La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

Musica

Halloween

Quella festività abbastanza macabra che si celebra nella notte tra il 31 ottobre ed il 1° novembre. Il nome deriva dalla contrazione del lemma scozzese del 1700 circa All Hallow’s-eve, ossia Vigilia di Ognissanti. Una festa celtica di antica memoria, tramutata in festività cristiana ed ora, per motivi prettamente consumistici, diventata pressoché universale.

Anticamente indicava il capodanno in cui si celebrava la fine del raccolto e l’inizio della stagione invernale, quando famiglie e comunità si ritiravano in casa e riallacciavano i legami, però indicava anche quel momento in cui il mondo dei vivi sfiorava il regno dei morti. Si manifesta una certa somiglianza con i riti pagani dei Lemuria o dei Parentalia, in cui gli spiriti dell’Oltretomba venivano ricordati ed esorcizzati.

Papa Bonifacio IV istituì la festa di Ognissanti nell’anno 609, dedicandole il giorno 13 maggio, data coincidente con i sunnnominati Lemuria romani, ma Gregorio III la spostò al 1° novembre, facendola coincidere con la data del Samhain celtico. La riforma luterana però proibì le celebrazioni nelle terre protestanti e la festa si spogliò della sua connotazione cristiana, ritornando alle origini laiche e pagane. E l’usanza di “Dolcetto o scherzetto” da cosa deriva allora? I bambini, rappresentanti la nuova vita, simboleggiano i morti che riprendono vita e che, per assicurarci la loro benignità, devono essere placati con un’offerta per non diventare vittime della loro ripicca.

Una celebrazione quindi assai meno frivola di quanto si possa supporre.

 

Ed ora, festeggiamo la notte di Samhain con la splendida voce di Loreena McKennitt


Serie televisive

Quando anni addietro trasmettevano le serie alla televisione non le guardavo mai. Infatti se per un qualsiasi motivo si perdeva un episodio, spesso non si riusciva più a seguire l’intreccio degli avvenimenti, quindi si restava con la curiosità di sapere come si fosse svolta la vicenda.

Parlo naturalmente di quelle serie a puntate, non certo quelle serie con i medesimi personaggi, ma con episodi a sé stanti, che si concludevano volta per volta.

Adesso però in commercio si trovano i cofanetti contenenti le intere serie, quindi mi sono fatta tentare da qualche fiction degli anni passati.

Tra i primi cofanetti che ho acquistato ci sono vari sceneggiati italiani, molti ancora in bianco e nero, però qualche tempo fa mi sono fatta tentare da Twin Peaks, anche perché mi piace molto David Linch, pur nella sua eccentricità.

A suo tempo di quello sceneggiato in ufficio ne parlavano tutti, alla radio continuavano a trasmettere la sigla, davvero bella, come le altre musiche, e mi era rimasta la curiosità di sapere di quale storia si trattasse, quindi ho acquistato il cofanetto più che volentieri.

La prima puntata (il “pilot”) era scivolata via tranquillamente…bella fotografia, la storia si prospettava come un giallo da seguire con attenzione, l’ambientazione era bella ed anche i personaggi sembravano azzeccati.

Poi sono iniziate le perplessità, quando sono cominciate le situazioni “esoteriche”, però le ho accettate, conoscendo Linch, che ad un certo punto della storia stravolge tutto, come ad esempio ha fatto in Mullholland Drive, dove realtà e sogno sono strettamente intrecciate.

L’unica cosa che mi ha lasciato perplessa però è la fine della serie (parlo sempre di quella originale, l’altra che si svolge 25 anni dopo non ho proprio intenzione di acquistarla).

Dicevo che sono rimasta perplessa, non tanto per la fine, con il famigerato Bob che si impossessa dell’agente Cooper, quanto per le situazioni che sono rimaste irrisolte, sospese… Che fine avrà fatto quel povero disgraziato di Leo, lasciato solo soletto in una capanna in mezzo al bosco, con una corda tra i denti? E James Hurley, che se ne è andato ancora tempo addietro con la sua moto, pur promettendo di ritornare? Hank Jennings è sempre in carcere? Ed ora che Nadine Hurley ha riacquistato la memoria, come finirà la storia tra suo marito Ed Hurley e Norma Jennings, che sembravano essersi avviati verso una vita in comune? Inoltre, come si evolverà la storia di Dana, dopo che ha saputo di essere figlia di Benjamin Horne, e quindi sorellastra di Audrey?

