La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

cronache da Milano

Cambiamenti

Le persone cambiano.

Le città pure.

Così negli anni ho perso molti punti di riferimento.

Penso a Milano…quante cose sparite, anche se nell’arco di soli 25 anni, cioè da quanto ho iniziato a frequentarla regolarmente.

In piazza Duomo non c’è più Galtrucco con le sue stoffe da sogno e le sue vetrine eleganti, sostituita da Benetton; in via Meravigli ha chiuso anche il negozio di dolciumi dove comperavamo dei favolosi Cuneesi; lo storico ferramenta Collini, per il quale avevo anche partecipato alla raccolta firme per evitarne la chiusura, si è trasferito: è sempre in Corso Buones Aires, ma non più nella sede storica che occupava da più di un secolo. Le cose che più ci mancano sono però i negozi che frequentavamo abitualmente.

Le Messaggerie Musicali, in corso Vittorio Emanuele, ad esempio, poi cedute alla Mondadori ed infine da questa vendute alla catena di vestiario Mango. Oppure la FNAC di via Torino – che già aveva sostituito una storica Standa – acquisita poi da Trony e che ora ha le serrande mestamente abbassate, in quanto a breve arriverà l’ennesimo negozio di H&M. Per non parlare poi delle UPIM, molte delle quali sostituite dalla catena Oviesse.

Anche sotto casa i negozi hanno avuto una vera e propria rivoluzione.

Dove prima c’era la Vodafone, ora c’è un servizio di decorazione unghie gestite da cinesi. Le vecchie botteghe quali la merceria, la pasticceria artigianale, il calzolaio, la panetteria, la pizzeria al taglio…scomparse: al loro posto una gelateria “etnica”, un negozio di accessori per telefonia e pc (sempre gestito da cinesi), un barbiere, un ristorante, naturalmente cinese….

E come cambiano le botteghe, cambiano pure gli avventori, anche se la natura del negozio è sempre la stessa: il bar dove spesso facevamo colazione, assieme a parecchie anziane sciure milanesi, ora è gestito da cinesi e le vecchie sciure non ci vanno più, perché il loro posto è stato preso da vari extracomunitari. Il fruttivendolo già da tempo ritiratosi in pensione, ha ceduto il negozio ad un pachistano. Resiste ancora l’alimentarista all’angolo, che vende di tutto: carne, formaggi, salumi, pane, acqua minerale, biscotti vari, ed è sempre un piacere ritrovarlo ogni volta che torniamo…ma fino a quando?

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I dimenticati

Sono quelli che nessuno vede.

Milano ne è piena.

Non parlo dei soliti extracomunitari che ti assillano con la vendita di libretti, braccialetti, accendini, bastoni per selfie, fazzoletti di carta.

Parlo di quelli che nessuno vede.

Gli invisibili.

Quelli che comunemente chiamiamo barboni.

Quelli che stazionano sotto i porticati, con giacigli poggiati su cartoni, coperte logore dalle quali spuntano scarpe consumate e ciuffi di capelli scarmigliati, mentre il viso è nascosto per proteggerlo sia dal freddo che dalla curiosità della gente.

Uno di questi sosta in piazza Ventiquattro Maggio, e mi ha colpito per vari motivi.

Primo, perché non dorme di giorno, come invece fanno quasi tutti gli altri. Poi perché ci tiene ad un certo decoro: il giaciglio è sempre ben rifatto anche perché è uno dei “fortunati” che possiede un sacco a pelo, e si è creato anche un piccolo ambiente: delle scatole nelle quali ripone qualche frutto, una bottiglietta d’acqua, perfino un portacenere, e poi dei libri, tanti, di ogni genere, e uno è sempre appoggiato, con il suo bel segnalibro, sul letto. Inoltre non espone nessun cartello con scritte varie (Ho fame – Un piccolo aiuto – e così via), nemmeno un copricapo o un barattolo nel quale riporre eventuali elemosine e non possiede nemmeno un piccolo cagnolino per impietosire i passanti. L’ho intravisto solo una volta dal tram che passa lì accanto: mezz’ètà, ma forse le vicissitudini lo fanno sembrare più vecchio di quanto sia realmente, la barba scura, anche i vestiti sembrano piuttosto in ordine. Forse è uno dei tanti che, dopo aver condotto un’esistenza normale, si è ritrovato da un giorno all’altro a vivere per strada per aver perso il lavoro o altra disgrazia.

