La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

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Tempi duri

L’isola felice, pur messa meglio di altre zone italiane, piange.

Oggi dopo due mesi e mezzo sono ritornata a mangiare in uno dei nostri soliti ristorantini: locale semivuoto, quando in altri tempi era frequentato da studenti della vicina scuola professionale – per la maggior parte provenienti da fuori città – e da lavoratori con i buoni pasto, più molti avventori fidelizzati, tra i quali pure mio marito ed io, attirati dalla buona qualità abbinata a prezzi ragionevoli. I gestori avevano appena sostenuto una spesa non indifferente per poter utilizzare lo spazio esterno anche nella stagione fredda, mediante una copertura fissa, e consentire così anche uno spazio ai fumatori, ed ora è capitata loro anche questa tegola sulla testa, quindi altre spese per dotarsi dei mezzi di sanificazione e dei divisori in plexiglas, ma di contributi statali nemmeno a parlarne. Lei parlandoci aveva le lacrime agli occhi, anche perché ha dovuto lasciare a casa una parte dei dipendenti.

Altra notizia è la chiusura di una pasticceria storica qui a Bolzano, dove mi servivo spesso, specie per portare a Milano lo strudel tipico che confezionavano, uno dei migliori a mio parere. 54 anni di attività praticamente scomparsi, otto dipendenti licenziati, nessuno dei quali ha ancora visto i soldi della cassa interazione…forse uno dei figli riaprirà, ma in forma molto ridotta. E siamo a due.

Ciliegina sulla torta, la riapertura dei mercati settimanali, quello del giovedì vicino a casa e quello del sabato in zona più centrale: gli ambulanti, quelli che si fanno un mazzo tanto alzandosi ad ore antelucane per poter montare i banchetti, sono inviperiti. È stato consentito infatti solo il commercio di prodotti ortofrutticoli ed alimentari, mentre l’abbigliamento è rimasto al palo. Inoltre anche per l’alimentare, essendo i banchi posti su un solo lato della strada per consentire il distanziamento, gli ambulanti potranno vendere solo ogni 15 giorni, a settimane alterne.

Non solo lo stato mette i bastoni fra le ruote, ci si mette pure il comune che non ha trovato il mezzo per garantire a tutti di poter lavorare, magari ampliando le zone a disposizione come invece ha fatto il limitrofo comune di Laives.

Intanto sui social della mia città sto battagliando con i miei concittadini perché critico l’erogazione dell’incentivo per l’acquisto di bici e monopattini, specie se a trazione elettrica: quei soldi li avrei erogati piuttosto ai tanti negozianti in difficoltà.


Saraa su la clèr

 

Passando per via Meravigli, quante serrande abbassate. Ed allora mi viene da pensare a quanti negozi anche storici che conoscevo hanno chiuso a Milano o cambiato genere o gestione.

Innanzitutto lo storico Collini di corso Buenos Aires, – del quale avevo già scritto tempo addietro – ferramenta ed altro, dove trovavi di tutto, dalla lametta al katana, dalla torcia al coltellino svizzero, quello originale, negozio riconoscibile per i suoi infissi in metallo verniciato di rosso.

Poi l’Alemagna in Via Manzoni, ora soppiantato da un Armani, proprio a fianco del Grand Hotel et de Milan, separata da esso solo dal “monumento”(?) a Pertini, ossia quell’orrenda scalinata. C’erano anche vari “All’Onestà”, citati anche da Gaber in “Barbera e champagne” (io sono direttore all’Onestà). E il negozio che mi piaceva più di tutti, all’angolo di piazza Duomo, Galtrucco, con le sue magnifiche stoffe: lane pettinate inglesi, cashmir finissima, broccati e sete intarsiate da perle e strass. Al suo posto adesso…Benetton.

Come sono scomparsi pure gli “Italy e Italy”, quei fast food all’italiana dove si mangiavano rigorosamente solo piatti di pasta, al pomodoro, al pesto ed all’amatriciana: ne ricordo uno, nei pressi di san Babila, rilevato dall’ormai onnipresente Dolce e Gabbana, e quello di Corso Buenos Aires.

Sotto casa nostra infine anche il Sergio della Vodafone ha chiuso. Si trasferisce e cambia attività, si dedicherà alla vendita di apparecchi elettronici e sigarette sempre elettroniche, dal nome evocativo e romantico “la scighera” (nebbia, per i non milanesi).

Un poco alla volta chiudono tutti, a volte rilevati da grandi catene oppure da extracomunitari, la maggior parte cinesi, che vendono bigiotterie, vestiario o pellame a poco prezzo e di dubbia qualità oppure servizi di money change, massaggi e parrucchieri. Così la città sta suddividendosi in due sezioni: da una parte le grandi firme, che spesso acquistano interi edifici, ristrutturandoli e trasformandoli in negozi di prestigio; dall’altra appunto bottegucce.