Troppe risposte inevase. Probabilmente molte cose verranno “spiegate” (?) nel sequel di 25 anni dopo che però, come ho già scritto, non ho intenzione di acquistare per evitare che alle domande irrisolte se ne aggiungano delle altre.

 


I gatti randagi

Una canzone che è anche una poesia

I gatti più belli sono i gatti randagi:
girano i quartieri di povera gente.
Amici sinceri di chi non ha niente,
di chi tutto il giorno non fa che sognare;
di notte sui tetti, miagolando alla luna
una carezza gli porta fortuna:
più felice via se ne andrà,
più felice via se ne andrà.

I gatti più belli sono i gatti randagi:
questo il bambino già l’ha capito,
uno sguardo, un sorriso, una carezza, un invito
e amici così si sarà.
Amici sinceri, perché non si è niente,
perché tutto il giorno non si fa che giocare.
Questa carezza gli porta fortuna:
più felice via se ne andrà.

I gatti più belli sono i gatti randagi:
non hanno doveri, non hanno padroni.
Rubando a tutte quelle persone
che sanno odiare ma non sanno amare;
di notte sui tetti miagolando alla luna
una carezza gli porta fortuna:
più felice via se ne andrà,
più felice via se ne andrà.

Siamo un po’ tutti dei gatti randagi:
ce ne andiamo con i sogni in spalla.
Siamo un po’ tutti dei buoni da niente,
siamo un po’ tutti dei tira a campare.
Noi siamo quelli che vogliono andare,
un solo credo: la voglia di amare.
Un solo sogno la libertà,
un solo sogno la libertà.

(Augusto Daolio)

 


Giorno di pioggia

La giornata è fredda, e scura, e cupa
Piove, e il vento non è mai stanco
La vite si aggrappa ancora al muro in rovina,
Ma ad ogni raffica le foglie morte cadono,
E i giorni sono scuri e cupi.

La mia vita è fredda e scura e cupa;
Piove, e il vento non è mai stanco;
I miei pensieri si aggrappano ancora al passato in rovina,
Ma le speranze della gioventù cadono fitte nell’esplosione,
E i giorni sono scuri e cupi.

Fermati, cuore triste! E smettila di lamentarti;
Dietro le nuvole il sole sta ancora splendendo
Il tuo destino è il destino comune di tutti
Nella vita di ognuno di noi deve cadere un po’ di pioggia.
Alcuni giorni devono essere scuri e cupi.

(Henry Wadsworth Longfellow)

 


La fisarmonica

Sabato, giorno di mercato.

Folla di persone che brulicano come insetti in un formicaio, spostandosi da un settore all’altro, esaminando abiti ed accessori oppure prodotti ortofrutticoli e specialità regionali.

Resto sempre sorpresa da come la gente si muova in maniera frenetica e si incroci senza mai scontrarsi negli stretti corridoi tra una bancarella e l’altra.

Ad un tratto, tra il brusio della folla, il suono di una fisarmonica.

Un uomo sulla quarantina, camicia a quadri, bermuda, piedi nudi infilati in un paio di sandali, gli occhi di quel celeste chiaro tipico delle popolazioni di etnia slava, la schiena appoggiata al muro nei pressi di un passaggio ed il berrettino per terra nel quale navigano pochi spiccioli, suona un motivo sconosciuto ma appassionante.

Di colpo, ritorno indietro nel tempo, quando ero bambina, ed i suonatori ambulanti passavano di cortile in cortile strimpellando motivetti popolari sui loro strumenti – fisarmoniche appunto, ma anche armoniche o violini – mentre le massaie si affacciavano ai balconi gettando loro alcune monetine che venivano raccolte da un ragazzetto che accompagnava gli adulti. Spesso c’era anche il classico omino con la gabbietta dalla quale un pappagallino porgeva il “pianeta della fortuna” con l’oroscopo ed i numeri da giocare al lotto, oppure un fogliettino con il testo delle canzonette allora in voga.

