La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

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Auguri di buon anno

Per anni ed anni, fin da quando ero ragazzina, ho ascoltato ogni anno alla radio il Concerto di Capodanno di Vienna, che terminava sempre con la Marcia di Radetzky. Ho mantenuto questa abitudine anche da sposata poi, purtroppo, con il tempo questa abitudine l’ho perduta, però mi piace ancora ricordarla…

 


Il terzo uomo

Uno dei film che preferisco?

Senza dubbio “Il terzo uomo”. Non tanto per la trama – sceneggiata da Graham Greene che, a distanza di oltre sessant’anni, può sembrare un po’ datata pur se interessante, ma per la musica, l’interpretazione e soprattutto l’ambientazione e la fotografia.
La musica è quella celeberrima di Kardas, eseguita con la cetra, incalzante e coinvolgente, la regia di Carol Reed, la splendida fotografia di Robert Krasker.

Il protagonista è Joseph Cotten, che interpreta Holly, un scrittore americano di libri di avventura, giunto a Vienna su invito del suo amico Harry che gli aveva promesso un lavoro in questa città, però al suo arrivo viene avvisato che l’amico è morto. Al funerale nota Anna, una bella ragazza – interpretata da Alida Valli – e viene contattato dal maggiore Calloway, un ufficiale inglese – Trevor Howard – che gli consiglia di ritornare a casa. Determinato a scoprire le cause della morte dell’amico Harry, in quanto le versioni riferitegli sono piuttosto discordanti, Holly decide di trattenersi nella città. Frequenta così varie persone che gli confermano la presenza di due uomini alla morte per investimento di Harry, ma il portiere del palazzo gli svela la presenza di un misterioso “terzo uomo”.

Durante le sue indagini Holly viene infine contattato da Harry, creduto morto, e con rabbia e dolore apprende che l’amico è invece implicato in un losco traffico di penicillina, medicinale allora assai raro e ricercato, che, contraffatta con diluizioni di acqua, ha causato la morte di varie persone e la menomazione per meningite di moltissimi bambini. Inutile dire che Harry è interpretato da Orson Welles il quale, pur apparendo dopo circa un’ora di film, giganteggia con la sua interpretazione, mettendo in ombra Joseph Cotten, tratteggiando la figura di un personaggio cinico, arrivista, cattivo al pari del capitano Quinlan dell’omonimo film.

Welles questa volta si limitò a recitare, senza collaborare alla sceneggiatura e alla regia. L’unico suo contributo al film fu la celebre battura sugli italiani e gli svizzeri, e le  differenze tra di loro.

Anche i personaggi minori, molti dei quali parlano quasi esclusivamente in tedesco, come ad esempio una anziana coinquilina sempre avvolta in una vecchia coperta, sono ben caratterizzati.

Per mio conto però la vera protagonista del film è la citttà di Vienna, ancora ferita dalla guerra, con il cimitero immenso, la ruota del Prater e bellissimi palazzi aristocratici accanto a cumuli di macerie. Una Vienna fotografata in un magnifico bianco-nero, che mantiene sempre alta la suspence ed esalta le scene notturne, con strade vuote, dove sull’acciottolato risuonano passi frettolosi di gente che si nasconde, per non parlare delle scene di inseguimento nelle fogne.

Un film che ha meritatamente vinto un gran numero di premi e che, ancora oggi, specie dopo essere stato perfettamente restaurato, rappresenta uno dei capisaldi del cinema noir e si rivede sempre volentieri.


chissà dove sta il principio…

Una gita di pochi giorni, programmata da tempo e sempre rimandata per impegni di lavoro dei nostri amici. Finalmente lunedì mattina siamo partiti per Vienna, alzandoci prestissimo per evitare il maledettissimo traffico commerciale sull’Autobrennero.

Noi a Vienna c’eravamo già stati altre 4 volte per periodi più o meno lunghi, però gli amici non l’avevamo mai visitata. E’ stato quindi un vero tour de force per poter far vedere loro il più possibile nel poco tempo a disposizione.

Ma oggi voglio parlare della diatriba che imperversa da non so quanti anni: è nata prima la cotoletta alla milanese o la Wienerschnitzel?

Sono effettivamente simili, in quanto ambedue impanate, ma non uguali.

La vera cotoletta, tagliata dalla lombata di vitello, innanzitutto ha l’osso che, avvolto nella stagnola, consente di poter mangiare “elegantemente” tutta la carne, rosicchiandola fino alla costola. Inoltre viene battuta, ma molto leggermente, lasciandola ad un’altezza di un paio di centimetri. (Trascuro qui la versione “orecchia di elefante”, una versione più recente, ovviamente senza osso, che risulta troppo fine e croccante). Viene servita guarnita da spicchi di limone che, personalmente, non spremo mai sulla carne perché affloscia l’impanatura, ma li mangio alla fine per “pulire” la bocca dall’unto. La cotoletta inoltre viene accompagnata molto spesso da patatine fritte.

La Wienerschnitzel invece, rigorosamente senza l’osso, è una fettina sottile di vitello ma a volte anche di maiale, battuta un po’ di più ed i puristi la servono con una marmellata di mirtillo rosso. Qualcuno storcerà il naso, però io dico: provare per credere. Il sapore della composta infatti non è dolce, ma asprigno e ben si sposa con la carne, anche perché l’impanatura resta bella croccante a differenza di quanto succede col limone (come ho spiegato sopra). Inoltre viene contornata spesso da patate lessate guarnite da prezzemolo oppure al forno.

Resta il fatto della priorità dell’invenzione. A favore dei milanesi ci sarebbe un documento addirittura del 1134 che parla di “lombus cum panitio”, nonché una lettera di Radetzky nella quale il generale asseriva di aver gustato a Milano della carne eccellente passata nell’uovo e poi nel pane grattugiato, quindi fritta nel burro. I viennesi per contro, dicono che gli italiani abbiano imparato questa tecnica di cottura dai cuochi al seguito dell’esercito austriaco. Mah… Io sono per tutte e due le versioni. A Milano degusto la co(s)toletta, ed a Vienna ho mangiato la Wienerschnitzel…ottime ambedue!