La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

la mia terra

San Nicolò

O du guter Nikolaus

Mit dem Bart und Besen

Leer dein Säklein für uns aus

Wir sind brav gewesen.

(Oh tu, buon Nicolò, con la barba ed i baffi, vuota il tuo sacchetto per noi, che siamo stati bravi)

In seconda elementare, da noi, era d’obbligo lo studio del tedesco. E subito ci insegnavano le filastrocche per ogni occasione e festività.

Quella riportata sopra era per san Nicolò, una festa molto sentita in area tedescofona, ed era pure giorno festivo per gli scolaretti delle elementari (“San Nicolò da Bari, la festa dei scolari, la festa dei putei… Sona tuti i campanei.” ).

I bimbi bravi ricevevano un sacchetto di cellofane rosso, ripieno di dolcetti, tra i quali un’effigie del santo in pasta di pan di zenzero, mentre i cattivi venivano puniti dal Krampus, sorta di orrendo diavolaccio cornuto, armato di frusta. Per le strade sfilava appunto il carro che trasportava i due personaggi, il vescovo lanciando dolciumi ed il diavolo agitando le catene e la sferza. E l’apparizione del Krampus, che si agitava ed urlava come un ossesso, provocava molto spavento tra noi bambini.

La figura di San Nicolò si tramutò poi in quella del Babbo Natale, inizialmente vestito con una lunga zimarra come l’indumento del vescovo, che poi diventò il rosso costume bordato di bianco, inventato dalla Coca Cola.


La Lina

Chiuso per lutto.

Ma chi è morto? Come, non lo sai? La Lina…

Non serve il cognome, la Lina nella zona della via Torino era ormai un’istituzione, eppure la sua morte, per quanto prevedibile poiché era sulla novantina, è giunta inaspettata.

Tra i caseggiati popolari della zona, costruiti in epoca fascista, dove alle botteghe di alimentari si alternavano le osterie frequentate dagli operai della zona industriale, il suo bar-pasticceria rappresentava una graziosa oasi dove si ritrovavano gli “altri”, impiegati statali, maestri, altri negozianti, la piccola borghesia del periodo. La frequentavano anche i miei genitori, nel periodo del loro fidanzamento poco prima della fine della guerra. Ci si andava a comperare le paste dopo la messa (indimenticabili le sue francesine) e ci ho passato molti pomeriggi domenicali, sorseggiando un’aranciata San Pellegrino o gustando un Mottarello.

E ai tempi delle medie, in inverno, finito di pattinare (quando la pista era ancora ospitata nel palazzo della Fiera di via Roma, ora purtroppo demolito), noi ragazzi ci riscaldavamo con una bella fetta di castagnaccio fumante, il suo cavallo di battaglia, che denunciava le ascendenze toscane. E questa sua specialità aveva infine dato il nome popolare al suo bar…non si diceva “ci troviamo da Bartolomei”, ma “ci incontriamo al Castagnaccio”, per poi recarsi magari al cinema Boccaccio, che stava proprio dirimpetto.

Passati gli anni, Lina aveva ceduto la gestione del bar, ma aveva aperto, subito a fianco di esso, un negozio simile ad una casa di bambole dove, tra trine e pizzi, erano esposte bomboniere e vasi pieni di confetti, scatole di cioccolatini e biscotti di gran marca. E fino a qualche tempo fa, dietro al bancone, ti accoglieva lei, sempre più minuta ma sempre gentile, pronta a prepararti la confezione regalo.

Oggi, sulla vetrina del negozio, la sua foto sorridente con la scritta:

 

Lina Bartolomei

Vi saluta e Vi ringrazia.

http://altoadige.gelocal.it/cronaca/2012/10/06/news/e-morta-lina-bartolomei-la-regina-del-castagnaccio-1.5809823


Mentalità…

Mattinata fresca, grazie all’acquazzone di ieri, e come al solito la città si è riempita di turisti che calano dalla montagna per visitare i portici con le loro vetrine (anche se, purtroppo, I negozi tipici sono sempre di meno), il Duomo ma soprattutto il museo dove è conservato Oetzi, ossia la nostra celebre mummia ritrovata in montagna.

Noi dovevamo, per forza di cose, recarci in centro per ritirare un acquisto piuttosto ingombrante e pesante, quindi è stato giocoforza usare l’auto e recarci al parcheggio. E qui la sorpresa: una coda infinita di auto incolonnate per entrare nel garage. Già, perché, pur ammirando i turisti di una determinata nazione (non dico quale, anche se tra loro ho varie amicizie) devo anche dire che in certi casi mancano di elasticità mentale. Ci sono due entrate affiancate, con relative sbarre dove ritirare il ticket, con tanto di cartello indicatore…

e loro che fanno? Si incolonnano disciplinatamente su un’unica fila…Oltretutto cercano tutti posto nei primi due piani, girando come anime in pena alla ricerca di un posto libero, mentre noi del posto saliamo direttamente all’ultimo, quasi sempre vuoto…tanto poi c’è l’ascensore!


Nella terra delle streghe – 3 – Val d’Ega, Carezza e passo Costalunga.

Un’altra delle mie località preferite è la val d’Ega.

Da qualche anno la prima parte della strada è tutta in galleria, ampia e ben illuminata, però preferivo il vecchio percorso, una strada stretta, tortuosa, molto ripida, incuneata tra aspre pareti di porfido, fiancheggiante il torrente Ega, impetuoso e spumeggiante, che scorre tra grossi massi levigati dall’acqua e dal tempo. La vecchia strada però era pericolosa, non tanto per il percorso serpeggiante, ma per le numerose frane che spesso la ostruivano e per l’erosione della carreggiata causata dal torrente.

Ora solo l’ultima parte della strada si presenta così “selvaggia”, perchè la valle si allarga, mentre le pareti rocciose lasciano il posto ai soliti boschi di pini ed abeti.

Certo, in questa maniera  il tragitto è più sicuro e rapido, ma l’altro aveva un suo fascino selvaggio, compresso com’era tra le rocce incombenti.

Il percorso fa parte della Grande Strada delle Dolomiti, costruita a partire dal 1860 per togliere dall’isolamento l’abitato di Nova Levante (in tedesco Welschnofen, – Welsch è la traduzione dialettale del termine Walsch, ossia bastardo, come venivano allora chiamati gli Italiani).

