La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

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Nausicaa


Ti ascolto e tremo
cullata, inebriata al vento
delle tue parole, sei
l’albero del mio giardino,
l’accordo di cetra, l’insolente
voglia della tua tenerezza:
sei l’uomo, la moltitudine
dei prati e dei mari, e poi
l’approdo che è un momentaneo
abbaglio, per me che fremo
poggiata alla colonna e sfioro
il mio fianco come a pensarlo tuo;
e subito il rimorso
di averti pensato come una donna
io che sono bambina.
Passerò i giorni a ripetermi
l’estasi delle tue parole
come infiniti ritorni
di un’onda e della spuma che non mi può bagnare
di un ingenuo impossibile amore.

(Roberto Vecchioni)


Euridice

Orfeo, Euridice,Ermes

Era l’arcana miniera delle anime.
Esse per quella tenebra vagavano,
mute vene d’argento. Tra radici
sgorgava il sangue che affluisce agli uomini,
e greve come porfido sembrava
in quel buio. Di rosso altro non v’era.

V’erano rocce,
boschi spettrali. Ponti sopra il vuoto
e quello stango grande, grigio, cieco
che incombeva sul suo letto remoto
come cielo piovoso su un paesaggio.
E la striscia dell’unico sentiero,
scialba tra prati, facile e paziente,
pareva lino steso a imbiancare.

Per quell’unica via i tre venivano.

Primo, nel manto azzurro, l’uomo snello,
muto e impaziente, gli occhi tesi avanti.
Il suo passo ingoiava il sentiero
a grandi morsi, senza masticare;
dalle pieghe cadenti gli pendevano
le mani, grevi e serrate, ormai
dimentiche di quella lieve lira
che sulla sua sinistra era cresciuta
come tralci di rosa sull’ulivo.
E i suoi sensi sembravano divisi:
l’occhio correva avanti come un cane,
si voltava, tornava e ripartiva
e aspettava lontano, a ogni curva,
ma l’udito indugiava come l’odore.
Talvolta a lui pareva che intralciasse
il passo agli altri due che dovevano
seguirlo su per tutta la salita.
Allora dietro solo l’eco
dei suoi passi e il vento nel mantello.
Ma diceva a se stesso che venivano,
e a voce alta, e udiva il suono spegnersi.
Sì, venivano infatti, ma entrambi
avevano il piede troppo lieve.
Se si fosse voltato (e non poteva,
poiché un solo sguardo frantumava
tutta l’impresa da portare a termine),
li avrebbe visti, i due dal piede lieve,
camminare in silenzio alle sue spalle:

il dio del moto e dell’ampio messaggio,
con il casco sugli occhi luminosi,
l’agile verga tesa innanzi al corpo,
le ali oscillanti intorno alle caviglie;
e nella sua sinistra, in pegno, lei.

Lei, tanto amata che una sola lira
levò lamento più che mai le prefiche;
e sorse un mondo di lamento in cui
tutto ricompariva: bosco e valle,
strada e paese, campo e fiume e bestie;
e intorno a questo mondo di lamento,
così come intorno all’altra terra,
un sole si volgeva, e tutto un cielo
pieno di stelle, silenzioso, un cielo
di lamento con stelle sfigurate-:
lei, tanto amata.

Ma, tenuta per mano da quel dio,
con il passo frenato dalle lunghe
bende funebri, ella camminava
incerta, mite e senza impazienza.
Raccolta in sé e come trasognata,
non pensava a colui che le era innanzi,
né alla strada su verso la vita.
Era raccolta in sé, e la impregnava
il suo stato di morte.
Se un frutto è pegno di dolcezza e d’ombra,
quella sua grande morte colmava,
così nuova che nulla lei coglieva.

A una verginità nuova era giunta,
e intangibile; il suo sesso era chiuso
come un giovane fiore verso sera,
e le sue mani così disavezze
alla vita nuziale che persino
il contatto di quell’esile dio
tanto lieve e gentile nel condurla,
la turbava per troppa confidenza.