Qualche bambina seguendo la musica accennava a qualche passo di danza, tutti i piccoli interrompevano i loro svaghi – i giochi poveri di quel tempo, la corda, la palla, le biglie – per ascoltare i suonatori e scortarli nel loro girovagare tra i vari cortili.

Allora la fisarmonica era uno strumento che non mi piaceva, forse proprio a causa delle canzoncine popolari che suonavano, ed ho imparato a conoscerlo ed apprezzarlo molto tempo dopo, quando ho ascoltato i brani di Astor Piazzolla e di Richard Galliano, solo per citare i più noti, che eseguivano brani di tutt’altra levatura.

 


Settembre

Verdi giardinetti,
chiare piazzole,
fonte verdognola
dove l’acqua sogna,
dove l’acqua muta
finisce sulla pietra. ..

Le foglie d’un verde
vizzo, quasi nere
dell’acacia, il vento
di settembre le bacia,
e alcune si porta via
gialle, secche,
giocando, tra la bianca
polvere della terra.

Antonio Machado


Impressioni di settembre

Quante gocce di rugiada intorno a me
Cerco il sole ma non c’è
Dorme ancora la campagna, forse no
è sveglia, mi guarda, non so
Già l’odore della terra odor di grano
Sale adagio verso me
E la vita nel mio petto batte piano
Respira la nebbia, penso a te
Quanto verde tutto intorno a ancor piú in là
Sembra quasi un mare l’erba
E leggero il mio pensiero vola e va
Ho quasi paura che si perda


Un cavallo tende il collo verso il prato
Resta fermo come me
Faccio un passo, lui mi vede, è già fuggito
Respiro la nebbia, penso a te
No, cosa sono adesso non lo so
Sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso

No, cosa sono adesso non lo so
Sono solo, solo il suono del mio passo
Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già
Il giorno come sempre sarà


Ciao Nanni

Gli ero molto legata…sarà che era di Porta Venezia, la “mia” zona, dove abitava in una casa di ringhiera; sarà che ha soggiornato pure come sfollato a Porto Valtravaglia, paese che anche è nel mio cuore; sarà che cantava spesso in dialetto milanese; sarà che in questa lingua aveva tradotto anche le canzoni di George Brassens; sarà che era anche un jazzista di valore…ecco, sarà per tutte queste cose che lo amavo.

Ed oggi mi trovo a dire addio a Nanni Svampa, lo storico fondatore dei Gufi, il gruppo cabarettistico formato da lui, Lino Patruno, Roberto Brivio e Fiorenzo Magni, ma soprattutto cantastorie di una Milano che non c’è più.

 

 

Al mercaa de Porta Romana

Per ‘na stòria de quatter scigoll

Tucc i dònn, saran staa ona vintenna,

S’eren miss adree a fà question.

A pè, in bicicletta, de corsa

Riven i ghisa e on quaj pollee

Poeu on quajvun el se scalda e’l vosa

Per fermaj e per faj tasè. 

Mì me par che anca i pussee stupid

Quand se tratta de ciappaj su

Ben o mal, tanto ormai l’è inutil,

Van via tucc e ne parlen pú.

Lilinscì inveci de moccala

S’inn scaldaa tucc anmò pussee

E han taccaa a dà via bòtt devvera

Contra i ghisa e adòss ai pollee. 

Quand hoo vist i donnett per terra

Ch’eren ‘dree a ciappaj su de bon

M’è vegnuu come ona gran voeuja

De saltà giò a dagh ona man.

Del sest pian dove che gh’hoo la stanza

Ghe vosavi giò ‘mè on strascee :

« Daj ch’hinn còtt, che gh’han troòpa panscia !

Forza dònn, degh adòss, alé !! » 

A ‘n bell moment voeuna la se tacca

Ai calzon d’on vecc maresciall

Che’l caiss el se sbatt el vosa :

« Abass le legg e cchi le ffa ! »

‘N’altra la salta sú ‘me ona bissa

e la streng fort in mezz ai ciapp

El crapon del sergent di ghisa

Che’l se mett a crià ‘mè on matt. 

La pussee grassa de la banda

La sbottònna el sò reggipett

E a tucc quej che ghe gira intorna

La ghe mòlla cazzòtt coi tett.