La strada porta al passo di Costalunga,

passando nei pressi del laghetto di Carezza, detto anche Lec de Ergobando, ossia lago dell’arcobaleno, nome che deriva dall’immancabile racconto fantastico, come è tipico di questo territorio.

Si narra infatti che sulle sponde del lago si recava spesso un’ondina per cantare e specchiarsi e che, timidissima, si tuffasse nelle acque non appena appariva qualche sconosciuto. Un mago, invaghitosi di lei, chiese consiglio ad una strega (Lanwerda secondo alcune fonti, Jacuta la Stria del Masaré secondo le fonti ladine) che gli suggerì di travestirsi da mercante di pietre preziose, creando con la luce di queste ultime un arcobaleno che andava dal Latemar al lago. Il mago seguì il consiglio, dimenticando però di travestirsi cosicché la fanciulla, scorgendolo, si impaurì e si immerse nelle acque del lago per non riemergerne mai più. Il mago, infuriatosi, gettò tutti i brillanti nelle acque del lago, che da allora riflette tutti i colori.

Il lago non ha immissari visibili, ma viene alimentato da sorgenti sotterranee che provengono dalle nevi che si sciolgono dal Latemar, perciò  in primavera il livello è notevolmente più alto che nelle altre stagioni. Purtroppo lo specchio va riducendosi sempre più ed il livello dell’acqua diventa sempre più basso.

A pochi chilometri di distanza c’è il passo di Costalunga, dal quale a piedi o con l’impianto a fune, si può raggiungere il rifugio Paolina, abbastanza frequentato proprio perché facilmente accessibile. Ma noi lo abbiamo usato solo come tappa intermedia per poi recarci, sempre a piedi, lungo un bellissimo sentiero, al Rifugio Fronza alle Coronelle.Un percorso, dal passo Costalunga al Fronza, un pochino ripido ma abbordabile anche da chi non è proprio portato per la montagna, basta che abbia buone gambe, scarponcini adatti e voglia di camminare.

Il rifugio ha ormai oltre 100 anni in quanto fu costruito dalla sezione di Koeln del DOAV ed inaugurato nel 1900. Nel 1920, lo stato Italiano lo cedette al CAI di Verona che lo tenne fino alla conclusione della seconda Guerra mondiale, dopo di che passò in gestione a varie famiglie del luogo. Bruciato nel 1966, venne ricostruito nel 1969. Da lassù, siamo ad oltre 2300 metri slm, proprio ai piedi della cresta del Davoi, un panorama mozzafiato sul sottostante passo Nigra e le montagne circostanti.


Nella terra delle streghe – 2 -Il laghetto di Fiè

Giornata caldissima, quindi cosa c’è di meglio che recarsi in montagna al fresco? Con la smart è questione di poco tempo arrivare al laghetto di Fiè, poco più di una diecina di chilometri, per una strada che più panoramica non si può e in pieno parco naturale.

Recentemente Lega Ambiente ha classificato questo invaso con 5 vele per la qualità dell’acqua e per il suo ecosistema ben salvaguardato.

Non è molto grande e nemmeno molto profondo (tre metri e mezzo al massimo), ma l’acqua ha una temperatura gradevolissima per farci il bagno, il lido, piccolo, è molto ben tenuto, ha pure un imbarcadero e una parte del lago (cosa del resto comune ai laghi di Monticolo e Caldaro), è occupata da canneti che costituiscono un tipico biotopo; 

il tutto è circondato da pini ed abeti, giusto alla base del massiccio dello Sciliar.

Il laghetto viene alimentato da una sorgente chiamata “sangue dello Sciliar” in quanto nei boschi circostanti venivano compiuti sacrifici di animali agli dei. E pure questa è terra di streghe, come Sarentino, descritto qualche giorno fa. Nei pressi del laghetto si trova infatti il Sasso delle Streghe (Hexenstein) dove, si narra, queste donne malefiche assalirono un parroco che si era attardato nottetempo nel bosco e che, tramite le sue preghiere ed il suono delle campane, disturbava i sabba ed i riti magici.

A dire il vero i laghi sono due. Il secondo, più piccolo, è artificiale, e fu creato dal capitano del Tirolo Leonhard von Voels affinché si potessero irrigare i terreni circostanti e si potesse esercitare la pesca delle carpe, cosa quest’ultima che si attua ancora oggi, ma credo che ci si limiti alle trote.

Tutto intorno ai due laghetti tanti sentieri, fiancheggiati da siepi di lamponi e di more, mentre tra i pini si trovano mirtilli sia neri che rossi per preparare tante marmellate per farcire torte di grano saraceno o da accompagnare alla classica Wienerschnitzel.


Nella terra delle streghe – 1 – La val Sarentina

Ieri, con quella bella giornata, niente di meglio che una gita a Sarentino. Gita è un po’ un eufemismo…diciamo una bella scarpinata, che è meglio.

E’ una delle zone che preferiamo, a poca distanza dalla città. La strada che una volta era stretta e tortuosa, è stata recentemente allargata e sono state costruite nuove gallerie, più ampie ed illuminate delle precedenti, per ovviare ai numerosi pericoli di frane.

Il paese di Sarentino (Sarnthein), capoluogo della valle, conta poco più di 6.000 abitanti, dove le tradizioni e lo stesso dialetto parlato dagli abitanti, a causa dell’isolamento, sono rimasti immutati da lungo tempo. Gli abitanti sono ancora dediti alla lavorazione del legno, indossano spesso i costumi tradizionali, tra i quali il rustico Sarner, giacchetta in lana grezza, i Lederhosen (pantaloni di cuoio) con gli alti cinturoni ricamati con i rachidi delle penne di pavone, davvero artistici ed i Trachten per le donne, ossia le ampie e lunghe gonne nere con i grembiuli di broccato e gli scialli di seta triangolari a fiori annodati sul petto.

Parcheggiata l’auto in paese, zaino in spalla, percorrendo il sentiero nr.2 siamo arrivati ai masi di Auen fino alla Sarner Hütte in poco meno di 2 ore. Si sale quindi fino all’Auenjoch, poi il sentiero prosegue poi attraverso i boschi fino ad arrivare alla nostra destinazione a circa 2000 metri di altezza… A differenza degli “Omeni” di Renon o di Segonzano, frutto dell’erosione, gli Stoanerne Mandlen sono opera dell’uomo.

