La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

Musica

Hallo, Johnny

Un altro pezzo di gioventù se n’è andato, con la morte di Johnny Hallyday.

E per gioventù intendo anche la scuola.

Già, perché mi avevano assegnato, tramite sorteggio, all’unica sezione dove si studiava francese.

La professoressa era un’insegnante molto giovane che iniziò a parlare fin dal primo giorno in quella lingua a noi sconosciuta e per farci appassionare veniva in classe con il giradischi e le incisioni sia di Johnny Hallyday che di Sylvie Vartan, che ai quei tempi erano sposati, e ci faceva tradurre i testi delle canzoni. Non solo, ma al posto dei libri di testo, che usavamo certamente ma non con continuità, ci faceva comperare Paris Match, e là in classe leggevamo, traducevamo e commentavamo i vari articoli, e quando incontrava una regola grammaticale o un gallicismo particolare, ce lo faceva notare e ci forniva la relativa spiegazione, che restava così impressa nelle nostre menti.

Ovvio questo sistema ci rendeva tutte contente (la classe era praticamente tutta femminile, tranne un paio di maschi capitati là per caso), ed eravamo invidiate da quanti seguivano invece i corsi d’inglese con il metodo tradizionale. Inutile dire che l’insegnante era letteralmente adorata, e veniva ricompensata con gli ottimi risultati che conseguivamo.

Ed oggi la morte di Johnny Hallyday mi ha riportato alla mente quel periodo.

 

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Stasera l’aria è fresca

Stasera l’aria è fresca
potrebbero venirmi dei pensieri
più dolci del vino che bevi
più chiari delle tue risposte

Paola aveva un’amica
speranza sopra di lei
e i passi del suo amante
non fanno molto rumore
Stasera l’aria è fresca
potrebbero venirmi dei pensieri
più dolci del vino che bevi
più chiari delle tue risposte
Non pensava alla rivoluzione,
non aveva molti problemi
e la sua casa era grande
per una persona sola
Stasera l’aria è fresca
potrebbero venirmi dei pensieri
più dolci del vino che bevi
più chiari delle tue risposte
Ma sui fotoromanzi
le storie finiscono sempre bene
e forse anche il tuo uomo
ritornerà gentile
Stasera l’aria è fresca
potrebbero venirmi dei pensieri
più dolci del vino che bevi
più chiari delle tue risposte

Una vecchia canzone, ritrovata grazie ad un amico


Dal libro al film – Scandalo al sole

In questi tempi di film con cinquanta sfumature di vari colori e pieni di effetti speciali è bello rivedere anche qualche vecchissimo film. No, questa volta non ho guardato uno dei miei amatissimi noir americani degli anni 50-60, ma un classico hollywoodiano, uno di quei film strappalacrime e che hanno fatto sognare tantissimi adolescenti dell’epoca.

Parlo di “Scandalo al sole”, titolo pessimamente tradotto, in quanto l’originale sarebbe, anzi è, “A Summer Place”, però si sa, solleticare gli istinti pruriginosi fa vendere moltissimi biglietti, anche se nella pellicola non si vede che qualche castissimo bacio.

La storia sembrerebbe incentrata sui due ragazzi che sono stati gli idoli dei ragazzini negli anni ’60, ossia John (Troy Donahue) e Molly (Sandra Dee), che in questa pellicola ho trovato un pochino “melensa”, molto diversa dai successivi film in cui si è dimostrata una simpatica interprete di commedie.

In realtà la vera storia sarebbe quella di Ken (Richard Egan), padre della ragazza, e di Sylvia (Dorothy McGuire), madre del ragazzo che, ritrovatisi dopo molti anni e sposati infelicemente ad altri – lei a Bart (Arthur Kennedy), un alcolizzato, lui ad Helen (Constance Ford), una donna frigida, piena di sé, complessata, ossessionata dal tabù del sesso, avida ed arrampicatrice – riaccendono la vecchia passione.

Nel libro, scritto da Sloan Wilson, assai migliore del film, i caratteri dei personaggi sono maggiormente evidenziati, si dà un maggior risalto alla vicenda iniziale quando Ken era un giovane costretto a fare il bagnino sull’isola di Pine in cui si svolge la vicenda per pagarsi gli studi, ed alla relazione giovanile tra lui e Sylvia, che pure era già fidanzata a Bart. C’è spazio anche per la madre di Helen, che nella pellicola ha solo un breve cammeo, mentre dal libro si capisce la ragione del carattere difficile di Helen, come a dire: “tale madre, tale figlia”.