Ormai non era quella donna bionda
che si udiva nei canti del poeta,
non più il profumo e l’isola del talamo,
né più era il possesso dell’uomo.

Era già sciolta come una lunga chioma
e già dispersa come pioggia in terra,
e diversa come retaggio in cento.

Ella era già radice.

E quando all’improvviso
il dio la fermò e con dolore
pronunciò le parole: Si è voltato!-,
lei non comprese e disse piano: Chi?

Ma lassù, scuro sull’uscita chiara,
stava qualcuno, irriconoscibile.
Stava e guardava un tratto del sentiero
in mezzo ai prati ove il dio del messaggio
si voltava in silenzio, mesto in viso,
e si avviava a seguire la figura
che già ripercorreva quel sentiero,
con il passo frenato dalle bende,
incerta, mite e senza impazienza.

Rainer Maria Rilke

(traduzione di Gilberto Forti)


Calypso

(c) Glasgow Museums; Supplied by The Public Catalogue Foundation


Io sono sola
di quella solitudine
che dà l’essere immortali:
nessuna pena concede, nessun dolore
nessuna tempesta all’orizzonte.
Io sono sola di attese
cancellate, segni da Zeus
che mi tolgano finalmente
questo tremendo assillo della felicità
Con te soffrire al gemito
di un abbraccio insperato, a tendermi dentro l’urlo
che mi viene dal tuo amore
è uscire, straniero
da questa divina prigione
di sensi pacati e cieli
inutilmente azzurri
Vale in disperazione e pianto
vale più il tuo addio
di questa cieca eternità
che avrò da vivere
E non sarò più se non ombra
quando ti perderai
di là del capo di Ogigia
Odisseo, perché non un’isola,
il mare, il mare è il tuo mondo

Roberto Vecchioni


Febbre del mare

Devo tornare sul mare, solitario sotto il cielo,

e chiedo solo un’alta nave e una stella per guidarla,

colpi di timone, canti del vento,

sbuffi della vela bianca,

e bigia foschìa sul volto del mare

e un bigio romper dell’alba.

Devo tornare sul mare, ché la chiamata

della marea irruente è una chiara

selvaggia chiamata imperiosa;

e io chiedo soltanto un giorno di vento

con volanti nuvole bianche,

pien di spruzzi e di spuma e di strillanti gabbiani.

Devo tornare sul mare, alla vita

di zingaro vagabondo; alla via

delle balene e degli uccelli marini,

dove il vento è una lama tagliente;

e io chiedo solo un’allegra canzone

da un compagno ridente e un buon sonno

e un bel sogno

quando la lunga giocata è finita. 

JOHN MANSFIELD –  Febbre del mare

 

C’era una nebbia che non si vedeva a un metro,
c’era il timone che non rispondeva più,
i marinai come San Pietro chiedevan di tornare indietro
ma lui aspettava un sogno,un segno da lassù stelle lontane stelle,miserevoli stelle di questo mondo mandatemi una luce per vedere fino in fondo stelle preziose stelle,incantevoli occhi del mistero spiegatemi che razza di motivo ha questo mio veliero
Il capitano era perduto in un miraggio,in mezzo a un mare che non si fermava più,
poteva andarci pure peggio: “mentiva in faccia all’equipaggio”,
e poi cantava per il ponte su e giù, da qualche parte ci sarà pure l’amore,
da qualche parte forse incontreremo il sogno
il desiderio che ci manca,la gioia l’attesa e l’emozione
cose che manco so ma scopriremo insieme. Stelle lontane stelle,silenziose stelle dell’universo ditemi dove,quando e per cosa mi sono perso stelle pietose stelle,sparpagliate stelle di questa sera che cosa ci sto a fare su questo obrobrio di nave nera.
il capitano era di quelli del coraggio e tra le gambe nascondeva un cuore in più
ma dopo secoli di balle e barzellette all’equipaggio,scoprì le lacrime di non poterne più stelle sbraccate stelle,stralunate stelle di questa notte a voi che ve ne frega se siete vive o siete morte… stelle perdute stelle miserabili stelle di questo cielo, è venuto il momento di mandarvi a fare in culo…

 

 


Amicizia

immagine-amiciziaHo il cuore grande,

ma con poche stanze

e pochi ospiti,

preferisco così.