Sassi accatastati l’uno sull’altro, fino a raggiungere in alcuni casi anche oltre due metri , forse costruiti da pastori o da viaggiatori di passaggio, chissà …una piccola Stonehenge locale, magari messa a guardia di chissà cosa, non per altro il nome italiano di queste formazioni è “Sentinelle”.Ma alcune fonti accreditano questi ammassi di rocce come opera delle streghe.

Del resto la val Sarentina ha qualcosa di magico. Nel vicino castel Regino (Reinegg) tra il 1450 ed il 1550 furono celebrati vari processi per stregoneria, con molte povere donne condannate al rogo, tra le quali la più nota fu una certa Pachler Zott che, sotto tortura, fu costretta a confessare di aver partecipato a riunioni sataniche e di aver volato sul dorso di un maiale, oltre ad altre nefandezze varie.

Dopo aver pranzato al sacco sotto una triplice croce che si vede in un foto precedente, eretta per preservare le vallate dai fulmini e dalla grandine ed aver ammirato lo stupendo panorama, il ritorno, in metà del tempo… giusto in tempo per la cena.


Non per tutti è Natale

Il nome Giovanni Valentin non dice molto, ma qui a Bolzano era noto con il soprannome di Hans (o Hansele) Cassonetto. Un barbone sessantaseienne o, più poeticamente, un clochard noto per la sua abitudine di rovistare tra le immondizie da dove recuperava quanto noi, con il nostro sfacciato consumismo, buttavamo via e che lui invece riciclava, e per questo motivo veniva chiamato anche “l’ecologico”. Rifiutava ostinatamente di trascorrere le notti, anche le più fredde, nel dormitorio, preferendo la libertà.. Ed è morto nella notte di Natale, con una fine tragica, arso vivo dal fuoco che si era attaccato alle sue vesti da un cumulo di cartoni che aveva acceso per riscaldarsi.In questo giorno in cui sfoggiamo (nonostante il periodo di crisi) opulenza e spreco, un episodio che ci invita invece a meditare. Riposa in pace, Hansele, in un cielo che ti accoglierà meglio di questo mondo pieno di egoismo.


San Martino

Lanternenumzug…Ossia portare in processione le lanterne.

Nelle nazioni di lingua tedesca, quindi anche in Alto Adige, in occasione di san Martino c’è l’usanza di preparate delle lanterne di carta colorata nelle quali inserire delle candele accese, e di girare poi per le strade con questi lumini accesi intonando canzoni dedicate al santo. Tutti conoscono la storia di Martino , che divise il suo mantello con un povero, e di questo parlano appunto le strofe cantate.

In città ormai questa ricorrenza non viene più ricordata, ma nei paesini ancora sussiste, ed allora nelle scuole elementari e dell’infanzia i bambini preparano ancora queste lanterne. Alla fine del giro per le strade del paese, le lanterne vengono poste poi dietro i vetri delle finestre, quasi a significare una nuova luce da portare al mondo, mentre sulla tavola si mangiano grossi biscotti ricoperti di glassa di zucchero, raffiguranti  un ometto che stringe al petto una pipa, da dividere con i commensali come san Martino fece con il suo mantello, ed altri dolci tipici, accompagnati da vino novello per gli adulti e dolce mosto per i più piccoli. Non chiedetemi però che attinenza ci sia tra il santo e l’ometto con la pipa: proprio non lo so!

Tante tradizioni si stanno perdendo, sopraffatte dalla modernità e dalla mancanza di tempo, o vengono sostituite da feste estranee, molto più “redditizie” dal punto di vista economico, come Hallowen (la cui matrice però è celtica, quindi europea), e sarebbe il caso di recuperarle per farle conoscere alle nuove generazioni.

Estate di san Martino

tre giorni e un pochettino 


Tramonto

Talvolta si fa l’assuefazione anche agli spettacoli più belli, proprio perché li abbiamo quotidianamente sotto gli occhi e non ci si fa più caso. Parlo in particolare del fenomeno dell’Enrosadira, che arrossa le Dolomiti all’alba ed al tramonto, creando quello che, poeticamente, è chiamato “Rosengarten” (giardino delle rose) e che vedevo ogni sera dalla finestra del mio ufficio.

Per questo motivo, se devo ricordare un tramonto, la mente ritorna al primo giorno di primavera del 2007. Eravamo in Umbria, per una settimana di vacanza, un viaggio che mio marito mi aveva quasi costretto a fare per farmi uscire da un brutto periodo di depressione. Fino a pochi tempo prima c’erano state giornate magnifiche, con temperature quasi estive, che però al nostro arrivo erano rapidamente peggiorate, con vento, pioggia, grandine e neve, tanto da dover acquistare in fretta e furia delle cuffie di lana. Quel giorno, ricordo, eravamo stati a Todi, abbarbicata sopra una collina  ed al ritorno non avevamo preso la solita strada che passa per Acquasparta e Sangemini per tornare a Terni, dove alloggiavamo, ma avevamo deviato per Baschi ed il cielo, finalmente, dopo tre giorni bruttissimi, iniziava a rischiararsi. Ci siamo trovati così nei pressi di uno dei più bei paesaggi che ricordi: i laghi di Corbara prima e di Alviano poco dopo, quest’ultimo oasi avifaunistica del WWF. 

Laghi artificiali, creati da una diga sul Tevere, un posto di una tranquillità indescrivibile, solo gli stridi dei falchi nel cielo

e il rumore delle foglie agitate dal vento. Il cielo che pian piano si arrossava, il fiume Tevere che fluiva placido, le acque degli invasi, circondati dalla vegetazione, appena increspati dalla brezza. C’erano delle panchine, sulla riva, ma ho preferito gustarmi lo spettacolo seduta sui ciottoli a riva, lambita dall’acqua, in piena sintonia con la natura che mi circondava, quasi dimentica del mondo intorno.

E subito dopo il tramonto, con il crepuscolo che ormai incombeva, si era alzato un vento freddo, quasi a ricordarci che era ormai l’ora di rientrare a casa.


seppl

A Seppl piace la cucina italiana…

Vado per ordine. Abito in un quartiere che una volta era periferico. La casa dei miei era una di quelle dell’edilizia popolare e, di fronte, sorgeva un maso di contadini sudtirolesi che possedevano anche una vasta vigna. I masi adesso sembrano delle villette, ma allora erano davvero rustici, con pareti esterne di legno grezzo, l’immancabile crocifisso sulla parete esterna e, a fianco, un piccolo pollaio.

