificavano la costruzione del muro di Berlino che tagliava in due parti una città; quelli che esaltavano la Cuba di Castro e la Cina maoista o i paesi del blocco comunista. Nazioni dalle quali era difficilissimo “evadere” e dove chi non riusciva in quell’intento rischiava la vita o, nel migliore dei casi, una lunga prigionia.

Perché scagliarsi contro i confini?

Su larga scala, i confini sono l’equivalente della porta di casa: quando usciamo o rientriamo, è naturale chiudere la porta per evitare che intrusi vi si introducano. E questo desiderio di protezione è tanto radicato in noi che via via, aumentando i reati, abbiamo reso le porte sempre più sicure mediante blindature varie.

A nessuno piacerebbe rientrare a casa e trovarla saccheggiata oppure occupata da estranei che ci impongano le loro abitudini: e come nella nostra abitazione teniamo a conservarle, così nella nostra nazione abbiamo cura di salvaguardare le nostre usanze e tradizioni: il mondo sarà anche stato creato senza confini, ma gli uomini per primi si sono resi conto che avrebbero potuto proteggere solo una frazione di territorio in cui riunirsi per affinità di costumi e di pensiero.

Quindi non vi piace questa Italia poco(?) accogliente? Andatevene pure, a molti di quanti rimangono, non dispiacerà certamente.

 


1977

Ricordate il 1977?

Il Ministro dell’Interno era Giorgio Napolitano, mentre Presidente del Consiglio era Romano Prodi.

Bene, l’Italia allora era presa d’assalto dai gommoni albanesi che attraversavano lo stretto di Otranto per raggiungere la nostra nazione. Dire “presa d’assalto oggi sembra quasi un’esagerazione, visto che i clandestini erano in numero molto inferiore a quelli che si sarebbero imbarcati dall’Africa dopo la tragedia libica.

Comunque, stante la situazione, le navi della Marina Militare furono autorizzate a pattugliare le acque territoriali dell’Adriatico e furono autorizzate a rispondere al fuoco (qualora si fosse verificato un simile evento) e ad intercettare i gommoni, non certo a trasbordare i clandestini verso l’Italia.

Finì che il 28 marzo di quell’anno (data che ricordo in quanto era il compleanno del mio secondogenito) una corvetta italiana speronò ed affondò una imbarcazione stracarica di albanesi, causando 81 morti, mentre i sopravvissuti furono 32. Per questa tragedia furono condannati sia il comandante dell’imbarcazione albanese che il comandante della corvetta italiana Sibilia. Le cariche dello Stato ne uscirono indenni, anzi non furono neppure sfiorate dall’inchiesta.

Nel caso attuale, la nave Diciotti avrebbe forse dovuto limitarsi a scortare il cargo della Vos Thalassa, innanzitutto per garantire l’incolumità dell’equipaggio, fino a raggiungere nuovamente le acque libiche.

Qualcuno però ha deciso diversamente.


Parlate agli uccelli – Marcello Veneziani

Vorrei fare un discorsetto serio a quella razza superiore che giudica dall’alto il mondo, il prossimo e chi non la pensa come loro. Dico alla sinistra e alle loro insopportabili autocertificazioni di superiorità. Lo dico dopo la catastrofe elettorale del 4 marzo, la caduta di Renzi e del renzismo, l’esodo delle Boldrini, dei Grasso, dei governanti dalle istituzioni. Ma lo dico partendo alla larga e da lontano, da altri ambiti non politici. Per esempio, io non ce l’ho con le attrici, gli attori, i registi e i cineasti di sinistra che s’indignano contro il sessismo e le violenze alle donne e poi non solo tolleravano ma trescavano coi produttori maiali e il loro disgustoso mercato del sesso; molti di loro sapevano, facevano e tacevano. Io non ce l’ho poi contro i cantanti di sinistra che portavano i soldi guadagnati in nero in Svizzera o in qualche paradiso fiscale, dopo aver predicato per la giustizia e i più deboli.