Quando le due coppie si rivedono dopo tanti anni la situazione è radicalmente cambiata: Ken, finiti gli studi e laureatosi, è diventato un chimico ed un imprenditore di successo, mentre Bart e Sylvia si sono ridotti a prendere a pensione degli ospiti a pagamento nella loro grande villa ed hanno perennemente bisogno di denaro: un’esistenza monotona e misera, anche per i due figli (già, nel libro c’è pure una bambina di nome Carla, completamente dimenticata nel film). Proprio per motivi economici Bart, dapprima restio ad accogliere Ken e famiglia come ospiti, si rassegna ad alloggiarli nella villa.

La passione tra i due ex amanti si riaccende, ma la situazione precipita per via di due episodi.

A causa del rovesciamento della barca sulla quale stavano circumnavigando l’isola, John e Molly sono costretti a passare la notte su una spiaggia lontana, ed al ritorno la madre la fa sottoporre forzatamente a visita ginecologica per accertarne l’integrità, cosa che shocca tantissimo la ragazzina. Inoltre Helen viene a conoscenza degli incontri notturni tra il marito e la sua amante, il che porta inevitabilmente le due coppie al divorzio. Ognuno dei genitori vorrebbe tenere i ragazzi con sé, ma alla fine viene deciso di mandarli in collegi assai lontani l’uno dall’altro. I due ragazzi, innamoratissimi, si tengono però in contatto con telefonate e lettere e qualche volta riescono perfino ad vedersi di persona, ma in comune hanno anche l’astio verso Ken e Sylvia, che nel frattempo si sono anche sposati, ritenendoli causa di tutte le loro vicissitudini.

Finché durante un incontro piuttosto “ravvicinato” accade quanto paventava la madre Helen.

Molly resta incinta, John la raggiunge, attraversando mezza America con l’autostop, i due ragazzi cercano comprensione ed aiuto da parte di Bart, però questi a causa dell’alcolismo è ridotto ad uno straccio e sta per essere ricoverato in ospedale. Andare da Helen e da sua madre, nemmeno a parlarne… Restano solo Ken e Sylvia che, conoscendo la forza dell’amore, saranno gli unici ad offrire protezione e consigli ai due giovani.

E di scandalo allora cosa c’è? Assolutamente nulla… Di sesso se ne accenna solo un poco, nelle conversazioni, specie degli adulti, e tanto meno se ne vede… ma si sa, la sola parola allora (il film è del 1959) riempiva i botteghini. Indimenticabile poi la colonna sonora di Max Steiner, una delle più belle colonne sonore di sempre.


Halloween

Quella festività abbastanza macabra che si celebra nella notte tra il 31 ottobre ed il 1° novembre. Il nome deriva dalla contrazione del lemma scozzese del 1700 circa All Hallow’s-eve, ossia Vigilia di Ognissanti. Una festa celtica di antica memoria, tramutata in festività cristiana ed ora, per motivi prettamente consumistici, diventata pressoché universale.

Anticamente indicava il capodanno in cui si celebrava la fine del raccolto e l’inizio della stagione invernale, quando famiglie e comunità si ritiravano in casa e riallacciavano i legami, però indicava anche quel momento in cui il mondo dei vivi sfiorava il regno dei morti. Si manifesta una certa somiglianza con i riti pagani dei Lemuria o dei Parentalia, in cui gli spiriti dell’Oltretomba venivano ricordati ed esorcizzati.

Papa Bonifacio IV istituì la festa di Ognissanti nell’anno 609, dedicandole il giorno 13 maggio, data coincidente con i sunnnominati Lemuria romani, ma Gregorio III la spostò al 1° novembre, facendola coincidere con la data del Samhain celtico. La riforma luterana però proibì le celebrazioni nelle terre protestanti e la festa si spogliò della sua connotazione cristiana, ritornando alle origini laiche e pagane. E l’usanza di “Dolcetto o scherzetto” da cosa deriva allora? I bambini, rappresentanti la nuova vita, simboleggiano i morti che riprendono vita e che, per assicurarci la loro benignità, devono essere placati con un’offerta per non diventare vittime della loro ripicca.

