La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

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Vincitori e vinti

 

Stiamo riguardando dei vecchi film, gli unici che ancora ci dicano qualcosa, a livello di trama, di interpretazione, di fotografia. Per lo più in bianconero, che esalta i chiaroscuri ed accentua la drammaticità della storia. Tra questi, “Vincitori e vinti”, film del 1961 diretto da Stanley Kramer, con un cast di eccezionale bravura.

Spencer Tracy, nella parte del giudice americano Dan Haywood, chiamato a giudicare assieme ad altri due colleghi, quattro giudici tedeschi accusati di crimini contro l’umanità per aver sostenuto ed appoggiato il Terzo Reich, alterna un’espressione di pietra quando presiede la corte penale ad un atteggiamento dolce ed umano quando si trova a contatto con altri tedeschi colpiti dalla guerra, che molto hanno sofferto sia per la perdita di beni materiali ma soprattutto per la morte di vari parenti. In tribunale anche Burt Lancaster, che impersona il principale imputato, il giudice Ernst Janning, eminente giurista conosciuto in tutto il mondo, ostenta un’espressione impassibile, tranne nel momento in cui elenca le proprie colpe in un monologo di circa 6 minuti che, da solo, vale tutto quanto il film.

Il suo avvocato, Hans Rolfe (Maximilian Schell) cerca di difenderlo, accampando principalmente la scusa che un giudice non fa le leggi, ma è tenuto semplicemente ad applicarle, anche se le leggi stesse sono palesemente inique.

Il difensore è contrastato dalla pubblica accusa, il colonnello Tad Lawson interpretato da Richard Widmark che presenta un filmato scioccante di quello che si era presentato alle truppe americane quando liberarono il campo di concentramento di Dachau, immagini tanto tremende in quanto assolutamente di repertorio. Lo stesso Lawson aveva sostenuto l’accusa anche nel processo contro il generale della Wermacht Berthold, conclusasi con la condanna a morte dell’imputato cui fu negato il plotone di esecuzione ma impiccato come un volgare criminale. Per questo motivo la sua vedova, Marlene Dietrich, lo aborre e cerca di evitarlo il più possibile, mentre invece cerca di far capire al giudice Haywood che non tutti i tedeschi fossero nazisti, e che moltissimi non erano a conoscenza dei crimini perpetrati nei confronti di ebrei, zingari, omosessuali, avversari politici e deboli mentali.

Viene portato in tribunale, a sostegno dell’accusa, un garzone di fornaio, Rudolph Peterson (Montgomery Clift), sterilizzato forse perché debole di mente, forse perché suo padre era un esponente comunista. Sempre per l’accusa, si presenta a testimoniare anche Irene Hoffmann ( Judy Garland) che conferma che il suo anziano padrone di casa ed amico di famiglia, Lehman Feldenstein, fu condannatoa morte in quanto ebreo accusato di aver contaminato la razza ariana accoppiandosi con lei, allora sedicenne, e lei stessa fu imprigionata con l’accusa di spergiuro.

Terminata l’escussione dei testi, ascoltate le arringhe della pubblica accusa e dell’avvocato difensore, la corte si ritira per deliberare. In aula molti ufficiali americani si augurano un verdetto di clemenza per opportunità politica: in quel periodo (1948) era morto il cecoslovacco Masaryk (ufficialmente suicidatosi, ma molti sospettarono di un omicidio), e la Germania poteva rivelarsi molto utile per arginare la crescente avanzata del blocco comunista.

I tre giudici in camera di consiglio vagliano tutte le deposizioni, analizzando ogni punto di vista ed uno dei tre dissente dal giudizio degli altri due colleghi.

Tornati in aula, viene letto il verdetto: gli imputati sono giudicati tutti colpevoli e condannati al carcere a vita con la motivazione che essi erano a conoscenza delle ingiustizie che venivano commesse: tre degli imputati esternano il proprio disappunto, solo Jennings resta impassibile come durante tutte le udienze.

Al momento di tornare in America, Haywood viene avvisato che Jenning vuole vederlo in carcere. Il prigioniero consegna al giudice un diario delle sentenze emesse nei processi durante il nazismo, e afferma che il suo operato va rivisto solamente nell’ambito del periodo storico nel quale si era svolto e che non era a conoscenza di quelle atrocità. Solo in quel momento Haywood, riferendosi alla sentenza Lehman Feldstein, pronuncia la frase che conclude il film: ”Dovevate capirlo la prima volta che condannaste un uomo, sapendolo innocente”. E se ne va.


Waltzing Matilda

Un vecchio film in bianconero del 1959, “L’ultima spiaggia – On the Beach”, un regista di eccezione, Stanley Kramer, un cast straordinario pure se hollywoodiano, come Gregory Peck, Anthony Perkins, Fred Astaire ed una ancora bella, anche se iniziava a sfiorire, Ava Gardner.

onthebeach

La trama si ispira ad un libro di Nevil Shute e descrive la vita di un gruppo di persone che, in Australia, aspettano l’arrivo di radiazioni mortali che hanno già sterminato il resto della popolazione mondiale, consci che prima o poi, con l’arrivo dei venti, anche la loro vita avrà fine. La scena più straziante verso la fine, quando alla popolazione verranno distribuite delle pillole per causare loro la morte senza sofferenza, o proprio al termine del film, quando uno striscione con la scritta “Tranquillo fratello, c’è ancora tempo”, sventola in una piazza vuota.

