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Periferia

Lampi di brace nella sera:
e stridono
due sigarette spente in una pozza.

Fra lame d’acqua buia
non ha echi
il tuo ridere rosso:
apre misteri
di primitiva umanità.

Fra poco
urlerà la sirena della fabbrica:
curvi profili in corsa
schiuderanno
laceri varchi nella nebbia.

Oscure
masse di travi: e il peso
del silenzio tra case non finite
grava con noi
sulla fanghiglia,
ai piedi
dell’ultimo fanale.

19 gennaio 1936

(Antonia Pozzi – Poesia che mi guardi)

 


Desiderio di cose leggere

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Desiderio di cose leggere
Giuncheto lieve biondo
come un campo di spighe
presso il lago celeste

e le case di un’isola lontana
color di vela
pronte a salpare –

Desiderio di cose leggere
nel cuore che pesa
come pietra
dentro una barca –

Ma giungerà una sera
a queste rive
l’anima liberata:
senza piegare i giunchi
senza muovere l’acqua o l’aria
salperà – con le case
dell’isola lontana,
per un’alta scogliera
di stelle –

(1° febbraio 1934)

Antonia Pozzi- Parole, 1938


Funerale senza tristezza

campo brinatoi

Questo non è esser morti,
questo è tornare
al paese, alla culla:
chiaro è il giorno
come il sorriso di una madre
che aspettava.
Campi brinati, alberi d’argento, crisantemi
biondi: le bimbe
vestite di bianco,
col velo color della brina,
la voce colore dell’acqua
ancora viva
fra terrose prode.
Le fiammelle dei ceri, naufragate
nello splendore del mattino,
dicono quel che sia
questo vanire
delle terrene cose
– dolce –,
questo tornare degli umani,
per aerei ponti
di cielo,
per candide creste di monti
sognati,
all’altra riva, ai prati
del sole.

Antonia Pozzi

3 dicembre 1934

Il 2 dicembre 1938, quattro anni dopo aver scritto questa delicata poesia, Antonia Pozzi, poetessa milanese, si suicidò ad appena 26 anni, ingerendo dei barbiturici e lasciandosi morire nei pressi dell’Abbazia di Chiaravalle e lasciando una lettera ai genitori in cui esprimeva la sua “disperazione mortale”, dove la morte giunge livida, “abbrividendo con le spalle nude”.

Di famiglia agiata, padre avvocato, madre contessa, viveva a Milano in una elegante dimora di via Mascheroni. Fin dal liceo scriveva poesie, che però vennero pubblicate solamente dopo la sua scomparsa dopo una attenta e puntigliosa catalogazione da parte del padre anche se, in un primo momento, molte cose furono tenute nascoste per salvaguardare il buon nome della famiglia. Solo dopo anni furono resi noti tutti i suoi scritti, compreso quelli riportati sul diario che teneva fin da studentessa, quando intratteneva una relazione con il suo insegnante di latino e greco. È ricordata anche come fotografa (“nelle fotografie si vede la mia anima”), che ritraggono per lo più paesaggi, ma anche personaggi della montagna raffigurati nelle loro occupazioni quotidiane.

Adesso è ricordata come una delle più grandi poetesse del nostro tempo.


Bellezza – Antonia Pozzi


Ti do me stessa,
il sole vergine dei miei mattini
su favolose rive
tra superstiti colonne
e ulivi e spighe.

Ti do me stessa,
i meriggi
sul ciglio delle cascate,
i tramonti
ai piedi delle statue, sulle colline,
fra tronchi di cipressi animati
di nidi –

E tu accogli la mia meraviglia
di creatura,
il mio tremito di stelo
vivo nel cerchio
degli orizzonti,
piegato al vento
limpido – della bellezza:
e tu lascia ch’io guardi questi occhi
che Dio ti ha dati,
così densi di cielo –
profondi come secoli di luce
inabissati al di là
delle vette –

4 dicembre 1934