Che casòtt : i pollee che vosen

E i donnett che ghe van adòss.

Se sa minga indove l’è che picchen

Fatto sta che se sent i òss. 

Quand han vist ch’han vinciuu la guerra

Che faseva pú nient nissun

I donnett s’hinn sbassaa per terra

A cattà su ancamò i scigoll.

Gh’è restaa però ona gran voeuja

De ‘ndà indree a streppagh via i marron.

Meno mal gh’i aveven minga,

Se de nò gh’el faseven de bon !

 


Il suono della chitarra

Chitarra di locanda che oggi suoni
jota e domani suoni petenera,
a seconda polverate corde,
chitarra di locanda delle strade,
giammai tu fosti Ii è sarai poeta.
Anima sei che all’anime viandanti
dice la solitaria sua armonia…
E ascoltandoti sogna il pellegrino
d’udire un’aria del natio paese.

(Antonio Machado)

 


Critiche ed offese

Un conto è criticare, altro è offendere.
Arrogante, saccente, indisponente, irritante, iniziando dalla voce che è più fastidiosa dello stridío del gesso sulla lavagna. Io mi limito a dire questo: non sono insulti ma critiche derivanti da semplici dati di fatto.
Certo, molte offese che sono state rivolte alla Boldrini sono davvero pesanti e qualificano maggiormente chi li fa, piuttosto della parlamentare cui sono rivolti.

Però la presidente della Camera non deve meravigliarsi se viene trattata così.
Aborrita da tanti, sia per aver bistrattato il nostro povero idioma, (e molto ci sarebbe anche da scrivere sui media che si sono servilmente adeguati al suo diktat) sia per la difesa ad oltranza del genere femminile che rasenta la paranoia (difesa osteggiata anche da molte donne), infine per il continuo ripetere che abbiamo bisogno degli immigrati e che dobbiamo accogliere tutti indiscriminatamente.

Quel suo tono supponente col quale tratta quanti non la pensano come lei, ritenendoli minus habentes da rieducare secondo i suoi dettami.
Comodo girare tutto il giorno protetta dalla scorta, cosa che i comuni cittadini non hanno. Mi domando se legga i giornali, le cronache cittadine intendo, non le “veline politiche” che la osannano, e si renda conto di cosa sono diventate le nostre città grazie alle “risorse” che lei stima tanto.

Comodo anche criticare l’architettura mussoliniana che “offende” i suoi amici partigiani, recandosi però con disinvoltura a trascorrere le ferie – naturalmente con la scorta – in Versilia nella tenuta presidenziale proprio nel casotto dove il Duce riceveva le sue amanti 😀 .

Inoltre è percepita come un’usurpatrice del posto che occupa solo in virtù di alleanze politiche in quanto il partito cui apparteneva (uso il passato perché SEL non esiste più) pur avendo una percentuale bassissima era comunque necessario per assicurare una maggioranza al governo.

È il simbolo personificato dell’arroganza della casta, e l’astio che gli italiani le riservano non è altro che la risposta del livore che lei riversa su quelle persone ed istituzioni non conformi al suo pensiero.

Come si suole dire…chi semina vento, raccoglie tempesta.

Quindi niente offese, perciò le dedico una canzone 😀 

 

 


Elvis

Sono quarant’anni che ci manca…

Sono cresciuta con le sue canzoni, vedendo i suoi film. Alcuni davvero belli e significativi, altri più di cassetta, girati più che altro per lanciare le sue canzoni. Qui lo voglio ricordare con brani tratti da uno dei suoi primi film, La via del male (King Creole), considerato uno in cui ha espresso una delle sue migliori interpretazioni. Il ruolo era stato studiato per James Dean che nel frattempi era deceduto, poi a Ben Gazzara, che aveva rifiutato. La scelta di Elvis si rivelò davvero indovinata e non sfigurò davvero accanto ad un mostro sacro come Walter Matthau.

Era impressionante sentire come la sua voce si adattasse perfettamente sia al blues che al rock o al melodico.

Davvero un grande che, purtroppo, ci ha lasciato troppo presto.


