La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

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8 e 9 giugno

8 giugno

Portare l’ombrello oppure no? Il cielo è nuvoloso ma non troppo e nel dubbio, dovendo stare fuori casa per parecchie ore, optiamo per portare gli ombrelli. Per fortuna, perché è una di quelle giornate in cui i goccioloni si alternano a periodi di stasi, costringendoci ad aprire e chiudere varie volte i parapioggia. All’inizio è perfino divertente, in quanto la pioggia cade mentre il sole splende…effetto strano. Poi però comincia a seccare un pochino. Siamo riusciti ad andare dall’”Anema e cozze” che avevano saltato ieri, per gustare i famosi paccheri.

Successivamente una capatina in via Paolo Sarpi.

Pomeriggio di jazz, nella strada.

Riparati dalla pioggia sotto gazebo verdi, si esibiscono vari trii e quartetti prevalentemente di ragazzi giovani, con sassofoni e contrabbassi…sembra una piccola New Orleans.

Ci sediamo in un bar, ed ascoltiamo musica per un’oretta circa. Da quando la via è diventata completamente pedonale, è un piacere passarci.

In seguito altra passeggiata lunghissima, fino ad arrivare ai Giardini pubblici. Un salutino ad Indro Montanelli, con la sua immancabile e fedele “Lettera 22”,

che splende dorato tra il verde dei tigli che iniziano a fiorire, rilasciando nell’aria il loro caratteristico profumo, fino ad uscire sui bastioni.

9 giugno

Un giro da piazza Oberdan lungo viale Piave, Premuda e Montenero ed i successivi, fino ad arrivare da Willy in via Bergamo per il classico risottino (uno dei più buoni, a mio parere).

Poi a porta Genova, oltrepassando il ponte di ferro della ferrovia,

arrivando infine, sempre camminando, in via Valparaiso dove, all’angolo con la via Montevideo, una targa mi incuriosisce. “Qui nel periodo dal 1906 al 1942 aveva sede la famosa Officina Castagna, detta “La fabbrica dei sogni” ( motto creato da Gabriele D’Annunzio), dove lavoravano oltre 600 dei migliori artigiani di Milano”. Il tutto mi spinge a documentarmi.

L’officina, sorta nel 1849, elaborava all’inizio carrozze a cavalli, e divenne fornitrice di molte famiglie nobili dell’epoca. A lei si deve anche la costruzione di una carrozza leggera (spider) filettata di rosso, ordinata da Alessandro Manzoni. Verso la fine del secolo iniziò la collaborazone con Ottolini e Ricordi, che importavano in Italia i quadricicli Benz, tanto che perfino la regina Margherita gli commissionò un’automobile per disputare una delle prime competizioni automobilistiche ed il conte Ricotti una vettura simile nella forma ad un dirigibile,

che è conservata presso il Museo Storico dell’Alfa di Arese. Seguono infine le collaborazioni con la Lancia, l’Alfa Romeo la Daimler Benz ,a soprattutto l’Isotta Fraschini,

le cui Prince of Wales e Commodore vennero esposte nel 1915 a New York, lanciando la ditta anche negli Stati Uniti.Ma la carrozzeria non si occupò solo di automobili perché collaborò anche alla costruzione di vetture ferroviarie di lusso, tra le quali il celeberrimo Orient Express. Ma col passare del tempo, specialmente con la chiusura dell’Isotta Fraschini, la ditta iniziò a declinare, rimanendo come clienti solamente l’Alfa Romeo e la Bianchi, fino a cessare l’attività nel 1954. Ora si occupa solamente di elaborare concept car e della costruzione di fuoriserie per conto di Maserati, Ferrari, Alfa Romeo, ma anche Mini Minor e Fiat. A lei si deve infatti la costruzione della famosa Fiat 500 di Gheddafi, modello fuoriserie elettrico, color verde ed oro (i colori della Libia), pesante oltre una tonnellata, con gli interni color panna, motore che eroga 34 kW costruito appositamente dall’Ansaldo di Genova, che le fa raggiungere la velocità di 160 km/h per un’autonomia di 260 km circa, il tutto per un costo di circa 100mila euro!