E ancora. Io non ce l’ho con gli intellettuali di sinistra che hanno goduto di privilegi, cattedre e carrozzoni coi soldi pubblici da cui mungere soldi, viaggi e premi, o che pretendono di essere pagati in nero, salvo tuonare contro i privilegi e i ricchi. Io non ce l’ho con gli intellettuali e gli scrittori di sinistra sorpresi a plagiare testi altrui. Non ce l’avevo nemmeno con gli intellettuali di sinistra che furono fascisti, ebbero cattedre, giurarono fedeltà al regime e alle leggi razziali, ma esercitarono poi un intransigente magistero antifascista e toglievano la parola e la dignità a chi non si professava antifascista. Io non ce l’ho con tutti loro, a volte amo le loro canzoni, leggo i loro testi, mi confronto con le loro idee, vedo i loro film e in ogni caso so distinguere il loro lato umano miserabile dalle loro qualità, che riconosco quando non sono palloni gonfiati. No, non ce l’ho con loro.

Ce l’ho col loro ditino. Quel ditino ammonitore che ruota nell’aria quando pretendono d’insegnare agli altri la morale e la coerenza che non praticano o peggio quando disprezzano, ignorano, escludono chi sta a destra, i populisti o i cattolici, i moderati, comunque non nella loro brigata. È quel ditino che decreta solo per appartenenza i lodati e i dannati, le opere e gli autori da recensire e da premiare, e quelli da ignorare e vituperare. Ma ora che sappiamo quanto prendevano, come prendevano, dove portavano, da dove copiavano, come si facevano strada, a prezzo di cosa, quel ditino non lo sopporto più. Non voglio vedervi in galera, alla gogna, censurati, ma col ditino abbassato. Non li mettiamo all’indice, ma all’indice voi non mettete più nessuno.

Fatta quest’ampia premessa sul brutto vizio della sinistra “culturale” scendiamo sul terreno della sinistra politica o di quel che ne resta. Anche qui non ce l’ho con la sinistra di governo che ci ha lasciato in eredità un paese a pezzi, ingovernabile, coi grillini primo partito e il rancore come sentimento pubblico prevalente. Salvo inveire contro i populisti, fingendo di non sapere che tutto quanto essi denunciano come abnorme, patologico, eversivo – dal neofascismo presunto al nazismo immaginario, dai berlusconiani ai leghisti fino ai grillini – è nato in reazione e per rigetto al loro modo di essere, di fare e di governare, alla loro presunzione e alla loro cecità, all’aver ceduto la dignità di un paese, all’aver barattato la morale tradizionale col moralismo ideologico bigotto, all’aver tradito le istanze popolari e sociali senza mai diventare classe dirigente, ma restando sempre – come diceva Gramsci – classe dominante. E lo dico riferendomi ad ogni sinistra: infatti l’unica cosa che accomuna Renzi ai suoi nemici di sinistra e alla vecchia casta radical-progressista o ex-pci, compreso l’episcopato a mezzo stampa e tv, è la spocchia, l’arroganza, il complesso di superiorità. Quella che Giacomo Noventa già nei primi anni 50 definiva “boria”. O “l’albagia” come ama dire di sé e del suo teo-narcisismo il marcescibile Eugenio Scalfari.

Vi sorprenderà, ma io credo che il segreto del fallimento di Renzi non sia stato quello di essersi discostato dalla sinistra ma, al contrario, di esserne stato figlio e prototipo. Renzi ha perduto per la sua arroganza, per la presunzione di usare gli altri come corrimano o materiale di scarto; per il culto di sé, l’autoincoronazione di Migliore e di Predestinato che può permettersi tutto. Anche di piazzare mezze calzette al potere. In una parola, si è reso indisponente per quel vizio antico della sinistra di ritenersi superiori e rivelarsi antipatici – per dirla con Luca Ricolfi. Renzi e il suo cerchio magico si sono resi insopportabili, così come fu per i D’Alema e gli altri sinistrati, fino ai radical chic di lotta e di salotto.