La notte delle stelle

Ascoltate!
Se accendono
le stelle,
vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?
Vuol dire che è indispensabile
che ogni sera
al di sopra dei tetti
risplenda almeno una stella?

(Vladimir Majakovskij)


Notturno

Di chi è la voce
che mi chiede di essere
asciutta risonanza
bucato steso al sole
umilmente in attesa
di laboriose mani.
Di chi è la voce
che mi spinge le spalle
al neutro disastro della notte
e senza culla alcuna
mi invita a un sonno di persona
abbracciata alla memoria
e non di bambino costretto
al nulla.
Di chi è la voce
che tace insieme
quando cado
e poi cado ancora
e nemmeno precipito
ma senza fare centro
resto sepolta
sotto il terriccio muto
del dentro me.
Di chi è la voce
che non fa cronaca
del presente
e non condanna
i guai ma conosce
il bruciore netto
delle guance.
Di chi è la voce
che attende
teneramente persa
nel bosco di parole
di chi parla
senza desiderio dell’altro.
Fate luce.

(Chandra Livia Candiani)


Bruno Canfora

Ricordando Bruno Canfora, con una delle sue canzoni che mi piacciono di più

 


Jeanne Moreau ci ha lasciato

Elle avait des bagues à chaque doigt,
Des tas de bracelets autour des poignets,
Et puis elle chantait avec une voix
Qui, sitôt, m’enjôla.

Elle avait des yeux, des yeux d’opale,
Qui me fascinaient, qui me fascinaient.
Y avait l’ovale de son visage
De femme fatale qui m’fut fatale
De femme fatale qui m’fut fatale

On s’est connu, on s’est reconnu,
On s’est perdu de vue, on s’est r’perdu d’vue
On s’est retrouvé, on s’est réchauffé,
Puis on s’est séparé.

Chacun pour soi est reparti.
Dans l’tourbillon de la vie
Je l’ai revue un soir, aïe, aïe, aïe,
Ça fait déjà un fameux bail
Ça fait déjà un fameux bail

Au son des banjos je l’ai reconnue.
Ce curieux sourire qui m’avait tant plu.
Sa voix si fatale, son beau visage pâle
M’émurent plus que jamais.

Je me suis soûlé en l’écoutant.
L’alcool fait oublier le temps.
Je me suis réveillé en sentant
Des baisers sur mon front brûlant
Des baisers sur mon front brûlant

On s’est connu, on s’est reconnu.
On s’est perdu de vue, on s’est r’perdu de vue
On s’est retrouvé, on s’est séparé.
Dans le tourbillon de la vie.

On a continué à toumer
Tous les deux enlacés
Tous les deux enlacés.
Puis on s’est réchauffé.

Chacun pour soi est reparti.
Dans l’tourbillon de la vie.
Je l’ai revue un soir ah ! là là
Elle est retombée dans mes bras.

Quand on s’est connu,
Quand on s’est reconnu,
Pourquoi s’perdre de vue,
Se reperdre de vue ?

Quand on s’est retrouvé,
Quand on s’est réchauffé,
Pourquoi se séparer ?

Et tous deux on est reparti
Dans le tourbillon de la vie
On a continué à tourner
Tous les deux enlacés
Tous les deux enlacés.


L’Isola-Non-Trovata

Ma bella più di tutte l’Isola Non-Trovata:
quella che il Re di Spagna s’ebbe da suo cugino
il Re di Portogallo con firma suggellata
e bulla del Pontefice in gotico latino.


L’Infante fece vela pel regno favoloso
trovò le Fortunate: Iunonia, Gorgo, Hera
e il Mare di Sargasso e il Mare Tenebroso
quell’isola cercando… Ma l’isola non c’era.


Invano le galee panciute a vele tonde,
le caravelle invano armarono la prora:
con pace del Pontefice l’isola si nasconde,
e Portogallo e Spagna la cercano tuttora.


L’isola esiste. Appare talora di lontano
tra Teneriffe e Palma, soffusa di mistero:
“… l’Isola Non-Trovata!” il buon Canariano
dal Picco alto di Teyde l’addita al forestiero.