La famiglia che ci abitava aveva una bambina della mia stessa età che frequentava la mia stessa classe, Dorothea, la classica tedeschina con le trecce ed il grembiulino blu, e con lei ho trascorso molti pomeriggi estivi sotto i pergolati dell’uva a giocare al “Mensch, aergere dich nicht” ossia il “non t’arrabbiare”,

un tipico gioco tedesco, con il tabellone disegnato artigianalmente su un pezzo di cartone e, per pedine, dei bottoni colorati. I genitori di lei erano contenti se giocavamo assieme, così la piccola imparava bene l’italiano. A volte, da un paese vicino, arrivava anche Seppl (Giuseppe), suo cugino di un anno più giovane, che si arrampicava sugli alberi per riempirci i grembiuli di mele (dolcissime, succose, dalla polpa crocchiante..altro che quelle che troviamo nei supermercati)…o, per farci dispetto e paura, ci agitava davanti alla faccia delle serpi d’acqua che andava a prendere nelle rogge di irrigazione dei campi al di là della strada.

Allora i meli erano alti 4 o 5 metri, e la raccolta si faceva arrampicandosi con le scale a pioli, e non quei rametti striminziti, ma carichi di frutti che vedo adesso nei campi che fiancheggiano le strade.

Erano i tempi in cui nelle sere estive si potevano ancora vedere le lucciole volare con la loro luce tremula nel buio dei campi,

o sentir gracidare le rane e frinire i grilli. E ricordo i temporali estivi: allora si correva tutti al piano più alto del mio giroscala, dove dalla finestrina del pianerottolo che conduceva alle soffitte ammiravamo il doppio spettacolo dei fulmini e dei razzi antigrandine sparati dai contadini, nemmeno fossero stati fuochi artificiali.

Poi il maso è stato buttato giù, e per demolirlo era stato usata una grossa palla di ferro collegata ad una catena, in quanto non era fatto di mattoni, ma di pietre e sassi…

Al suo posto è stato costruito il condominio in cui abito a tutt’oggi e la vigna dall’altra parte della via espiantata per fare posto ad un nuovo quartiere, Dorothea si è sposata e trasferita in Germania. E Seppl? Lui ha ereditato il maso dei genitori, appena fuori città, ma spesso andiamo a trovarlo, specialmente in periodo di vendemmia. E’ divertente, per un giorno, “giocare” a fare il contadino, passare tra le vigne per raccogliere i grappoli d’uva, ed infine fare merenda all’ombra dei meli, sulle tavolate rustiche, con canederli, crauti, pane di segale, speck

e graukaese, serviti sui taglieri di legno ed accompagnati da vinello o birra.

Però, come ho detto, a Seppl piace la cucina italiana, per la quale la moglie è del tutto negata. Ed allora, quando ci invita, ricambio con una teglia di pasta al forno ed una di melanzane alla parmigiana.

Già, la pasta… Ci sono vari modi per farla. Uno, il più svelto, usando la Pastamatic,

che fa tutto da sola: immetto gli ingredienti, scelgo la trafila giusta, e lei ti prepara tutto, basta solo tagliare le larghe sfoglie nella lunghezza voluta. comodissima quando lavoravo e avevo poco tempo.

Poi c’è un metodo “intermedio”, con l’impasto preparato a mano, passato poi più volte nell’Imperia,

quella vecchia macchinetta (che apparteneva a mia madre) a manovella, ma che è ancora validissima.

Ma tirare la sfoglia a mano, col matterello, è la cosa che dà più soddisfazione. La classica ricetta di un uovo per ogni etto di farina, impasto e poi giù a lavorare di olio di gomito ed infine la rotellina per tagliare le larghe sfoglie per il pasticcio….

Dà allegria, magari non sarò maestra come la mamma del nostro amico bolognese, però il risultato ha sempre ottenuto il consenso di tutti. Figuriamoci se proprio Seppl si tira indietro davanti alla teglia di pasta condita con sugo di pomodoro e minuscole polpettine di carne e tanto, tanto parmigiano!


A spasso per l’Alto Adige


Visto che questa estate è quanto mai instabile, ce ne andiamo a zonzo per la provincia.

Qualche giorno fa siamo stati a Rablà, a visitare il più grande plastico ferroviario d’Europa. Il manufatto è ospitato in un vecchio fienile ristrutturato, patrimonio provinciale, sulla cui facciata campeggia un enorme Crocefisso.

Al piano terreno c’è un plastico grande con paesaggi di fantasia, sui binari del quale circolano trenini di varie epoche.

http://www.eisenbahnwelt.eu/BilderEisenbahnFotogallery/Mittelgebirge/index.html

Al primo piano invece c’è un plastico davvero enorme con la ricostruzione di tutte le stazioni ferroviarie altoatesine, dal Brennero fino a Malles, un lavoro veramente immane, con un sacco di personaggi e diorami, comprendenti le principali città, castelli, fiumi e molti pezzi (oltre ai treni) in movimento, come le funivie, la ricostruzione di un incidente stradale, i camion che transitano sul viadotto autostradale e macchine da costruzione in movimento.

Ogni tanto il paesaggio si oscura, e viene creato l’effetto notte, con le luci lungo le strade che si accendono, così come i semafori.

Una cosa entusiasmante…e se lo dico io, che non sono mai stata appassionata di ferromodellismo, c’è da crederci!

http://www.eisenbahnwelt.eu/BilderEisenbahnFotogallery/Sudtirolanlage/index.html

All’ultimo piano, infine, una serie di vetrine con modellini di treni perfettamente ricostruiti, di tutti i paesi e di tutte le epoche, con un’esposizione dei mezzi di soccorso usati dalla Croce Rossa sia italiana che internazionale.

Nel video allegato, scaricato da You tube, è evidenziata una parte in costruzione. In realtà adesso il plastico è completo, e per muovere tutti i modellini, perfetti in ogni particolare, c’è una postazione di 2 computers che fa davvero invidia ad una vera stazione ferroviaria.

Davvero qualcosa da non perdere!


Cima Vallona

 

Ci fu un tuono secco però non pioveva,
un lampo di fuoco da terra veniva.
E l’eco veloce si sparse lontano
riempiendo di fumo le valli ed il piano.

 

Ma il vento quel giorno era dolce e veloce
portò via quel fumo ogni grido e ogni voce,
e là sulla cima il silenzio tornava
e tutto tranquillo di nuovo sembrava.

