La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

Musica

Serie televisive

Quando anni addietro trasmettevano le serie alla televisione non le guardavo mai. Infatti se per un qualsiasi motivo si perdeva un episodio, spesso non si riusciva più a seguire l’intreccio degli avvenimenti, quindi si restava con la curiosità di sapere come si fosse svolta la vicenda.

Parlo naturalmente di quelle serie a puntate, non certo quelle serie con i medesimi personaggi, ma con episodi a sé stanti, che si concludevano volta per volta.

Adesso però in commercio si trovano i cofanetti contenenti le intere serie, quindi mi sono fatta tentare da qualche fiction degli anni passati.

Tra i primi cofanetti che ho acquistato ci sono vari sceneggiati italiani, molti ancora in bianco e nero, però qualche tempo fa mi sono fatta tentare da Twin Peaks, anche perché mi piace molto David Linch, pur nella sua eccentricità.

A suo tempo di quello sceneggiato in ufficio ne parlavano tutti, alla radio continuavano a trasmettere la sigla, davvero bella, come le altre musiche, e mi era rimasta la curiosità di sapere di quale storia si trattasse, quindi ho acquistato il cofanetto più che volentieri.

La prima puntata (il “pilot”) era scivolata via tranquillamente…bella fotografia, la storia si prospettava come un giallo da seguire con attenzione, l’ambientazione era bella ed anche i personaggi sembravano azzeccati.

Poi sono iniziate le perplessità, quando sono cominciate le situazioni “esoteriche”, però le ho accettate, conoscendo Linch, che ad un certo punto della storia stravolge tutto, come ad esempio ha fatto in Mullholland Drive, dove realtà e sogno sono strettamente intrecciate.

L’unica cosa che mi ha lasciato perplessa però è la fine della serie (parlo sempre di quella originale, l’altra che si svolge 25 anni dopo non ho proprio intenzione di acquistarla).

Dicevo che sono rimasta perplessa, non tanto per la fine, con il famigerato Bob che si impossessa dell’agente Cooper, quanto per le situazioni che sono rimaste irrisolte, sospese… Che fine avrà fatto quel povero disgraziato di Leo, lasciato solo soletto in una capanna in mezzo al bosco, con una corda tra i denti? E James Hurley, che se ne è andato ancora tempo addietro con la sua moto, pur promettendo di ritornare? Hank Jennings è sempre in carcere? Ed ora che Nadine Hurley ha riacquistato la memoria, come finirà la storia tra suo marito Ed Hurley e Norma Jennings, che sembravano essersi avviati verso una vita in comune? Inoltre, come si evolverà la storia di Dana, dopo che ha saputo di essere figlia di Benjamin Horne, e quindi sorellastra di Audrey?

Troppe risposte inevase. Probabilmente molte cose verranno “spiegate” (?) nel sequel di 25 anni dopo che però, come ho già scritto, non ho intenzione di acquistare per evitare che alle domande irrisolte se ne aggiungano delle altre.

 

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I gatti randagi

Una canzone che è anche una poesia

I gatti più belli sono i gatti randagi:
girano i quartieri di povera gente.
Amici sinceri di chi non ha niente,
di chi tutto il giorno non fa che sognare;
di notte sui tetti, miagolando alla luna
una carezza gli porta fortuna:
più felice via se ne andrà,
più felice via se ne andrà.

I gatti più belli sono i gatti randagi:
questo il bambino già l’ha capito,
uno sguardo, un sorriso, una carezza, un invito
e amici così si sarà.
Amici sinceri, perché non si è niente,
perché tutto il giorno non si fa che giocare.
Questa carezza gli porta fortuna:
più felice via se ne andrà.

I gatti più belli sono i gatti randagi:
non hanno doveri, non hanno padroni.
Rubando a tutte quelle persone
che sanno odiare ma non sanno amare;
di notte sui tetti miagolando alla luna
una carezza gli porta fortuna:
più felice via se ne andrà,
più felice via se ne andrà.

Siamo un po’ tutti dei gatti randagi:
ce ne andiamo con i sogni in spalla.
Siamo un po’ tutti dei buoni da niente,
siamo un po’ tutti dei tira a campare.
Noi siamo quelli che vogliono andare,
un solo credo: la voglia di amare.
Un solo sogno la libertà,
un solo sogno la libertà.

(Augusto Daolio)

 


Giorno di pioggia

La giornata è fredda, e scura, e cupa
Piove, e il vento non è mai stanco
La vite si aggrappa ancora al muro in rovina,
Ma ad ogni raffica le foglie morte cadono,
E i giorni sono scuri e cupi.

La mia vita è fredda e scura e cupa;
Piove, e il vento non è mai stanco;
I miei pensieri si aggrappano ancora al passato in rovina,
Ma le speranze della gioventù cadono fitte nell’esplosione,
E i giorni sono scuri e cupi.