Chi ci entra

non si sente soffocare,

e si sente comodo,

si sente a casa.

Edvania Paes

Amico mio, 
c’è la nebbia oggi su Milano, 
e vedessi com’è bello fuori, 
proprio come quando giocavamo, 
soltanto ieri. 


Amico mio, 
io ti tiro giù da questo letto 
e ce ne andiamo in giro a far gli scemi, 
come quando toccavamo a tutte 
il culo e i seni 
Uscirai con me da questa stanza 
perchè il tempo non ci frega mai 
e gli diremo forte alla speranza 
che non serve, che può anche andarsene, sai,
e la faremo vedere a chi sta in cielo 
chi siamo noi.


Amico mio, 
vorrei scriverti una ninna nanna 
una lettera che sia per sempre 
o la favola che torna a casa 
la tua donna. 
Amico mio, 
non sei tu che non ci sei riuscito, 
sono gli altri che non hanno capito, 
sono gli altri che hanno abbandonato: 
tu sei il migliore. 


Ti terrò la mano questa sera 
senza chiederti se è presto o tardi, 
parlerai di noi la notte intera 
a rincoglionirmi di ricordi, 
e sarai lo stesso amico sempre 
finché parli. 


Amico mio, 
siamo qui accecati in un abbaglio, 
e ogni tanto si apre un o spiraglio, 
e in un canto di miseria grande 
ci batte il cuore; 
amico mio, 
tu mi hai lasciato quasi niente e tanto, 
di avere riso insieme e avere pianto, 
e altre sciocchezze che facciamo noi uomini 
ogni tanto. 


E non c’è stata mai una donna al mondo 
che io abbia amato quanto ho amato te, 
come non c’è nessuna cosa al mondo, 
che non farei perchè restasso con me, 
ma sta sicuro che dovunque tu vada 
io scoprirò dov’è. 


Amico mio, 
tu volerai sopra una nave a vela, 
ti accenderai come una stella a sera, 
e sarai sempre tu, il tuo viso 
e la tua voce 
e di lassù mi indicherai col dito, 
dicendo a tutti “quello, è il mio amico” 
e quando tutti mi vedranno allora 
sarai felice.


Sogno

Don-Quixote-and-Sancho

A tutti gli illusi, a quelli che parlano al vento.
Ai pazzi per amore, ai visionari,
a coloro che darebbero la vita per realizzare un sogno.
Ai reietti, ai respinti, agli esclusi. Ai folli veri o presunti.
Agli uomini di cuore,
a coloro che si ostinano a credere nel sentimento puro.
A tutti quelli che ancora si commuovono.
Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni.
A chi non si arrende mai, a chi viene deriso e giudicato.
Ai poeti del quotidiano.
Ai “vincibili” dunque, e anche
agli sconfitti che sono pronti a risorgere e a combattere di nuovo.
Agli eroi dimenticati e ai vagabondi.
A chi dopo aver combattuto e perso per i propri ideali,
ancora si sente invincibile.
A chi non ha paura di dire quello che pensa.
A chi ha fatto il giro del mondo e a chi un giorno lo farà.
A chi non vuol distinguere tra realtà e finzione.
A tutti i cavalieri erranti.
In qualche modo, forse è giusto e ci sta bene…
a tutti i teatranti.

Miguel de Cervantes, “Don Chisciotte”.