La segnano le carte antiche dei corsari.
… Hiʄola da-trovarʄi? … Hiʄola pellegrina?…
E l’isola fatata che scivola sui mari;
talora i naviganti la vedono vicina…


Radono con le prore quella beata riva:
tra fiori mai veduti svettano palme somme,
odora la divina foresta spessa e viva,
lagrima il cardamomo, trasudano le gomme…


S’annuncia col profumo come una cortigiana,
l’Isola Non-Trovata… Ma se il pilota avanza,
rapida si dilegua come parvenza vana,
si tinge dell’azzurro color di lontananza…

Guido Gozzano


Il giorno della luna

Meglio ricordarlo con una bella canzone, piuttosto delle solite frasi retoriche 🙂


Mozart

Oggi va così…e Mozart è sempre una bella soluzione ❤

 


Mare

Immagine correlata

Quale voce viene sul suono delle onde
che non è la voce del mare ?
È la voce di qualcuno che ci parla,
ma che, se ascoltiamo, tace,
proprio per esserci messi ad ascoltare.
E solo se, mezzo addormentati,
udiamo senza sapere che udiamo,
essa ci parla della speranza
verso la quale, come un bambino
che dorme, dormendo sorridiamo.
Sono isole fortunate,
sono terre che non hanno luogo,
dove il Re vive aspettando.
Ma, se vi andiamo destando,
tace la voce, e solo c’è il mare.

Fernando Pessoa


Nausicaa


Ti ascolto e tremo
cullata, inebriata al vento
delle tue parole, sei
l’albero del mio giardino,
l’accordo di cetra, l’insolente
voglia della tua tenerezza:
sei l’uomo, la moltitudine
dei prati e dei mari, e poi
l’approdo che è un momentaneo
abbaglio, per me che fremo
poggiata alla colonna e sfioro
il mio fianco come a pensarlo tuo;
e subito il rimorso
di averti pensato come una donna
io che sono bambina.
Passerò i giorni a ripetermi
l’estasi delle tue parole
come infiniti ritorni
di un’onda e della spuma che non mi può bagnare
di un ingenuo impossibile amore.

(Roberto Vecchioni)


Euridice

Orfeo, Euridice,Ermes

Era l’arcana miniera delle anime.
Esse per quella tenebra vagavano,
mute vene d’argento. Tra radici
sgorgava il sangue che affluisce agli uomini,
e greve come porfido sembrava
in quel buio. Di rosso altro non v’era.

V’erano rocce,
boschi spettrali. Ponti sopra il vuoto
e quello stango grande, grigio, cieco
che incombeva sul suo letto remoto
come cielo piovoso su un paesaggio.
E la striscia dell’unico sentiero,
scialba tra prati, facile e paziente,
pareva lino steso a imbiancare.

Per quell’unica via i tre venivano.

Primo, nel manto azzurro, l’uomo snello,
muto e impaziente, gli occhi tesi avanti.
Il suo passo ingoiava il sentiero
a grandi morsi, senza masticare;
dalle pieghe cadenti gli pendevano
le mani, grevi e serrate, ormai
dimentiche di quella lieve lira
che sulla sua sinistra era cresciuta
come tralci di rosa sull’ulivo.
E i suoi sensi sembravano divisi:
l’occhio correva avanti come un cane,
si voltava, tornava e ripartiva
e aspettava lontano, a ogni curva,
ma l’udito indugiava come l’odore.
Talvolta a lui pareva che intralciasse
il passo agli altri due che dovevano
seguirlo su per tutta la salita.
Allora dietro solo l’eco
dei suoi passi e il vento nel mantello.
Ma diceva a se stesso che venivano,
e a voce alta, e udiva il suono spegnersi.
Sì, venivano infatti, ma entrambi
avevano il piede troppo lieve.
Se si fosse voltato (e non poteva,
poiché un solo sguardo frantumava
tutta l’impresa da portare a termine),
li avrebbe visti, i due dal piede lieve,
camminare in silenzio alle sue spalle:

il dio del moto e dell’ampio messaggio,
con il casco sugli occhi luminosi,
l’agile verga tesa innanzi al corpo,
le ali oscillanti intorno alle caviglie;
e nella sua sinistra, in pegno, lei.