Fermati, cuore triste! E smettila di lamentarti;
Dietro le nuvole il sole sta ancora splendendo
Il tuo destino è il destino comune di tutti
Nella vita di ognuno di noi deve cadere un po’ di pioggia.
Alcuni giorni devono essere scuri e cupi.

(Henry Wadsworth Longfellow)

 


La fisarmonica

Sabato, giorno di mercato.

Folla di persone che brulicano come insetti in un formicaio, spostandosi da un settore all’altro, esaminando abiti ed accessori oppure prodotti ortofrutticoli e specialità regionali.

Resto sempre sorpresa da come la gente si muova in maniera frenetica e si incroci senza mai scontrarsi negli stretti corridoi tra una bancarella e l’altra.

Ad un tratto, tra il brusio della folla, il suono di una fisarmonica.

Un uomo sulla quarantina, camicia a quadri, bermuda, piedi nudi infilati in un paio di sandali, gli occhi di quel celeste chiaro tipico delle popolazioni di etnia slava, la schiena appoggiata al muro nei pressi di un passaggio ed il berrettino per terra nel quale navigano pochi spiccioli, suona un motivo sconosciuto ma appassionante.

Di colpo, ritorno indietro nel tempo, quando ero bambina, ed i suonatori ambulanti passavano di cortile in cortile strimpellando motivetti popolari sui loro strumenti – fisarmoniche appunto, ma anche armoniche o violini – mentre le massaie si affacciavano ai balconi gettando loro alcune monetine che venivano raccolte da un ragazzetto che accompagnava gli adulti. Spesso c’era anche il classico omino con la gabbietta dalla quale un pappagallino porgeva il “pianeta della fortuna” con l’oroscopo ed i numeri da giocare al lotto, oppure un fogliettino con il testo delle canzonette allora in voga.

Qualche bambina seguendo la musica accennava a qualche passo di danza, tutti i piccoli interrompevano i loro svaghi – i giochi poveri di quel tempo, la corda, la palla, le biglie – per ascoltare i suonatori e scortarli nel loro girovagare tra i vari cortili.

Allora la fisarmonica era uno strumento che non mi piaceva, forse proprio a causa delle canzoncine popolari che suonavano, ed ho imparato a conoscerlo ed apprezzarlo molto tempo dopo, quando ho ascoltato i brani di Astor Piazzolla e di Richard Galliano, solo per citare i più noti, che eseguivano brani di tutt’altra levatura.

 


Settembre

Verdi giardinetti,
chiare piazzole,
fonte verdognola
dove l’acqua sogna,
dove l’acqua muta
finisce sulla pietra. ..

Le foglie d’un verde
vizzo, quasi nere
dell’acacia, il vento
di settembre le bacia,
e alcune si porta via
gialle, secche,
giocando, tra la bianca
polvere della terra.

 

Antonio Machado


Impressioni di settembre

Quante gocce di rugiada intorno a me
Cerco il sole ma non c’è
Dorme ancora la campagna, forse no
è sveglia, mi guarda, non so
Già l’odore della terra odor di grano
Sale adagio verso me
E la vita nel mio petto batte piano
Respira la nebbia, penso a te
Quanto verde tutto intorno a ancor piú in là
Sembra quasi un mare l’erba
E leggero il mio pensiero vola e va
Ho quasi paura che si perda


Un cavallo tende il collo verso il prato
Resta fermo come me
Faccio un passo, lui mi vede, è già fuggito
Respiro la nebbia, penso a te
No, cosa sono adesso non lo so
Sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso

No, cosa sono adesso non lo so
Sono solo, solo il suono del mio passo
Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già
Il giorno come sempre sarà


Ciao Nanni

Gli ero molto legata…sarà che era di Porta Venezia, la “mia” zona, dove abitava in una casa di ringhiera; sarà che ha soggiornato pure come sfollato a Porto Valtravaglia, paese che anche è nel mio cuore; sarà che cantava spesso in dialetto milanese; sarà che in questa lingua aveva tradotto anche le canzoni di George Brassens; sarà che era anche un jazzista di valore…ecco, sarà per tutte queste cose che lo amavo.

Ed oggi mi trovo a dire addio a Nanni Svampa, lo storico fondatore dei Gufi, il gruppo cabarettistico formato da lui, Lino Patruno, Roberto Brivio e Fiorenzo Magni, ma soprattutto cantastorie di una Milano che non c’è più.

 

 

Al mercaa de Porta Romana

Per ‘na stòria de quatter scigoll

Tucc i dònn, saran staa ona vintenna,

S’eren miss adree a fà question.

A pè, in bicicletta, de corsa

Riven i ghisa e on quaj pollee

Poeu on quajvun el se scalda e’l vosa

Per fermaj e per faj tasè. 

Mì me par che anca i pussee stupid

Quand se tratta de ciappaj su

Ben o mal, tanto ormai l’è inutil,

Van via tucc e ne parlen pú.

Lilinscì inveci de moccala

S’inn scaldaa tucc anmò pussee

E han taccaa a dà via bòtt devvera

Contra i ghisa e adòss ai pollee. 

