La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

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Non ragioniam di lor

Arno Widmann, giornalista di un quotidiano che tira pochissime copie, manco fosse un bollettino parrocchiale, si permette di criticare Dante, scrivendo che il suo linguaggio ormai gli italiani non lo comprendono più, che ha plagiato l’idea della Divina Commedia da un poema arabo e che ha copiato i poeti provenzali.

Beh, ancora oggi la Divina Commedia è oggetto di studio nelle scuole superiori, ed è comprensibilissima, tranne forse qualche termine ormai desueto, ma che è comunque reperibile su qualunque buon dizionario. Dante è stato il padre della lingua italiana. Fino a quel momento ogni dotto scritto era redatto in latino: c’è voluto il grande toscano per sdoganare il volgare facendolo assurgere alle massime altezze.

La grandezza di Dante sta nel fatto di aver costruito tutta la Commedia in terzine incatenate in endecasillabi, toccando temi disparati, dal sentimentale al religioso, dal politico al morale. Un’opera ormai ritenuta fondamentale non solo in Italia, ma in tutto il mondo come una delle più importanti testimonianze della civiltà medievale.

L’idea che Dante si sia ispirato ad un poema arabo in cui Maometto sale al Paradiso era già stata ventilata nel 1919 da un certo Palacios, un arabista spagnolo, ma è stata smentita in quanto in quel tempo non erano reperibili copie di quel poema; del resto di viaggi nell’aldilà avevano già scritto parecchi, primo tra tutti Publio Virgilio Marone nell’Eneide (preso, guarda caso, a guida di Dante nel suo viaggio nell’Inferno e in Purgatorio), oltre che Omero quando nell’Odissea fa visitare l’Ade ad Ulisse, dove l’eroe greco si incontra con la madre defunta e con Achille. Che poi Dante abbia tratto ispirazione dai provenzali, lo ammette egli stesso: i trovatori, con la loro “poesia cortese” hanno influenzato un po’ tutti in quel periodo, dando vita tra l’altro, nelle loro ramificazioni, alla poesia siciliana. Piuttosto è da rimarcare che la lingua usata dai trovatori era la lingua d’oc, questa sì abbandonata nel tempo a favore della lingua d’oil, madre del francese moderno.

C’è da pensare che l’esternazione di Widmann sia dettata piuttosto dall’invidia: quali scrittori tedeschi coevi di Dante possiamo ricordare, se non Walther von der Vogelweide, un menestrello (Minnesang) che non tutti conoscono?

Come direbbe il Sommo Poeta “Non ragioniam di lor,ma guarda e passa”