 

Tornò dell’estate il rumore leggero
tornarono i falchi a volare nel cielo.
Restarono i quattro che a terra straziati
guardando quel cielo con gli occhi sbarrati.

 

Guardando le nubi vicine lassù
con occhi che ormai non vedevano più,
l’odore di morte era in quella giornata
soltanto una grande bestemmia insensata.

 

Portate dei fiori, portate parole,
portate canzoni, portategli il sole,
portate ogni cosa che serva per loro
a fare più dolce il sereno riposo.

  

Portategli il vostro sincero rimpianto,
portategli il vostro ricordo soltanto,
che sappiano loro che sono partiti
che noi tutti noi siam rimasti feriti.

 

Portategli i fiori, portategli il sole,
un bacio di donna, un ricordo d’amore.
Chi sa maledire o chi sa pregare
quei quattro ragazzi dovrà ricordare.

 

Voglio saper se la mano assassina
che ha mosso la terra, che ha messo la mina,
sa stringere un’altra, se sa accarezzare
se quella d’un uomo può ancora sembrare.

(Francesco Guccini)

 

 

 

 

 

 


Feuernacht

 

Questa notte cade il cinquantenario della “Feuernacht”, la notte dei fuochi.

I sudtirolesi,dal 1796, festeggiano il Sacro Cuore di Gesù (che viene considerato il protettore del Tirolo) nel terzo venerdì dopo la Pentecoste, con processioni e fuochi accesi sulle montagne.

Nel 1961, il terzo venerdì dopo la Pentecoste cadde nel giorno 11 giugno, ma i fuochi furono di tutt’altra natura dai falò solitamente accesi.

In questa data iniziò infatti la fase del terrorismo altoatesino, in quanto nella notte a Bolzano, in pieno centro città, si verificò un’esplosione, mentre altre 46 avvennero in tutta la provincia. Fu così distrutta una statua d’alluminio a Ponte Gardena, raffigurante Mussolini a cavallo (la testa dell’animale è ora conservata in un museo di Innsbruck), vennero danneggiati altri monumenti ed abbattuti ben 37 tralicci dell’alta tensione, per poter destabilizzare quello che i sudtirolesi consideravano il simbolo dell’italianizzazione della zona, ossia le fabbriche impiantate durante il ventennio, con conseguente immigrazione di manodopera da varie parti d’Italia.

Le Acciaierie di Bolzano, il Magnesio, l’Alumetal ed altre infrastrutture minori restarono prive per breve tempo dell’energia necessaria a far funzionare gli impianti. Un ordigno di 50 chilogrammi di dinamite fu trovato, fortunatamente inesploso, presso una diga di Selva dei Molini, un altro nei pressi di un cavalcavia. Gli attentatori, una novatina circa, appartenenti al BAS (Befreiungausschuss Suedtirol – Comitato di liberazione del Sudtirolo), furono individuati e condannati a varie pene detentive. Tra i più noti,

 

Luis Amplatz

 

 

George Klotz  

 

(la cui figlia Eva oggi è consigliera provinciale)

 

 

e Sepp Kerschbaumer.

 

 

Questo fu solamente l’inizio, quando il terrorismo si limitò a danni a cose e strutture. Purtroppo, negli anni seguenti, il tiro si alzò, cominciando a colpire caserme e appartenenti ad Esercito e Forze dell’ordine, causando, tra attentati e rappresaglie, numerosi morti.

 L’attentato più tristemente noto è quello del 25 giugno 1967 a Cima Vallona, in provincia di Belluno, una trappola preparata ad arte proprio per uccidere.

I dinamitardi infatti causarono appositamente una prima deflagrazione, per poter attirare prima una pattuglia di Alpini che incapparono in una prima esplosione, che causò il decesso di un militare.

Per indagare, fu inviata successivamente una squadra composta dal capitano dei Carabinieri Francesco Gentile da un sottotenente e da due sergenti degli incursori del Col Moschin, ma purtroppo anche loro, costretti a seguire un unico sentiero che portava ai luoghi delle due precedenti esplosioni, restarono vittime di un ulteriore attentato, 3 morirono ed uno rimase gravemente ferito.

Su una tavoletta di legno fu ritrovata incisa la frase “Non dovrete più avere il confine al Brennero. Prima vi dovrete scavare la fossa nella nostra terra.”

Domani gli Schuetzen si ritroveranno per “festeggiare” questa ricorrenza a Castel Firmiano, altro luogo caro ai tirolesi che qui si riunirono nel 1957 per la manifestazione

nota come “Los von Rom” (via da Roma), con Silvius Magnago che arringava la folla,

per riaffermare la loro appartenenza al Tirolo e non all’Italia.


Dalla mia provincia…


Mi sono accorta di aver inserito poesie e canzoni in vari dialetti, meno che in quelli della mia provincia….rimedio subito con un brano dei Kastelruther Spatzen. Sembra strano chiamare “passerotti” degli omoni grandi e grossi, ma è così…. Magari il brano non vi piace, ma da noi si canta così 🙂


Prime uscite

Prime belle giornate…prime uscite.

In attesa di riprendere a pedalare (le biciclette sono ancora ben riposte in cantina), abbiamo iniziato con i soliti giri in macchina nei dintorni, per poi passeggiare. Uno dei nostri posti preferiti è il lago di Caldaro.

Posteggiata la smart, ci siamo incamminati per le strade interpoderali. Nei campi i contadini erano al lavoro per legare i nuovi tralci ai fili metallici che fanno da base ai pergolati, i più giovani in giubbotto, jeans e berrettino da baseball, gli anziani con il classico grembiule blu, il “Sarner” ed il tipico berretto conico di feltro. Saliti tra le collinette, lungo i sentieri ricoperti ancora di foglie secche, la sopresa: le viole mammole

e le primule,

con un bellissimo contrasto cromatico. Non ho saputo resistere alla tentazione, e ne ho raccolto un mazzetto, per portarmi a casa uno scampolo di primavera. Poi pranzo leggero, in un locale con vista sul lago che, illuminato dal sole e appena increspato dalla brezza, brillava quasi fosse cosparso di brillantini….


A…come Alto Adige, Autonomia, Anniversari ed Altro Ancora

Rispondo qui e Giancarlo (Giaros) e ad un’altra persona cui ho dovuto applicare la moderazione, essendosi espressa in modo volgare non verso di me (in tal modo l’avrei pubblicato), ma verso tutti i sudtirolesi.