Una celebrazione quindi assai meno frivola di quanto si possa supporre.

 

Ed ora, festeggiamo la notte di Samhain con la splendida voce di Loreena McKennitt


Serie televisive

Quando anni addietro trasmettevano le serie alla televisione non le guardavo mai. Infatti se per un qualsiasi motivo si perdeva un episodio, spesso non si riusciva più a seguire l’intreccio degli avvenimenti, quindi si restava con la curiosità di sapere come si fosse svolta la vicenda.

Parlo naturalmente di quelle serie a puntate, non certo quelle serie con i medesimi personaggi, ma con episodi a sé stanti, che si concludevano volta per volta.

Adesso però in commercio si trovano i cofanetti contenenti le intere serie, quindi mi sono fatta tentare da qualche fiction degli anni passati.

Tra i primi cofanetti che ho acquistato ci sono vari sceneggiati italiani, molti ancora in bianco e nero, però qualche tempo fa mi sono fatta tentare da Twin Peaks, anche perché mi piace molto David Linch, pur nella sua eccentricità.

A suo tempo di quello sceneggiato in ufficio ne parlavano tutti, alla radio continuavano a trasmettere la sigla, davvero bella, come le altre musiche, e mi era rimasta la curiosità di sapere di quale storia si trattasse, quindi ho acquistato il cofanetto più che volentieri.

La prima puntata (il “pilot”) era scivolata via tranquillamente…bella fotografia, la storia si prospettava come un giallo da seguire con attenzione, l’ambientazione era bella ed anche i personaggi sembravano azzeccati.

Poi sono iniziate le perplessità, quando sono cominciate le situazioni “esoteriche”, però le ho accettate, conoscendo Linch, che ad un certo punto della storia stravolge tutto, come ad esempio ha fatto in Mullholland Drive, dove realtà e sogno sono strettamente intrecciate.

L’unica cosa che mi ha lasciato perplessa però è la fine della serie (parlo sempre di quella originale, l’altra che si svolge 25 anni dopo non ho proprio intenzione di acquistarla).

Dicevo che sono rimasta perplessa, non tanto per la fine, con il famigerato Bob che si impossessa dell’agente Cooper, quanto per le situazioni che sono rimaste irrisolte, sospese… Che fine avrà fatto quel povero disgraziato di Leo, lasciato solo soletto in una capanna in mezzo al bosco, con una corda tra i denti? E James Hurley, che se ne è andato ancora tempo addietro con la sua moto, pur promettendo di ritornare? Hank Jennings è sempre in carcere? Ed ora che Nadine Hurley ha riacquistato la memoria, come finirà la storia tra suo marito Ed Hurley e Norma Jennings, che sembravano essersi avviati verso una vita in comune? Inoltre, come si evolverà la storia di Dana, dopo che ha saputo di essere figlia di Benjamin Horne, e quindi sorellastra di Audrey?

Troppe risposte inevase. Probabilmente molte cose verranno “spiegate” (?) nel sequel di 25 anni dopo che però, come ho già scritto, non ho intenzione di acquistare per evitare che alle domande irrisolte se ne aggiungano delle altre.

 


I gatti randagi

Una canzone che è anche una poesia

I gatti più belli sono i gatti randagi:
girano i quartieri di povera gente.
Amici sinceri di chi non ha niente,
di chi tutto il giorno non fa che sognare;
di notte sui tetti, miagolando alla luna
una carezza gli porta fortuna:
più felice via se ne andrà,
più felice via se ne andrà.

I gatti più belli sono i gatti randagi:
questo il bambino già l’ha capito,
uno sguardo, un sorriso, una carezza, un invito
e amici così si sarà.
Amici sinceri, perché non si è niente,
perché tutto il giorno non si fa che giocare.
Questa carezza gli porta fortuna:
più felice via se ne andrà.

I gatti più belli sono i gatti randagi:
non hanno doveri, non hanno padroni.
Rubando a tutte quelle persone
che sanno odiare ma non sanno amare;
di notte sui tetti miagolando alla luna
una carezza gli porta fortuna:
più felice via se ne andrà,
più felice via se ne andrà.

Siamo un po’ tutti dei gatti randagi:
ce ne andiamo con i sogni in spalla.
Siamo un po’ tutti dei buoni da niente,
siamo un po’ tutti dei tira a campare.
Noi siamo quelli che vogliono andare,
un solo credo: la voglia di amare.
Un solo sogno la libertà,
un solo sogno la libertà.