Lei, tanto amata che una sola lira
levò lamento più che mai le prefiche;
e sorse un mondo di lamento in cui
tutto ricompariva: bosco e valle,
strada e paese, campo e fiume e bestie;
e intorno a questo mondo di lamento,
così come intorno all’altra terra,
un sole si volgeva, e tutto un cielo
pieno di stelle, silenzioso, un cielo
di lamento con stelle sfigurate-:
lei, tanto amata.

Ma, tenuta per mano da quel dio,
con il passo frenato dalle lunghe
bende funebri, ella camminava
incerta, mite e senza impazienza.
Raccolta in sé e come trasognata,
non pensava a colui che le era innanzi,
né alla strada su verso la vita.
Era raccolta in sé, e la impregnava
il suo stato di morte.
Se un frutto è pegno di dolcezza e d’ombra,
quella sua grande morte colmava,
così nuova che nulla lei coglieva.

A una verginità nuova era giunta,
e intangibile; il suo sesso era chiuso
come un giovane fiore verso sera,
e le sue mani così disavezze
alla vita nuziale che persino
il contatto di quell’esile dio
tanto lieve e gentile nel condurla,
la turbava per troppa confidenza.

Ormai non era quella donna bionda
che si udiva nei canti del poeta,
non più il profumo e l’isola del talamo,
né più era il possesso dell’uomo.

Era già sciolta come una lunga chioma
e già dispersa come pioggia in terra,
e diversa come retaggio in cento.

Ella era già radice.

E quando all’improvviso
il dio la fermò e con dolore
pronunciò le parole: Si è voltato!-,
lei non comprese e disse piano: Chi?

Ma lassù, scuro sull’uscita chiara,
stava qualcuno, irriconoscibile.
Stava e guardava un tratto del sentiero
in mezzo ai prati ove il dio del messaggio
si voltava in silenzio, mesto in viso,
e si avviava a seguire la figura
che già ripercorreva quel sentiero,
con il passo frenato dalle bende,
incerta, mite e senza impazienza.

Rainer Maria Rilke

(traduzione di Gilberto Forti)


Calypso

(c) Glasgow Museums; Supplied by The Public Catalogue Foundation


Io sono sola
di quella solitudine
che dà l’essere immortali:
nessuna pena concede, nessun dolore
nessuna tempesta all’orizzonte.
Io sono sola di attese
cancellate, segni da Zeus
che mi tolgano finalmente
questo tremendo assillo della felicità
Con te soffrire al gemito
di un abbraccio insperato, a tendermi dentro l’urlo
che mi viene dal tuo amore
è uscire, straniero
da questa divina prigione
di sensi pacati e cieli
inutilmente azzurri
Vale in disperazione e pianto
vale più il tuo addio
di questa cieca eternità
che avrò da vivere
E non sarò più se non ombra
quando ti perderai
di là del capo di Ogigia
Odisseo, perché non un’isola,
il mare, il mare è il tuo mondo

Roberto Vecchioni


Vasco

Quante questioni sul concerto di Vasco Rossi del 1° luglio scorso.

Premetto, a me Blasco piace, canticchio regolarmente le sue canzoni, ma non mi sarei mai sognata di andare in un concerto all’aperto in mezzo ad una calca di persone. Una manifestazione live ha certamente il suo fascino, però non mi si confà, anche se era presente gente più anziana di me.

De resto, pur piacendomi il cantautore di Zocca, preferisco altri cantanti: Battisti, De Andrè, Vecchioni e soprattutto Guccini, il mio preferito in assoluto.

Però stare a litigare sul numero di persone che sono intervenute, citando altre rock star, naturalmente straniere, confrontandole con quelle di quest’ultimo evento, mi pare sciocco, come pure scrivere che i fans sono pronti a mobilitarsi per ascoltare Vasco, ma non per sfilare per cose più serie.

(E, visivamente,  il numero di persone che Vasco è riuscito a radunare è molto superiore a quello di quanti sono intervenuti alle adunanze oceaniche di partiti e sindacati)

Beh, non si vive di sola politica, si vive anche di musica e di sogni, e Vasco ha dato questo ai suoi fans: un po’ di evasione.


Ricordando Paolo Limiti

Ha scritto i bellissimi testi di molte canzoni…questa è una delle mie preferite, nell’interpretazione di Mina