In effetti in pochi sono a conoscenza della storia dell’Alto Adige. Mentre il Trentino, da sempre italofono, era stato teatro di battaglie durante la prima Guerra mondiale , la mia provincia fu semplicemente inglobata (ti traduco una frase tedesca in uso qui “senza tirare un colpo di schioppo”) grazie ad un trattato di pace e solo perché le Alpi erano considerate il confine geografico “naturale” dell’Italia. Poi arrivò la triste parentesi del fascismo. A differenza dell’Austria, che in Trentino ed altre province italiche come pure in Ungheria aveva lasciato lingue, istituzioni e scuole nelle lingue locali, Mussolini oltre ad italianizzare forzatamente la zona,  costrinse i sudtirolesi a parlare solo l’altro idioma ed a frequentare obbligatoriamente le scuole italiane. Nacquero così le Katakombenschulen, ossia, come denuncia il nome stesso, scuole-catacomba, per tramandare ai bambini, di nascosto, lingua e tradizioni. Ora, togliere la lingua materna ad una popolazione significa di fatto estinguerla (a questo proposito, ho postato tempo fa, il 24 agosto 2010, tra le mie poesie preferite, una bellissima poesia di Ignazio Buttitta, in siciliano). La scelta della nazionalità infine, all’inizio della seconda Guerra mondiale (1939), è stata una vile forma di ricatto: o resti qui e ti dichiari italiano a tutti gli effetti, o se ti ritieni di lingua tedesca, parti armi e bagagli per la Germania, senza portarti nulla appresso, lasciando la “Heimat”, che tanti traducono con Patria, ma ha un significato più ampio, comprendendo anche usanze, tradizioni, sentimento di nostalgia  etc. Molte famiglie così si smembrarono, coloro che si trasferirono addirittura furono, spesso ingiustamente, di essere filonazisti, e solo alla fine della guerra ai cosiddetti “optanti” fu consentito di rientrare, riprendendo possesso dei loro beni e riacquistando anche la cittadinanza italiana.

Adesso, l’unica cosa che rimprovero ai tirolesi è l’amara parentesi del terrorismo, perché in nessun caso giustifico la perdita di vite umane. L’autonomia, promessa dal trattato DeGasperi-Gruber, era stata da tempo disattesa, i lavori per l’attuazione dello statuto di autonomia andavano molto a rilento ed il ricorso alla violenza è sembrato allora l’unico modo per risolvere la questione, ottenendo solo di attizzare odio tra le due diverse nazionalità.

Tanti poi dicono che, come gli extracomunitari, i tirolesi dovrebbero adeguarsi al paese che li ospita. Un momento…questa è casa loro, è sempre stata loro (eccetto durante il lontanissimo tempo dei ladini), nominalmente Italia, ma di fatto una fetta di Tirolo. Gli “ospiti”, pur in casa nostra, siamo noi.

Tanti ci rimproverano per i soldi che prendiamo. E per quelli che spendiamo? Da anni sanità, scuola, viabilità sono gestite (bene) dalla Provincia, con proprio personale, a totale carico quindi del bilancio locale e non dello Stato . Da quando non c’è più l’ANAS le strade sono migliorate, le scuole rimodernate (anche se la precedenza è stata data a quelle tedesche), la sanità ha un ottimo rapporto qualità-prezzo…buoni risultati (non ottimi) con spesa contenuta. Insomma, siamo gestiti bene e ne siamo fieri. Quanti, anche autonomi, possono dire altrettanto? Ovviamente ogni legge non nasce perfetta. Per accedere a un qualsiasi posto pubblico bisogna essere in possesso del patentino di bilinguismo, dalle differenti tipologie di difficoltà, dal livello A per le categorie digenziali al livello D per la “manovalanza” (per quanto io mi chieda a che serva conoscere, anche a livello elementare, la seconda lingua per spazzare una strada…). Ciò ha comportato anche varie storture: l’ospedale civile ha dovuto privarsi di ottimi elementi (che parlavano correttamente e correntemente il tedesco) solo perché non erano in possesso del pezzo di carta che attestava tale conoscenza.

Le lamentele dei turisti per la presunta freddezza degli albergatori? E’ gente diffidente, vero, dopo tante ingiustizie da parte degli “Italiani”, ma se li saluti con un Gruess Gott…ti sorridono e cambiano atteggiamento e ti parlano volentieri, anche in italiano. (questo è un saluto tipico del Tirolo, ma anche della Baviera, che letteralmente significa “saluta Dio”, come per augurarti la benevolenza divina).

Infine il rozzo Durnwalder…

Premesso che è laureato, ma proviene da Falzes, appena sopra Bressanone, ed ha quindi radici contadine, legatissimo alla sua terra, ma ha espresso in toni decisi ciò che pensa e pensano i suoi elettori.

A proposito di contadini… Sai quanti giovani “contadini” hanno perlomeno un diploma conseguito presso l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige, e nonostante questo li vedi lavorare manualmente nei campi, senza orari o giorni festivi?

La coccinella che vedi sulle nostre mele è il simbolo dell’agricoltura biologica che utilizza questi insetti per sterminare le larve dannose (in particolar modo dei maggiolini) senza ricorrere ai pesticidi.

Concludendo, per i sudtirolesi questa ricorrenza è come “festeggiare” per un funerale…puoi dar loro torto?


Ancora sui monumenti

Quando mancasse il consenso, c’è la forza”…lo disse a suo tempo Mussolini, adesso però sembra che sia diventato il motto dei suoi più accaniti oppositori, ossia gli intransigenti politici altoatesini, decisi a fare tutto da soli con o senza il consenso della parte di popolazione italiana che disapprova il provvedimento relativo ai monumenti. Ho già scritto quello che vogliono fare ad alcuni monumenti, nonostante il dissenso di una certa parte della popolazione di lingua tedesca e (udite udite) anche dei politici di Rifondazione comunista e dei Verdi. Sono tutti d’accordo nel dotare questi monumenti di targhe esplicative del periodo storico in cui futono eretti, in varie lingue, italiano e tedesco ovviamente, ma anche ladino, inglese e francese, in poche parole un vero “tomo” di marmo. Però loro, gli intransigenti, dicono di no, vanno non dico distrutti, ma snaturati, togliendo loro tutto quello che ricorda l’epoca del ventennio. Nel frattempo i lavori di restauro dell’arco della Vittoria sono stati sospesi, come temevo. Vedremo cosa succederà al famigerato bassorilievo raffigurante il duce a cavallo. Io avrei proposto di lasciarlo, magari sostituendo al viso di Mussolini la facciona sorridente del nostro Obmann, Herr Luis Durnwaldner, che ha più o meno la stessa fisionomia…ironia della sorte! Lo spostamento del bassorilievo in “idonea sede museale” si tradurrà praticamente in un abbandono totale come è accaduto alle aquile del Ponte Druso. Se poi penso al bellissimo cinema-teatro Corso, son una scalinata fantastica e l’atrio adronato da una statua, i palchi e la platea con un’acustica perfetta, mi viene lo sconforto. Lo stessi dicasi del Cinema Druso, che faceva parte di un grande complesso comprendente anche lo stadio ed il Lido, abbattuto per fare posto ad un palazzone tutto di vetro che sarà anche bello, ma stona completamente con gli edifici adiacenti.