Mi sono trovata a pensare di come vivano alla giornata queste persone: sostano per le strade, spesso davanti ai negozi sfavillanti di luci o alle banche, mondi lontanissimi dalla loro esistenza, e quante di loro passino all’addiaccio la notte, di come sopravvivano, cosa pensino del mondo che le circonda, un mondo spesso chiuso nell’indifferenza e nell’egoismo. L’unica cosa che posso fare è donare loro qualcosa, unitamente ad un lieve sorriso…


Uno strano rito

“Schiscià i ball” al toro in Galleria.
La tradizione nacque quando Torino divenne capitale, con grande disappunto dei milanesi, e vorrebbe che i giri sui “gioielli” del bovino perché portino fortuna siano tre ed effettuati esclusivamente l’ultimo giorno dell’anno rigorosamente col tallone del piede destro, altrimenti si ottiene l’effetto contrario. Evidentemente molti non conoscono queste condizioni , perché quotidianamente c’è la coda per adempiere a questo strano e scaramantico rito, tanto da provocare un buco profondo al posto degli “attributi”, il che costringe l’amministrazione meneghina a rifare frequentemente il mosaico.


Capodanno

Mio marito ed io abbiamo ripreso una vecchia abitudine: partire per Milano la mattina del primo gennaio. Ci siamo alzati presto, abbiamo caricato i bagagli in macchina e via… Le strade pressoché vuote, solo qualche auto. Il cielo ancora scuro faceva risaltare le luminarie natalizie,

un freddo “pulito” per via di un leggero nevischio che mano a mano andava aumentando, fino a trasformarsi, subito dopo il casello di Ora, in una vera e propria nevicata che ci ha accompagnati fino a Rovereto. Un incanto. Un viaggio tranquillo, traffico quasi inesistente anche quando siamo finalmente arrivati. Quasi certamente stavano tutti smaltendo il cenone e riposando dopo i festeggiamenti di San Silvestro. E così, mentre gli altri ronfavano ancora, noi ci siamo goduti un viaggio bellissimo.

 

 

 

 


…di 28 ce n’è uno…

Qualche giorno fa, per la precisione il 20 novembre, c’è stato un compleanno importante, il 90° per la precisione. Non sto parlando di una persona, ma del mio tram preferito. Anche se la sigla è “Carrelli 28”, il primo esemplare venne immatricolato nel 1927 con il numero 1501 e pochi giorni dopo il prototipo iniziò a circolare in città incontrando subito il favore della popolazione. Il nome deriva dai due grossi carrelli in acciaio, una novità importata dagli Stati Uniti, su progetto dell’americano Peter Witt. L’anno seguente venne immatricolato il 1502, mentre altre 500 vetture furono costruite nel 1929: in totale furono quindi 1502 le vetture costruite, e di queste in città ne circolano ancora, nonostante l’età, ancora 125. Sono infatti tram dalla struttura molto robusta che sopportarono bene anche le devastazioni della guerra, quando solo una vettura, centrata in pieno da una bomba, (matricola 1624) non poté essere messa in servizio. Gli altri tram riportarono danni più che altro alle parti interne della carrozzeria a causa degli incendi, ma le parti meccaniche superarono benissimo i danneggiamenti. Negli anni ’70 la “perteghetta” che collegava la vettura alla linea elettrica aerea e soggetta spesso a scarrucolamenti venne sostituita dal pantografo, mentre negli anni 2000, sono stati effettuati molti miglioramenti tecnologici, con l’installazione di computer di bordo, navigatore, radiocomando per gli scambi. È bello sentirli arrivare sferragliando sulle rotaie, e sono diventati una delle attrazioni della città, tipici quanto il Duomo con la Madonnina, i Navigli, la Scala o l’ossobuco con il risotto. Gli interni non hanno più il salottino posteriore in velluto rosso destinato ai fumatori, ed è stato tolto anche il posto del bigliettaio, sostituito dall’obliteratrice. Ma le panche sono ancora là, lucidate, come ha scritto qualcuno, da migliaia di sederi milanesi 😀 . Inoltre sono vetture che ben si prestano alle sponsorizzazioni quindi, quando non indossano la livrea bicolore giallo e crema, vengono rivestiti con pubblicità brillanti. Alcuni poi sono adibiti a servizi “speciali”, come l’ATMosfera, che funge anche da ristorante su rotaie mentre si gira per la città.

