La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

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Torino – Museo Egizio – terza parte-arredi e corredi

Nel 1906 l’egittologo Ernesto Schiaparelli ebbe la fortuna di ritrovare una tomba praticamente integra: era quella di Kha, (qui sotto la statua che lo raffigura)

 

smart_20151018_170228architetto della necropoli del faraone Amenhotep III, e di sua moglie Merit. La moglie premorì al consorte e si suppone che egli le abbia destinato il sarcofago in cui lui doveva essere conservato, in quanto la misura della salma non è proporzionata a quella della cassa. Merit fu sepolta con varie cassette contenenti corredo sia personale, quali tuniche e biancheria intima, che per la casa, come lenzuola, coperte e vasellame.

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smart_20151018_170719Ma tra gli oggetti rinvenuti nella tomba si trovava anche un vasto assortimento di prodotti per il trucco, contenuti in vari piccoli contenitori, pinzette per depilarsi, rasoi e la sua parrucca, in capelli veri, ancora impregnata degli unguenti che servivano a profumarla.

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Ciò dimostra la grande attenzione che prestavano gli Egizi alla cura del corpo ed all’igiene. Anche il marito, in virtù della professione che esercitava, fu sepolto con alcuni attrezzi del mestiere, degli strumenti di misura (cubiti), uno dei quali donatogli dal faraone e contenuto in un astuccio ricoperto d’oro con varie iscrizioni, ma anche una sorta di scacchiera che serviva per un gioco di quel periodo, oltre naturalmente i vasi canopi, cibarie e una copia delle iscrizioni del Libro dei morti ed altre immagini relativi ai riti funebri.

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Inoltre c’erano pure arredi, quali sgabelli, tavolini, sedie e letti con il relativo poggiatesta ed una rete di fibre intrecciate che conteneva ancora dei frutti.

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I sarcofagi dei due sposi erano differenti: in legno di cedro dorato quello di Kha, in legno decorato più semplicemente quello della moglie.

In altre tombe invece furono trovate anche statuette raffiguranti persone intente alle attività quotidiane e di vari schiavi, che dovevano servire i defunti nell’aldilà, nonché vari oggetti che potevano essere utili al defunto. Una particolarità appare dalle statuette delle coppie, che appaiono sempre sedute assieme,a significare la grande importanza e libertà di cui godevano le donne nell’antico Egitto. Solitamente l’incarnato maschile era più scuro, in quanto lavorava all’aria aperta, mentre quello femminile era più chiaro, un po’ perché la donna era dedita ai lavori domestici, un po’ per il trucco a base di biacca che veniva usato all’epoca.

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Torino – Museo Egizio -seconda parte – Sarcofagi

Terminata la complessa operazione dell’imbalsamazione, il corpo veniva posto nel sarcofago. Come ho scritto la volta precedente, inizialmente i corpi venivano posti in grossi recipienti di argilla oppure in ceste di fibre vegetali intrecciate. Anche la posizione dei corpi doveva seguire un determinato rituale: le salme in posizione fetale, ricoperte da pelli o stuoie di fibra intrecciata, posavano il capo su un cuscino di paglia con il viso rivolto ad ovest.

Con le tecniche di imbalsamazione e l’eviscerazione si rese necessario usare la posizione distesa. Si usarono quindi le casse di legno, rozze e squadrate e solo più tardi assunsero la forma tuttora conosciuta di tipo antropoide. Sembra strano, ma all’inizio i sarcofagi più pregiati erano quelli di legno, in quanto questo materiale era di difficile reperibilità. I legni più usati erano il sicomoro, l’acacia ed il tronco di palma, e col proseguire del tempo si iniziò ad importare l’ebano dai paesi del sud oppure abete rosso e cedro dal Libano. (nb: nella seconda fotografia in basso a destra un paio di sandali praticamente identici alle infradito che si usano ancora oggi)

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smart_20151018_164250Molto più avanti si incominciò ad usare la pietra (granito, basalto, calcare, scisto od alabastro). Infine, col decadere della civiltà egizia, i sarcofagi ritornarono ad essere plasmati in materiali meno nobili, quali il “cartonnage”, ossia una miscela di stucco e papiro.

Il termine greco sarcofago significa letteralmente “mangiatore di carne”, in quanto il corpo veniva trasformato dalla mummificazione, ma gli Egizi lo chiamavano invece “il signore della vita” in quanto lo consideravano come la “casa” del defunto che gli consentiva il passaggio nell’Aldilà. Ecco perché all’interno della sepoltura venivano posti anche oggetti di uso quotidiano, come vasellame contenente cibarie, bevande, cosmetici.