A far da sottofondo, una delle più belle ballate che io conosca, “Waltzing Matilda”, che qui riporto in due versioni.

E’ una canzone il cui testo era stato scritto dal poeta australiano Banjo Paterson, adattandolo ad una marcia (The Craigielee March) che probabilmente era la variazione di un precedente brano celtico(Thou Bonnie Wood of Craigielea) , e tratta di una vicenda accaduta nel Queensland durante lo sciopero dei tosatori di pecore del 1894, e narra di un tosatore di pecore che dopo averne rubata una, a causa della fame, , per sfuggire alla polizia e quindi all’arresto cade in un laghetto e muore. I tosatori (per lo più girovaghi) in Australia erano chiamati con il termine di “swagman”,

swagman_640px-Elderly_swagmanossia uomo con fagotto (la coperta nella quale riponevano tutte le loro povere cose, arrotolandola e portandola poi a tracolla). Il loro girovagare in cerca di un lavoro era detto waltz, da qui il termine walzing.

Nel 1915 la canzone diventò l’inno dei combattenti australiani mandati a Gallipoli – battaglia passata alla storia per i numerosi errori effettuati sia in campo militare che logistico dagli inglesi – dove i soldati dell’ANZAC (Australia e Nuova Zelanda), pur con perdite pesanti, acquisirono la fama di soldati coraggiosi.

Nel 1971 Eric Bogle, un cantautore australiano di origini scozzesi, la reinterpretò, dedicandola a quei valorosi soldati e reintitolandola “The Band Played Waltzing Matilda”. La canzone ebbe grandissimo successo, ed interpretata da cantanti del calaez.ibro di Tom Waits, Johnny Cash e Joan Baez.

 

Il nuovo testo tradotto da Riccardo Venturi è questo:

 

E LA BANDA SUONAVA “WALTZING MATILDA”

Quando ero giovane me ne andavo a giro col mio fagotto
e vivevo la vita libera del vagabondo.
Dalle foreste di Murray all’entroterra polveroso
beh, me la ballavo proprio tutta, la mia Matilda.
Nel 1915 il mio paese ha detto: “Ragazzo, adesso
smettila di girovagare, c’è da fare un po’ di lavoro.”
Cosi’ mi han dato un elmetto e un fucile
e mi hanno obbligato a marciare per la guerra.
E la banda suonava “Waltzing Matilda”
Mentre la nave si muoveva dal molo,
E fra i saluti, le bandiere sventolanti e le lacrime
salpammo per Gallipoli.
Ricordo benissimo quel giorno terribile
e come il nostro sangue macchiò l’acqua e la sabbia;
e come, in quell’inferno chiamato Baia di Süvla
fummo massacrati come agnelli al mattatoio.
I turchi ci aspettavano, caricaron bene le armi;
ci investirono di pallottole, una pioggia di proiettili —
e in cinque minuti appena ci spediron tutti all’inferno,
dai colpi quasi ci rimandarono indietro in Australia.
Ma la banda suonava “Waltzing Matilda”,
e quando finimmo di seppellire i nostri morti,
e, beh, noi seppellimmo i nostri e i Turchi i loro,
tutto ricominciò daccapo.
Noi che eravamo rimasti, cercammo di sopravvivere
in quel manicomio di sangue, morte e fuoco.
Per dieci orribili settimane ce la feci a restar vivo
sebbene attorno a me si accatastassero i cadaveri.
Poi un grosso proiettile turco mi colpì mandandomi col culo all’aria
e mi risvegliai in un letto di ospedale
vedendo quel che aveva fatto – beh, desiderai essere morto,
non sapevo che c’eran cose peggiori della morte.
Perché non andrò mai più a ballare “Waltzing Matilda”
vicino alla macchia libera e lontana –
per issare tende e paletti ci voglion tutte e due le gambe,
e per me niente più “Waltzing Matilda”.
Raccolsero gli storpi, i feriti, i mutilati
e ci rimandarono a casa, in Australia.
Quelli senza braccia, senza gambe, i ciechi e gli impazziti,
quei prodi eroi feriti alla baia di Süvla.
E mentre la nave entrava nel Circular Quay
guardai là, dove una volta avevo le gambe
e ringraziai Iddio di non aver nessuno che mi aspettasse
a piangere, a disperarsi ed a provar pietà.
Ma la banda suonava “Waltzing Matilda”
mentre ci portavano giù per la passerella
e nessuno più salutava allegro, stavano in piedi e ci fissavano
e poi tutti quanti si girarono dall’altra parte.
E adesso, ogni mese di aprile, siedo nel mio portico
e guardo la parata che mi sfila davanti.
Guardo marciare fieramente i miei vecchi compagni
che ravvivano vecchi sogni di gloria passata.
E quei vecchi marcian piano con le ossa rigide e malandate,
sono dei vecchi eroi stanchi di una guerra dimenticata.
E i giovani domandano: “Per cosa stanno marciando?”
Ed io, io mi chiedo la stessa cosa.
Ma la banda suona “Waltzing Matilda”,
ed i vecchi ancora rispondono all’appello;
Ma col passar degli anni, sempre più vecchi muoiono
e un giorno nessuno marcerà più.
Waltzing Matilda, Waltzing Matilda.
Chi verrà a ballare Waltzing Matilda con me?
E si sentono i loro fantasmi marciare vicino al billabong,
Chi verrà a ballare Waltzing Matilda con me?