La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

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Fantaeconomia…ma non troppo

Da tempo cercavo tra gli Urania di mio marito un racconto che avevo letto molti anni fa…ed ora me ne ritrovo un estratto sul blog di Nicola Porro, riportato su “il Giornale”.

E’ un racconto carino, che bene si addice a questi tempi 🙂 e che avevo spesso citato agli amici per illustrare simpaticamente l’effetto recessione.

E’ tutta colpa di quel dannato congelatore beige. A Phoebe piace da impazzire.

Niente da fare. Marvin è davvero di cattivo umore. Ha fatto i conti e la piccola economia domestica della sua famiglia non gira. Marvin non perde tempo e annulla l’acquisto. È Jim, il superboss della catena di elettrodomestici, a ricevere la disdetta. Si chiude nel suo ufficetto, ci pensa su e chiama il suo distributore a Phoenix: «Ti ricordi il mio ordine del mese scorso? Bene, riducilo del 10 per cento; ho troppa merce in negozio». Rialza il telefono e, senza colpo ferire, annulla anche l’acquisto della nuovissima Buick a cuscino d’aria che aveva opzionato da Bill Waters.

«Prendiamo tempo» dice tra sé e sé in una giornata di cattiva forma. La storia continua in una spirale micidiale. Anche Waters viene infettato dal virus depressivo: riduce il suo magazzino di auto a Detroit. E alla segretaria che, stupita, lo interpella risponde seccato: «Sento che c’è una tendenza». E annulla il rogito per una nuova casa.


Il romanzo continua. In una gigantesca serie di cause ed effetti. Il ridicolo presidente degli Stati Uniti si chiede perplesso: «Ma cosa sta succedendo in America?». Semplice, gli rispondono. Una famiglia di Tucson ha rinunciato a comprare un frigorifero beige e da lì è scattata una reazione a catena. Sembra la storia delle banane di Johnny Stecchino. È invece un romanzo di fantascienza degli anni ’70 Scritto da Mack Reynolds. Effetto Valanga, si intitola.
Consigliamo vivamente la lettura a chi ci governa. Ieri, per l’ennesima volta, hanno preso tempo sulla cosiddetta Fase due, insomma sul decreto Sviluppo, a cui Corrado Passera, isolato, sembra tenere molto. Nel romanzo di Reynolds la cosa si risolve in modo grottesco: si pensa cioè di inviare due agenti segreti dotati di un po’ di contanti per permettere a Phoebe di comprare il suo amato frigider beige. E rompere così la catena di depressione.

Da noi, forse, basterebbe lasciare in tasca qualche tassa.
Il punto è che oggi ci troviamo in una spirale depressiva molto simile a quella descritta da Reynolds. Certo, la crisi c’è. Le nostre finanze pubbliche sono a pezzi. E la competitività delle imprese non è da favola. Ma c’è un elemento in più che ci frena. È la mancanza di fiducia. Il diffuso umor nero di consumatori e imprese. Il governo (compreso quello precedente con le pazze manovre estive) ci ha messo del suo: svuotando ancor di più le tasche dei consumatori. L’Imu è una tassa il cui effetto depressivo va al di là dei suoi risvolti espropriativi. Non vogliamo certo dire che si debbano scavare buche e poi riempirle così tanto per creare qualche inutile posto di lavoro. Ma ci vuole un salto. Un’idea. La creazione di un ambiente favorevole al consumo e all’investimento. Non sempre e non solo le variabili economiche sono governate dal vincolo di bilancio. Nel lungo periodo certamente è ciò che conta. Ma nel breve ci sono elementi psicologici che rendono la situazione anche peggiore rispetto a quello che la realtà descriverebbe.
Siamo in una trappola di fiducia: se fino a ieri si sottovalutava la crisi, oggi stiamo alimentandola descrivendola peggio di quanto sia.
Quello che insegna la storia economica è piuttosto banale. Le crisi, periodicamente, ci sono. Ma la loro ampiezza dipende dagli errori della politica. Milton Friedman ha spiegato perfettamente nella sua opera monumentale sulla politica monetaria come la Grande Depressione sia stata alimentata proprio da folli decisioni pubbliche.
Non siamo in grado di dire quanto le misure di Passera possano servire alla nostra ripresa. Ma siamo certi che alimentare una speranza e poi frustrarla, o più semplicemente mostrare una certa lunghezza nel trovare la soluzione ad un problema, renda il contesto ancora più deprimente.