Quand hoo vist i donnett per terra

Ch’eren ‘dree a ciappaj su de bon

M’è vegnuu come ona gran voeuja

De saltà giò a dagh ona man.

Del sest pian dove che gh’hoo la stanza

Ghe vosavi giò ‘mè on strascee :

« Daj ch’hinn còtt, che gh’han troòpa panscia !

Forza dònn, degh adòss, alé !! » 

A ‘n bell moment voeuna la se tacca

Ai calzon d’on vecc maresciall

Che’l caiss el se sbatt el vosa :

« Abass le legg e cchi le ffa ! »

‘N’altra la salta sú ‘me ona bissa

e la streng fort in mezz ai ciapp

El crapon del sergent di ghisa

Che’l se mett a crià ‘mè on matt. 

La pussee grassa de la banda

La sbottònna el sò reggipett

E a tucc quej che ghe gira intorna

La ghe mòlla cazzòtt coi tett.

Che casòtt : i pollee che vosen

E i donnett che ghe van adòss.

Se sa minga indove l’è che picchen

Fatto sta che se sent i òss. 

Quand han vist ch’han vinciuu la guerra

Che faseva pú nient nissun

I donnett s’hinn sbassaa per terra

A cattà su ancamò i scigoll.

Gh’è restaa però ona gran voeuja

De ‘ndà indree a streppagh via i marron.

Meno mal gh’i aveven minga,

Se de nò gh’el faseven de bon !

 


Il suono della chitarra

Chitarra di locanda che oggi suoni
jota e domani suoni petenera,
a seconda polverate corde,
chitarra di locanda delle strade,
giammai tu fosti Ii è sarai poeta.
Anima sei che all’anime viandanti
dice la solitaria sua armonia…
E ascoltandoti sogna il pellegrino
d’udire un’aria del natio paese.

(Antonio Machado)

 


Critiche ed offese

Un conto è criticare, altro è offendere.
Arrogante, saccente, indisponente, irritante, iniziando dalla voce che è più fastidiosa dello stridío del gesso sulla lavagna. Io mi limito a dire questo: non sono insulti ma critiche derivanti da semplici dati di fatto.
Certo, molte offese che sono state rivolte alla Boldrini sono davvero pesanti e qualificano maggiormente chi li fa, piuttosto della parlamentare cui sono rivolti.

Però la presidente della Camera non deve meravigliarsi se viene trattata così.
Aborrita da tanti, sia per aver bistrattato il nostro povero idioma, (e molto ci sarebbe anche da scrivere sui media che si sono servilmente adeguati al suo diktat) sia per la difesa ad oltranza del genere femminile che rasenta la paranoia (difesa osteggiata anche da molte donne), infine per il continuo ripetere che abbiamo bisogno degli immigrati e che dobbiamo accogliere tutti indiscriminatamente.

Quel suo tono supponente col quale tratta quanti non la pensano come lei, ritenendoli minus habentes da rieducare secondo i suoi dettami.
Comodo girare tutto il giorno protetta dalla scorta, cosa che i comuni cittadini non hanno. Mi domando se legga i giornali, le cronache cittadine intendo, non le “veline politiche” che la osannano, e si renda conto di cosa sono diventate le nostre città grazie alle “risorse” che lei stima tanto.

Comodo anche criticare l’architettura mussoliniana che “offende” i suoi amici partigiani, recandosi però con disinvoltura a trascorrere le ferie – naturalmente con la scorta – in Versilia nella tenuta presidenziale proprio nel casotto dove il Duce riceveva le sue amanti 😀 .

Inoltre è percepita come un’usurpatrice del posto che occupa solo in virtù di alleanze politiche in quanto il partito cui apparteneva (uso il passato perché SEL non esiste più) pur avendo una percentuale bassissima era comunque necessario per assicurare una maggioranza al governo.

È il simbolo personificato dell’arroganza della casta, e l’astio che gli italiani le riservano non è altro che la risposta del livore che lei riversa su quelle persone ed istituzioni non conformi al suo pensiero.

Come si suole dire…chi semina vento, raccoglie tempesta.

Quindi niente offese, perciò le dedico una canzone 😀 

 

 


Elvis

Sono quarant’anni che ci manca…

Sono cresciuta con le sue canzoni, vedendo i suoi film. Alcuni davvero belli e significativi, altri più di cassetta, girati più che altro per lanciare le sue canzoni. Qui lo voglio ricordare con brani tratti da uno dei suoi primi film, La via del male (King Creole), considerato uno in cui ha espresso una delle sue migliori interpretazioni. Il ruolo era stato studiato per James Dean che nel frattempi era deceduto, poi a Ben Gazzara, che aveva rifiutato. La scelta di Elvis si rivelò davvero indovinata e non sfigurò davvero accanto ad un mostro sacro come Walter Matthau.

Era impressionante sentire come la sua voce si adattasse perfettamente sia al blues che al rock o al melodico.

Davvero un grande che, purtroppo, ci ha lasciato troppo presto.