E naviga, naviga, musica naviga va
tienimi forte stasera qualcuno verrà
ma perché in questa notte di luna tu dimmi perché
vado in giro a pescare ricordi e a scordarmi di te
l’importante è chi il sogno ce l’ha più grande
l’importante è di avercela la gioventù
voglio Pepita Moreno la diva del jazz
voglio ballarle sul seno nell’atrio del Ritz
voglio tutto, lo voglio stanotte, ne voglio di più
voglio subito, lo voglio adesso, puoi darmelo tu?
E voglio la donna che ride, la voglio di più
noi due soli nell’alba dorata dei mari del sud
e fatine dagli occhi turchini, zecchini per me
e portamele tutte nell’isola che adesso c’è
l’importante è chi il sogno ce l’ha più grande
l’importante è di avercela la gioventù
Mamma mia, ma che notte di stelle stanotte per noi
canta tu, canto io, l’importante è non smettere mai
mamma mia, ma che notte stanotte di stelle e di idee
sempre quelle, però sono belle perchè sono mie
l’importante è chi il sogno ce l’ha più grande
l’importante è di avercela la gioventù
Mamma mia, ma che notte stanotte di stelle per noi
sempre quelle, però così belle le hai viste mai?
Guardami, parlami, aspettami, canto per te
per te che adesso mi ascolti e sei pazza di me
mamma mia, ma che notte stanotte di stelle per noi
sempre quelle, però così belle le hai viste mai? 


Canzoni per Milano – Luci a San Siro

Beh, domani c’è Milan – Juventus e non potevo non mettere questa canzone di Vecchioni, sempre sperando che vinca la mia squadra del cuore….

 

 


‘ccà nisciun’ è fesso

Così qualche giorno fa Roberto Vecchioni ha lasciato l’incarico per la direzione del forum della cultura di Napoli del 2013. Dopo le polemiche sorte alla notizia del suo compenso di 220.000 euro, il cantautore si era detto disposto a lavorare gratis per il comune partenopeo. Adesso invece lascia, dato che ha saputo che non avrebbe dovuto occuparsi solo di canzoni ma anche di management, contratti e questioni legali…ma per queste incombenze, non c’è uno staff, o forse è perché lavorare gratis non piace a nessuno? 


Soldi, cultura e monnezza…


A me Vecchioni piace, e molto, forse quella che mi piace meno è proprio la canzone che ha vinto l’ultimo Festival di Sanremo.

Ma questa volta ha “steccato”, presentando un conto di € 220mila per la presidenza del Forum delle culture a Napoli, cui andranno aggiunti circa altri 90mila euro per la direzione ed altri bei soldini ancora per i gettoni di presenza. Una bella cifra, il solo Vecchioni prenderà tre volte tanto il compenso del suo predecessore, ma a suo dire è un compenso basso (!) perché dettato dall’amore! E dire che l’aveva definito un evento low cost, cui partecipare per amore appunto e non per un ritorno economico!

Ma anche il signor sindaco De Magistris… Con la monnezza che sta ricominciando ad invadere le strade cittadine, poteva destinare quelle cifre per la raccolta differenziata? Tanto, le multe che ci verranno comminate dalla Comunità Europea non le pagheranno solo i napoletani, ma tutti gli italiani. Questa, nel senso comune, si chiama solidarietà, io la chiamo cialtronaggine e approfittare della coglionaggine altrui. Chi paga è sempre Pantalone.

E se Vecchioni in “Luci a san Siro” cantava “Milano mia portami via, fa tanto freddo, ho schifo e non ne posso più,facciamo un cambio, prenditi pure quel po’ di soldi, quel po’ di celebrità”.

Appunto…”prenditi pure quel po’(?) di soldi”…continuerà a cantarlo. Tanto c’è Napoli che paga!


Il bandolero stanco

 

Dedicato a qualcuno cui piace Vecchioni 🙂