Beh, anche questa piccola storia è terminata… e l’ora di tornare a casa si avvicina anche perché, pur essendoci tempo abbastanza bello, c’è un’afa tremenda…





Porta Venezia

Dazi di Porta Venezia - Milano, Milan

Come ho spesso scritto, la “mia” zona a Milano è piazza Oberdan, quella di Porta Venezia, perché da lì iniziava appunto la strada che conduceva alla città lagunare, ma il nome le venne attri buito definitivamente solo nel 1860, in onore di questa città dopo la seconda guerra d’Indipendenza .

E’ menzionata anche ne “I promessi sposi” col nome originario di Porta Orientale, anche se la porta più ad est era la vecchia Porta Tosa. La delimitano due bei caselli daziari,costruiti tra il 1827 ed il 1828 che, persa la loro originaria funzione, ospitano adesso l’Associazione dei Panificatori di Milano, che ne ha curato anche il restauro.

http://www.turismo.milano.it/wps/portal/!ut/p/c0/04_SB8K8xLLM9MSSzPy8xBz9CP0os3hzS0O_QGcLEwP_ICNTA08D_2APT1dHYwMDE_2CbEdFAOVQJaw!/?WCM_GLOBAL_CONTEXT=it/SITur/HOME/artecultura/luoghicultura/loc48

Da porta Venezia inizia, dal lato interno alla città, il corso omonimo, quello che ricorda tanto la Milano di Stendhal, fiancheggiato da bellissimi palazzi, tra i quali quello che ospita il Museo di scienze naturali e la palazzina sede del Planetario, dono dell’editore Ulrico Hoepli alla città.

http://informando.infm.it/galois/msi/cielo/planet_milano.htm

http://milan.arounder.com/it/musei-storici/musei/planetario-di-milano.html

Per un tratto il corso confina con i giardini pubblici, uno dei polmoni verdi della città, dove le mamme portano i bambini a giocare o gli adulti si recano a fare joggin, a prendere un filo di sole nelle prime giornate di primavera o a ricercare un po’ di sollievo durante l’afa estiva.

Invece recandosi verso la periferia, corso Venezia prosegue con corso Buenos Aires, zona altamente commerciale, che termina in piazzale Loreto.

Tutta la zona è comunque descritta, anche se ovviamente riferita ai tempi seicenteschi, nel capolavoro di Manzoni. In una via traversa (via san Gregorio), si trova quello che resta del Lazzaretto, che oggi è diventato un piccolo monastero russo-ortodosso. Il Lazzaretto originale aveva forma quasi quadrata, era cinto da mura di cotto, misurava 378 metri di lunghezza e 370 di larghezza e fu edificato nel XIV secolo, dopo la grande epidemia di peste che si verifico’ nel 1348 durante la signoria di Luchino Visconti.

La parte interna era costituita da un chiostro a colonne sul quale si affacciavano le celle.

Oggi di tutte le stanze restano solamente 5 celle quadrate, del lato di m.4,75, in ognuna delle quali venivano stipati, nel periodo di maggior contagio, fino a 30 appestati. Davanti ad essa c’e’ ancora una porzione della roggia che circondava il Lazzaretto per le esigenze igieniche.

La maggior parte della costruzione fu demolita alla fine del 1800, vittima delle speculazioni edilizie seguite all’Unita’ d’Italia.

Una piccola curiosita’: nel 1700, dietro proposta di alcuni cittadini, venne promulgata dal Comune la legge chiamata usualmente “servitù del Resegone”, per cui tra porta Venezia e Porta Nuova era proibito edificare case che sorpassassero l’altezza dei Bastioni consentendo così la vista dei Alpi e Prealpi nelle giornate limpide.