Non mettiamo all’indice nessuno, non alziamo il ditino contro nessuno. Ma ora che siete ridotti a quattro ossa elettorali, cenere politica e fumo intellettuale, smettetela di dare lezioni agli altri, come ancora fa il Frankenstein creato da Renzi, quel Martina che spiega al mondo come si pensa seguendo una visione… Erano insopportabili le lezioni col ghigno dei trionfatori, ma sono insopportabili e grottesche le lezioni con la boria dei nobili decaduti, la vanteria dell’élite sconfitta dalla vile plebe populista, che lascia le ultime istruzioni alla servitù e ai parvenu. Non fate più i maestrini, please.

Siate francescani, e non nel senso di rifugiarvi sotto la tonaca di Papa Francesco. Recuperate del poverello l’umiltà e l’ascolto. E come Francesco, parlate agli uccelli, perché la gente non vi vuole più sentire”.

Marcello Veneziani


Economia spicciola

Tutti quei soldi per Cristiano Ronaldo?
A prima vista possono sembrare un’enormità, però un giocatore al giorno d’oggi non è una persona ma una merce, quindi quanto più il prodotto vale tanto più lo si paga.
Già, perché intorno a quei piedi (o mani, nel caso di un portiere), ruota tutta un’economia. A parte gli abbonamenti allo stadio, ci sono i diritti televisivi e le sottoscrizioni alle pay-tv, i gadget – magliette, bandiere, sciarpe, distintivi -, gli sponsor, le pubblicità di prodotti anche se non legati al mondo del calcio, i trasporti per le trasferte, gli stipendi di chi vende le bibite o i gelati allo stadio.

Lo stesso criterio è valido per attori, cantanti, gente dello spettacolo in genere.
Costoro muovono l’economia? Bene, li si paghi anche per questo. E se proprio non vi va, liberi di non seguirli.

 


Disordine

Entra pure,

prego,

fa come fossi in cuor tuo,

siediti,

serviti,

lo so, c’è un po’ di disordine

e non hai visto la testa,

lì c’è un casino…ma la metterò a posto.

Charles Bukovski


Geordie

Mentre attraversavo London Bridge 
un giorno senza sole 
vidi una donna pianger d’amore, 
piangeva per il suo Geordie. 

Impiccheranno Geordie con una corda d’oro,
è un privilegio raro.
Rubò sei cervi nel parco del re
vendendoli per denaro.
Sellate il suo cavallo dalla bianca criniera
sellatele il suo pony
cavalcherà fino a Londra stasera
ad implorare per Geordie
Geordie non rubò mai neppure per me
un frutto o un fiore raro.
Rubò sei cervi nel parco del re
vendendoli per denaro.
Salvate le sue labbra, salvate il suo sorriso,
non ha vent’anni ancora
cadrà l’inverno anche sopra il suo viso,
potrete impiccarlo allora
Né il cuore degli inglesi né lo scettro del re
Geordie potran salvare,
anche se piangeran con te
la legge non può cambiare.
Così lo impiccheranno con una corda d’oro,
è un privilegio raro.
Rubò sei cervi nel parco del re
vendendoli per denaro.
Rubò sei cervi nel parco del re
vendendoli per denaro.


Coltelli

 Mi hanno piantato dentro così tanti coltelli che quando mi regalano un fiore all’inizio non capisco neanche cos’è.
Ci vuole tempo. 

     Charles Bukowski 


Certezza

Tu sei l’erba e la terra, il senso
quando uno cammina a piedi scalzi
per un campo arato.
Per te annodavo il mio grembiule rosso
e ora piego a questa fontana
muta immersa in un grembo di monti:
so che a un tratto
– il mezzogiorno sciamerà coi gridi
dei suoi fringuelli –
sgorgherà il tuo volto
nello specchio sereno, accanto al mio.

Antonia Pozzi

9 gennaio 1938