(Augusto Daolio)

 


Giorno di pioggia

La giornata è fredda, e scura, e cupa
Piove, e il vento non è mai stanco
La vite si aggrappa ancora al muro in rovina,
Ma ad ogni raffica le foglie morte cadono,
E i giorni sono scuri e cupi.

La mia vita è fredda e scura e cupa;
Piove, e il vento non è mai stanco;
I miei pensieri si aggrappano ancora al passato in rovina,
Ma le speranze della gioventù cadono fitte nell’esplosione,
E i giorni sono scuri e cupi.

Fermati, cuore triste! E smettila di lamentarti;
Dietro le nuvole il sole sta ancora splendendo
Il tuo destino è il destino comune di tutti
Nella vita di ognuno di noi deve cadere un po’ di pioggia.
Alcuni giorni devono essere scuri e cupi.

(Henry Wadsworth Longfellow)

 


La fisarmonica

Sabato, giorno di mercato.

Folla di persone che brulicano come insetti in un formicaio, spostandosi da un settore all’altro, esaminando abiti ed accessori oppure prodotti ortofrutticoli e specialità regionali.

Resto sempre sorpresa da come la gente si muova in maniera frenetica e si incroci senza mai scontrarsi negli stretti corridoi tra una bancarella e l’altra.

Ad un tratto, tra il brusio della folla, il suono di una fisarmonica.

Un uomo sulla quarantina, camicia a quadri, bermuda, piedi nudi infilati in un paio di sandali, gli occhi di quel celeste chiaro tipico delle popolazioni di etnia slava, la schiena appoggiata al muro nei pressi di un passaggio ed il berrettino per terra nel quale navigano pochi spiccioli, suona un motivo sconosciuto ma appassionante.

Di colpo, ritorno indietro nel tempo, quando ero bambina, ed i suonatori ambulanti passavano di cortile in cortile strimpellando motivetti popolari sui loro strumenti – fisarmoniche appunto, ma anche armoniche o violini – mentre le massaie si affacciavano ai balconi gettando loro alcune monetine che venivano raccolte da un ragazzetto che accompagnava gli adulti. Spesso c’era anche il classico omino con la gabbietta dalla quale un pappagallino porgeva il “pianeta della fortuna” con l’oroscopo ed i numeri da giocare al lotto, oppure un fogliettino con il testo delle canzonette allora in voga.

Qualche bambina seguendo la musica accennava a qualche passo di danza, tutti i piccoli interrompevano i loro svaghi – i giochi poveri di quel tempo, la corda, la palla, le biglie – per ascoltare i suonatori e scortarli nel loro girovagare tra i vari cortili.

Allora la fisarmonica era uno strumento che non mi piaceva, forse proprio a causa delle canzoncine popolari che suonavano, ed ho imparato a conoscerlo ed apprezzarlo molto tempo dopo, quando ho ascoltato i brani di Astor Piazzolla e di Richard Galliano, solo per citare i più noti, che eseguivano brani di tutt’altra levatura.

 


Settembre

Verdi giardinetti,
chiare piazzole,
fonte verdognola
dove l’acqua sogna,
dove l’acqua muta
finisce sulla pietra. ..

Le foglie d’un verde
vizzo, quasi nere
dell’acacia, il vento
di settembre le bacia,
e alcune si porta via
gialle, secche,
giocando, tra la bianca
polvere della terra.

 

Antonio Machado


Impressioni di settembre

Quante gocce di rugiada intorno a me
Cerco il sole ma non c’è
Dorme ancora la campagna, forse no
è sveglia, mi guarda, non so
Già l’odore della terra odor di grano
Sale adagio verso me
E la vita nel mio petto batte piano
Respira la nebbia, penso a te
Quanto verde tutto intorno a ancor piú in là
Sembra quasi un mare l’erba
E leggero il mio pensiero vola e va
Ho quasi paura che si perda


Un cavallo tende il collo verso il prato
Resta fermo come me
Faccio un passo, lui mi vede, è già fuggito
Respiro la nebbia, penso a te
No, cosa sono adesso non lo so
Sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso

No, cosa sono adesso non lo so
Sono solo, solo il suono del mio passo
Ma intanto il sole tra la nebbia filtra già
Il giorno come sempre sarà