Le prime casse erano grezze, poi all’altezza della testa vennero disegnati degli occhi che dovevano consentire al morto di guardare al di fuori mantenendo il contatto con l’esterno; successivamente arrivarono le decorazioni che divennero sempre più complesse e colorate, raffiguranti non solo le fattezze del defunto, ma anche animali deificati, la barca di Anubi che trasportava il defunto ed altri riti sacri.

Dapprima i sarcofagi vennero decorati solo esternamente: quelli femminili riportavano volti con voluminose parrucche, quelli maschili le barbe, che in un certo qual modo “deificavano” il defunto, e lo identificavano con Osiride, indicando che era stato imbalsamato secondo tutte le regole ed era pronto per l’ultimo passaggio.

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Più alto era il rango del defunto, migliori erano le decorazioni, spesso color oro, particolarmente ricercato.

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All’interno poi si trovavano scritte che ricordavano offerte di cibo e bevande ed altre formule sempre riferite al culto dei morti. 

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Torino – Museo Egizio- prima parte – le mummie

Naturalmente non siamo andati a Torino solo per vedere il museo della Juventus.

La cosa più importante, che desideravo visitare da tempo, era il Museo Egizio, universalmente riconosciuto come il migliore al mondo dopo quello del Cairo e che è stato recentemente riaperto dopo oltre tre anni di lavori per riorganizzare tutti i reperti (circa 30mila) in esso contenuti.

Non seguirò qui l’ordine delle sale che abbiamo visitato, ma un altro criterio, mio personale.

Il primo passo è quello delle sepolture e quindi delle mummie.

Gli Egizi avevano il culto della morte: ritenevano infatti che il defunto si riunisse al proprio Ka (doppio) e per questo doveva giungere integro nei campi di Osiride. Quindi, dopo le prime sepolture piuttosto grossolane (in recipienti di maiolica o in semplici contenitori di legno)

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si iniziò a cercare il miglior modo per conservare le salme. In questa fotografia si nota come nella gamba del defunto, coricato in posizione fetale, ci siano resti simili all’impagliatura.

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Con il passare del tempo, il processo di conservazione si perfezionò sempre di più, fino ad arrivare all’imbalsamazione con un processo che, nel caso dei faraoni e dei dignitari di rango più elevato, poteva arrivare anche a 70 giorni. Il corpo veniva dapprima lavato con acqua e natron (carbonato di sodio) quindi dall’occipite o dal naso veniva asportato il cervello, dall’addome il fegato, i polmoni e lo stomaco, tranne cuore e reni. Tutte le viscere estratte venivano conservate nei quattro vasi canopi, spesso decorati con figure di dei dalle sembianze animali.

Si procedeva poi a”salare” il corpo, per eliminare interamente l’umidità che provocava la decomposizione, lasciandolo così per una quarantina di giorni. Solo dopo questo periodo iniziava la vera e propria imbalsamazione, inserendo nella salma svuotata erbe aromatiche, mirra, incenso resina e cera d’api. Dalla parola “cera” che in persiano si dice “mumia” deriva il termine mummia. In alcuni casi, si aggiungeva anche del catrame sia per la conservazione che per dare volume, il che conferiva un colorito scuro alle fattezze del morto.

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Inoltre, le dita di mani e piedi dei faraoni e dei loro parenti, venivano ricoperte con lamine d’oro. Finito il processo di imbalsamazione, il cadavere veniva avvolto in lunghe bende di lino, pure impregnate di balsami profumati. Nei primi tempi, la testa della mummia veniva ricoperta con una tavoletta piatta decorata con un disegno del viso dell’estinto, piuttosto approssimativo.

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Solo in seguito si perfezionò l’arte della maschera funeraria in stucco e gesso colorato con le fattezze del defunto .

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La mummificazione riguardava anche bambini (qui c’è la salma di un piccolo di circa 5 anni),

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ma anche animali ritenuti sacri, come i falchi,

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i coccodrilli,

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i gatti.

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Finita l’imbalsamazione, la mummia del defunto ed i vasi canopi venivano trasportati nella necropoli, accompagnati dal corteo dei parenti.

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Torino…

Due giornate intense a Torino.
Sabato, il primo giro allo stadio ed al museo della Juventus. Dopo l’arrivo e la registrazione in albergo ci era rimasto solo il pomeriggio a disposizione, quindi abbiamo optato per la  visita allo stadio ed al museo della Juventus….

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Beh, è  stato  entusiasmante vedere l’ambiente dove giocano i “miei” calciatori ed il museo, con tutti i cimeli della mia squadra, le foto dei campioni di oggi e del passato, le frasi che hanno detto riportate sulle pareti. 