ancora neve…

Ieri sera, all’uscita dalla pizzeria, nevicava. Non le falde larghe e leggere dell’altro giorno, che la pioggia aveva disciolto in breve tempo, ma una neve sottilissima, asciutta e farinosa che ben presto ha ricoperto tutto anche se con uno strato modesto, 4 o 5 centimetri, Così, salutati i ragazzi, siamo andati a fare una passeggiata con la neve che ci turbinava intorno e che ci bagnava la faccia, l’unica zona scoperta tra sciarpa, berrettone e guanti, divertendoci a guardare le impronte lasciate dalle scarpe. La neve fa tornare un po’ bambini…


Questa mattina poi, silenzio assoluto. Niente traffico, soprattutto niente dannatissimo camion della nettezza urbana che ci sveglia prestissimo, i pochi rumori assorbiti da questo strato, alto adesso una dozzina di centimetri, per ora ancora immacolato… e sta continuando a fioccare. Le strade sono impreziosite dai merletti che la neve ha ricamato sui rami spogli,

i marciapiedi pure sono candidi, ma non so fino a quando. Già qualche volonteroso sta spalando nel tratto di sua competenza e spargendo sale sui sentierini pedonali e le rampe dei garages, dove la neve si è parzialmente disciolta in rivoli grigiastri.



Mercatino di Natale

Piazza Walter…stanno già preparando per il mercatino natalizio. Un enorme abete, alto una quindicina di metri a dir poco, è stato eretto nella piazza e fa pena sapere che per allietare un periodo di pochi giorni debba essere sacrificato un albero che senza dubbio ha un sacco di anni. Ormai il Natale ha solo un significato puramente commerciale, ed il mercatino ne è la riprova: una serie di bancarelle, certamente belle, illuminate, musiche di sottofondo adatte, profumi di vin brulè, cannella e chiodo di garofano che si mescola a quello dei dolci natalizi, come i Lebkuchen, molto speziati, od i Christstollen, dal sapore di marzapane. Tra poco inizierà anche la confusione: gente che viene da varie parti d’Italia proprio per visitare questo mercatino che, nato sulla scia di quelli in auge nei paesi di lingua tedesca, ormai è diventato tradizionale ed ha fatto da battistrada ad altre manifestazioni simili in tutta Italia. Non amando la confusione, tranne una breve visita prima della ressa che inizierà durante il periodo di Sant’Ambrogio in cui Bolzano diventerà una piccola succursale di Milano, me ne starò ben lontana….



lassù tra le montagne 3 -leggende dolomitiche

Laurino era il re dei nani e aveva il suo regno sulle montagne delle Dolomiti.
Di lui si innamorò nascostamente la valchiria Sittlieb, che era al suo servizio come cavaliere e per lui creò nel suo giardino il più bel roseto che mai si fosse visto.
Ma Laurino si era innamorato di Similde, una fanciulla nobile, così bella, che per darla in sposa il padre indisse un torneo, al quale re Laurino fu escluso perché era un nano.
Laurino non potendo rinunciare alla donna che tanto amava, indossò il cappello dell’invisibilità e la rapì. La condusse nel suo castello e la rinchiuse nel bellissimo roseto colmandola di attenzioni.

 

(il rapimento di Similde)

Sittlieb saputa l’intenzione di Laurino di sposare un’altra donna, fuggì col cuore infranto e si recò da una maga per farsi fare un sortilegio e poter diventare come un uomo, ma la magia prevedeva che non sarebbe mai più potuta tornare nel giardino da lei creato o avrebbe perso la vita.

Mentre Similde era prigioniera nel roseto di Laurino, Hartwig, il cavaliere che l’aveva protetta nel bosco una volta che lei si era persa e che di lei era innamorato, partì alla volta del giardino per liberarla. Al suo ingresso trovò delle ninfe che gli dissero che solo un bambino o un giullare sarebbero potuti entrare nel giardino e si aspettavano da lui un canto. Il giardino, infatti, era circondato da un sottile filo di seta, e chiunque l’avesse sfiorato, avrebbe fatto accorrere tutta la guardia di re Laurino. Egli declamò la poesia per Similde e gli fu detto il vero motivo per il quale era stata rapita.

Non essendo in grado di fare nulla per lei, decise di tornare dal suo padrone e raccontare la verità, che Similde sarebbe stata liberata, qualora a Laurino fosse stato dato modo di partecipare al torneo con l’imparzialità che si doveva ai cavalieri.

Nel frattempo Sittlieb era entrata a far parte della corte di Re Teodorico come guerriero del re. La magia e il fatto che ella non si non toglieva mai l’elmo le permisero di non essere riconosciuta come la valchiria che aveva lavorato per il re dei Nani.

Il Conte, padre di Similde, sdegnato, non aveva comunque voluto accettare la partecipazione di Laurino al torneo, e Hartwig si vide costretto a chiedere l’aiuto di Re Teodorico per liberare Similde. Teodorico accettò, considerando una facile l’impresa di penetrare nel regno dei nani per liberare la fanciulla, pur sapendo che Laurino era in possesso di arti magiche, quali una cintura che gli dava la forza di dodici uomini, una corazza impenetrabile e il cappello che lo rendeva invisibile, grazie al quale aveva appunto rapito la fanciulla.