Altro nome con il quale era conosciuta porta Venezia era Porta Renza, da un’etimologia ancora più antica, derivante da porta Argentia. Sui Bastioni, nei tempi napoleonici, si svolgeva il transito delle carrozze delle dame che imputavano al francese la responsabilità del freddo di Milano a causa della strada del Sempione che, a loro detta, lasciava via libera ai venti del nord fino ad allora trattenuti dalla cerchia delle Alpi.


sempre violenze

Per ragioni anagrafiche non ho vissuto il 1968, che peraltro mi è stato raccontato esaustivamente da mio marito (a quel tempo in servizio, quindi dall’altra parte della barricata). Però, ai tempi della scuola, le mie manifestazioni le ho fatte pure io. Sarà forse che la mia è una città molto provinciale, ma noi ci si limitava a sfilare per le vie con cartelli declamando slogan, al massimo facevamo qualche sit-in per bloccare il traffico, ma nessuna azione di violenza o vandalismo. Una volta, riconosciutami in una foto pubblicata in prima pagina sul quotidiano locale, mi presi uno dei rari ceffoni da mio padre, e me lo cuccai, zitta e buona!

Ma questi giovani di oggi che sfasciano tutto proprio non li capisco.

L’11 di marzo 2006 ero a Milano e lo ricordo come fosse oggi. Arrivata in piazza Oberdan (porta Venezia) c’era un grande spiegamento di forze di polizia e carabinieri. La prefettura aveva autorizzato un corteo di estrema destra, e pur non riconoscendomi in quella ideologia, devo riconoscere che si era pure svolto ordinatamente. Ma dai centri sociali (perché mai questi nomi? Asociali sarebbe meglio) era partita subito la “controffensiva”. Non avendo avuto autorizzazioni di sorta a manifestare, erano convenuti in corso Buenos Aires da vie traverse, da vari punti della città, e giunti sul Corso, avevano iniziato le azioni di vandalismo. Le solite vetrine infrante, un’edicola sfasciata, auto e cassonetti rovesciati e dati alle fiamme, una bomba carta gettata nel ristorante del McDonald’s all’angolo con viale Tunisia, spaventando a morte gli avventori, tra i quali anche bambini, la sede di AN data alle fiamme.

Mio marito, pratico di quelle cose, aveva scelto un percorso parallelo al Corso, ma inutilmente, perché quegli esagitati pervenivano da tutte le parti…

A un certo punto è accaduto l’impensabile, perché vari cittadini, ormai stufi di questo modo di agire, hanno circondato alcuni “manifestanti” cercando di linciarli.

Ricordo, sempre a Milano, anche un corteo nel dicembre scorso (mi sembra fosse il giorno 18), quando volevamo recarci dai parenti per fare gli auguri per le festività prima di tornare a casa, e ci siamo trovati coinvolti in un corteo,

sempre nella solita piazza Oberdan, dove picchetti con le rosse bandiere della CGIL volantinavano in nome del solito antifascismo (ed il comuniso in Corea, Cuba, Cina dove le più elementari libertà vengono negate, dove lo mettiamo?), mentre, tanto per cambiare, arrivavano I soliti centri sociali, tra i quali quello particolarmente agguerrito di via dei Transiti

che bloccarono il traffico in corso Buones Aires

Vorrei tanto che la gente comune si ribellasse a questi esagitati e violenti, che vogliono imporsi con vandalismo e prevaricazioni…in nome della DEMOCRAZIA,…ossia va tutto bene, ma TU DEVI pensarla come me, mentre invece sei uno sporco fascista (come suona bene in bocca a loro questa frase). In poche parole combattono un’ideologia autoritaria e violenta con metodi altrettanto autoritari e violenti…come a dire gli estremi si toccano! Non per alto si parla di “fascismo rosso”. Lo stesso concetto lo ha espresso il sindaco di Chiomonte, che ha addirittura tacciato di razzismo i contestatori NoTav, in quanto chi non è con loro, viene disprezzato, odiato, emarginato: o sei con loro o non esisti proprio e devi essere cancellato dalla faccia della terra. Ed ora che in val di Susa le forze dell’ordine hanno trovato maschere antigas, scudi di plexiglas, fionde e grosse pietre, molotov, arpioni, bombe carta ed altri aggeggi atti a ferire, se non addirittura ad uccidere,

mentre lo stesso ministro Maroni denuncia che questa violenza, fine a se stessa, è indirizzata solo a fare del male, i NoTav ribaltano la situazione, denunciando le maniere forti di polizia e carabinieri in quanto questi, fatti oggetto di tiri di pietre e molotov, hanno lanciato del lacrimogeni…ma siamo matti?