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L’impianto sorge dove prima c’era il vecchio Stadio delle Alpi, costruito per i mondiali di Italia 90. Le misure del campo di gioco sono le stesse del precedente  (105× 68), però  la struttura è  notevolmente più piccola in quanto è stata eliminata la pista di atletica.  I posti (circa 41000 contro i 69000 del Delle Alpi) affacciano perciò direttamente sul campo, nello stile inglese. 

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Le “panchine” (in realtà comode poltroncine), sono inglobate  direttamente nella tribuna e separate da essa da paratie trasparenti.

PanchinaJuventusStadiumIl campo è ricoperto di zolle di  erba vera che vengono illuminate, in caso di persistente brutto tempo,  da apposite lampade.

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Sui cornicioni,  tutti gli anni in cui la squadra ha vinto dei trofei, (coppe o scudetti).


La particolarità di questo stadio è che è stato costruito interamente riciclando i materiali dell’impianto preesistente,  del quale rimangono “per memoria” solo i blocchi di cemento del perimetro esterno.
Ogni ingresso è studiato per accedere senza barriere architettoniche ed è  quindi all’avanguardia in Europa. Assieme all’Olimpico del Torino ed all’Olimpico della Roma è uno dei tre stadi italiani che soddisfano tutti i requisiti richiesti dall’UEFA in quanto è molto innovativo a livello tecnico, e per queste caratteristiche è stato premiato nel 2012 con lo Stadium Innovation Trophy.
All’interno, ristoranti e sale bar, un’attrezzatissima sala stampa e sala conferenze. All’esterno, il cosiddetto “Cammino delle Stelle”, in cui il perimetro esterno è stato suddiviso in 50 settori, ognuno dedicato ad un giocatore, il cui nome è riportato su una grossa stella dorata,  che ha avuto particolare importanza per la squadra. Ci sono poi 39 stelle argentate, poste accanto alla stella dedicata al grande Gaetano Scirea, dedicate alle vittime della tragedia dell’Heysel, inoltre ci sono  molte altre stelline, ciascuna contenente l’incisione del nome di tifosi che hanno partecipato alla campagna “Accendi una stella”, acquistando una piccola porzione della pavimentazione.

Siamo quindi passati alla seconda fase della visita, ossia quella al Museo. La cosa più importante è senza dubbio la sala dei trofei, però c’è un piccolo appunto da fare: le coppe sono illuminate a tratti da luci stroboscopiche, quindi la vista fatalmente ne risente. Pure fotografare è difficile,e per questo ho preferito postare un piccolo video trovato su YouTube.  Seguono quindi le sale dedicate ai vari campioni con le maglie, sempre a mio parere, disposte in maniera errata: comunque sono riuscita a riprendere  almeno le più importanti: quelle di due grandi Numeri 1 (Zoff e Buffon)

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smart_20151017_190005e quelle di tre grandi Numeri 8 (Tardelli, Conte e Marchisio),

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smart_20151017_185820nonché la maglia di Chiellini con la dedica dopo la vittoria sulla Roma 🙂 . smart_20151017_185912Forse mi sono dilungata un po’ troppo, ma si sa…al cuore del tifoso non si comanda 🙂 .

 

 

 


Antisemitismo

Nel 2008 il Salone del libro di Torino boicottò gli scritti degli autori di nazionalità israeliana. Qualche giorno fa, sempre a Torino, tra le “attrazioni” di una manifestazione promossa dagli squatter c’era il tiro della scarpa (3 scarpe per un euro), contro la sagoma di Shimon Peres con al collo una Stella di David. Notare che nel medio Oriente il tiro di una scarpa equivale ad un grave insulto.

 

Adesso a Milano i centri sociali (?) unitamente a gruppi filopalestinesi minacciano violenze contro la manifestazione ebraica, che si terrà dal 13 al 23 giugno, denunciando addirittura l’occupazione israeliana(! ). Mi aspettavo una presa di posizione da parte del neoeletto sindaco Pisapia, che affermasse il diritto degli ebrei alla libertà di espressione, tanto più che la mostra in questione si occuperà di medicina, cultura, tecnologia, letteratura e turismo.

Lui invece si è limitato a dire che crede in due stati per due popoli (cosa ovvia per altro) e, lavandosene pilatescamente le mani, ha demandato la decisione al Governo centrale in quanto veniva coinvolto l’ordine pubblico, ed ha passato la patata bollente nelle mani del Prefetto, il quale ha ribadito che la kermesse verrà regolarmente tenuta a Milano in Piazza de Duomo.

In alcuni di quei giorni quasi senz’altro sarò a Milano, ed io, agnostica dichiarata, porterò comunque una Stella di David.