La via d’accesso per i monti del Rosengarten era nota per essere inaccessibile, ma il cavaliere con l’elmo disse di esserci già stato. Re Teodorico decise che sarebbe stato lui a guidarli, e lo obbligò anche quando il cavaliere si mostrò contrario predicendo la propria morte.
Giunti al roseto, Teodorico, tagliò il filo di seta che lo circondava, e subito gli apparve davanti re Laurino in persona che iniziò con lui un duello cruento.
Re Laurino si fece invisibile e si avvantaggiò, ma Re Teodorico riuscì ad afferrarlo, e togliendoli cintura, cappuccio e armi, lo sottomise.

(la sottomissione di re Laurino)

Liberata Similde, ella disse che re Laurino era di nobile animo e che l’aveva trattata sempre con cura e amore. Chiese così a Re Teodorico di noti umiliarlo oltre e di lasciarlo andare. Questi allora tese la mano a Laurino e gli offrì la pace. Fu organizzato un grande banchetto nel salone nella cavità delle montagne.
Ma dopo la mezzanotte, quando tutti erano andati a dormire, un minatore svegliò Laurino, perché un cavaliere del re Teodorico si aggirava per il roseto con l’intento di penetrare nelle montagne con intenti malvagi.
Subito i nani lo fronteggiarono, ma i rumori destarono Re Teodorico che pensò ad un tranello e fece brandire ai suoi le armi. Laurino pensò allora ad un’intesa tra Teodorico e il cavaliere contrario alla pace e quindi si riaprirono le ostilità.

Ancora una volta gli uomini di re Teodorico avevano avuto la meglio, ma il cavaliere con l’elmo pretendeva la libertà di re Laurino arrivando a sfidare lo stesso re Teodorico a duello. Ferito, gli venne tolto l’elmo e si scoprì che era una donna, la valchiria Sittlieb, che rimasta fedele a re Laurino stava morendo a causa del sortilegio.
Nel frattempo Hartwig aveva portato al sicuro Similde, promettendole di difenderla per sempre, proposta che Similde accettò e visse così il resto della sua vita felice accanto al cavaliere che l’aveva salvata.
Terminò così la guerra nel roseto e re Laurino fu condotto prigioniero da re Teodorico.

Dopo un lungo periodo Laurino riuscì però a liberarsi e a tornare alle sue montagne ove, colto da profonda tristezza, e non trovando più i suoi, fece pietrificare il roseto intero e pronunciò una formula magica in forza della quale le rose non potevano essere più viste né di giorno, né di notte. Ma dimenticò il crepuscolo, perciò da allora ad ogni tramonto, riappaiono tutte le rose tingendo di un meraviglioso rosa l’intera montagna, chiamata appunto Rosengarten.
E’ questa l’"Enrosadira": il momento magico del giardino delle rose.

 

 

 


Lassù tra le montagne – 2 – leggende dolomitiche

 

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Forse non tutti sanno che le Dolomiti vengono chiamate anche Monti Pallidi a seguito di un prodigioso incantesimo avvenuto ai tempi dell’antico Regno delle Dolomiti, quando la roccia delle montagne aveva lo stesso colore delle Alpi. Tale regno era ricoperto di prati fioriti, boschi lussureggianti e laghi incantati. Ovunque si poteva respirare aria di felicità e armonia meno che nel castello reale. Bisogna infatti sapere che il figlio del re aveva sposato la principessa della luna, ma un triste destino condannava i due giovani amanti a vivere eternamente separati. L’uno non poteva sopportare l’intensa luce della luna che l’avrebbe reso cieco, l’altra sfuggiva la vista delle cupe montagne e degli ombrosi boschi che le causavano una malinconia talmente profonda da farla ammalare gravemente.

Ormai ogni gioia sembrava svanita e solamente le oscure foreste facevano da solitario rifugio al povero principe. Ma si sa, però, che proprio le ombrose selve sono luoghi popolati da curiosi personaggi, ricchi di poteri sorprendenti e capaci di rovesciare inaspettatamente il corso degli eventi. Ed è così che un giorno, nel suo disperato vagare, il principe si imbattè nel re dei Salvani, un piccolo e simpatico gnomo in cerca di una terra per il suo popolo. Dopo aver ascoltato la triste storia del giovane sposo, il re dei Salvani gli propose, in cambio del permesso di abitare con la propria gente questi boschi, di rendere lucenti le montagne del suo regno. Siglato il patto, gli gnomi tessero per un’intera notte la luce della luna e ne ricoprirono tutte le rocce. La principessa potè così tornare sulla terra per vivere felicemente assieme al suo sposo e le Dolomiti presero il nome di Monti Pallidi.

 

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Lassù tra le montagne

 

Sono sempre stata innamorata della montagna. Il mare, così piatto ed immenso mi sgomenta, mentre i monti con le loro vette ed i loro paesaggi sempre diversi, mi affascinano. È bello alzarsi presto, alla mattina – da sempre sono ormai abituata a svegliarmi per tempo, ancora dai tempi in cui lavoravo – e partire per luoghi che ormai conosco bene, ma che sono sempre bellissimi. Si parte dalle zone adiacenti alla città, circondata da coltivazioni di meli, ancora avvolti dalla bruma mattutina, quando gli irrigatori automatici formano piccoli archi iridescenti ai primi raggi del sole, per poi salire verso le colline coltivate a vigneti, con pergole basse ed ombrose.

 

 

 

 

 

 

 

 Quindi si arriva alle zone dei prati, tanto folti da sembrare una moquette  ottime per i pascoli delle mucche di razza bruno-alpina dal muso dolcissimo

 

 

 e, al loro limite, i boschi di larici, abeti e pini nei loro differenti toni di verde. Pian piano i boschi lasciano spazio ai pini mughi, bassi e contorti, ed alle macchie di rododendri

 

 

che, quando sono in fioritura, sono semplicemente spettacolari. Ed alla fine, le rocce, aspre, nude, di una bellezza strabiliante, sempre diverse, modellate dal vento e dagli altri agenti atmosferici, dove, in alcuni posti, persiste ancora la neve e da alcuni anfratti fuoriescono cascatelle impetuose e spumeggianti. Se poi le rocce sono le Dolomiti, lo spettacolo è assicurato. Non per altro sono state recentemente incluse tra il patrimonio dell’Umanità. Data la mia zona, sono particolarmente affezionata alle Dolomiti che si vedono dalla mia città (potevo ammirarle benissimo dalla finestra del mio studio), ossia l’altopiano dello Sciliar ed il Catinaccio, detto anche Rosengarten (Giardino delle rose), perché al tramonto diventa davvero di un rosa molto acceso.