E poiché noi italiani sappiamo fare meglio anche le cose che abbiamo importato dall’America, ecco che numerosi Carrelli 28 hanno preso la via del mare, approdando a San Francisco. In quella città infatti si tenne nel 1983 una manifestazione con tram pervenuti da tutto il mondo, e la “28” piacque così tanto che gli americani ne ordinarono molte altre, ed ancora circolano in quella città e lo stesso fece Melbourne.

Buon compleanno, Carrelli, adesso aspettiamo il centenario ❤ 

 

 

 


Al cinema

A Bolzano al cinema non vado mai, anche perché ho una consistente videoteca.

Tanto per dire, l’ultimo film che mi ricordo di aver visto è “Bianca e Bernie” quando i miei figli erano ancora bambini, ed in una sala, il Boccaccio, che ormai non c’è più in quanto l’edificio è stato demolito.

A Milano però succede di andare a vedere qualche prima visione, come ieri sera.

Davano la nuova versione di “IT” di Stephen King che non apprezzo particolarmente tranne in qualche pellicola, perché i suoi finali sono sempre troppo esasperati. Però eravamo in compagnia, tutti ne erano entusiasti, quindi dopo cena ci siamo avviati alla multisala dove lo proiettavano. I posti erano già stati prenotati tramite internet, ultima fila, poltrone comode e mi accingevo a gustarmi lo spettacolo.

Qui però è iniziata la tragedia.

A fianco a me, proprio attaccata alla mia poltrona, una coppia di maleducati e cafoni. Pochi minuti dopo l’inizio hanno tirato fuori un sacchetto di popcorn formato condominiale lei, altro sacchetto di patatine formato famiglia allargata lui ed hanno cominciato a sgranocchiare allegramente per tutta la durata del primo tempo. Non era tanto lo sgranocchiare che dava fastidio, anche se mi sembrava di essere seduta accanto ad una famiglia di criceti, quanto lo stropiccìo della carta stagnola.

Ho sopportato per un quarto d’ora circa poi, esasperata, ho chiesto alla combriccola (eravamo in cinque in totale) se potevano scalare di un posto. Fortunatamente i posti in quella fila erano vuoti, quindi l’operazione è potuta andare in porto. Il rumore c’era comunque, ma almeno era meno fastidioso.

L’operazione rosicchiamento è terminata giusto alla fine del primo tempo, quindi credevo di potermi gustare in pace almeno il secondo tempo.

Errore!

Lei ha iniziato a tirar fuori il cellulare, scrivendo compulsivamente su non so quale social, naturalmente con i suoni tastiera, bassi ma comunque udibili, e con una luminosità da discoteca. Ero perfino tentata di accendere il mio cellulare in modalità torcia e puntargliela in faccia, però sono una persona PURTROPPO educata, e non l’ho fatto.

Mi domando che razza di tare mentali abbiano coloro che vanno al cinema per mettersi a chattare durante la proiezione: posso capire se uno ha problemi di reperibilità, ma non era certo il caso della tizia che inviava faccine e smiles a tutto spiano! Per mio conto, al cinema dovrebbero assicurarsi che i cellulari vengano spenti, tranne appunto i casi di reperibilità (medici e simili).

Benedetta sia la mia videoteca, il mio divano, le mie comodità, quando posso eventualmente interrompere la visione per mangiarmi un gelato o sospendere in casi di attacco di sonnolenza e senza roditori importuni a fianco!


Qualche giorno al lago

Qualche giorno al lago…

Per evitare lo stress del viaggio andata-ritorno in giornata, che ci lasciava solo qualche ora per restare in compagnia della nostra amica, abbiamo deciso di pernottare due notti in un B&B poco distante da casa sua.

Bello partire da Milano con calma, ammirando i colori cangianti della campagna ai lati della strada, che sfumavano nella foschia grigia, da dove emergono in lontananza campanili snelli.

Ci aspettavamo la pioggia, invece le giornate sono state solo nuvolose, ma senza precipitazioni. Ho finalmente potuto indossare le maglie pesanti e la giacchina imbottita che mi ero portata appresso e che non avevo mai potuto mettere in quanto a Milano le giornate si sono rivelate piuttosto calde, non sembrava nemmeno autunno.

Abbiamo trascorso questo periodo in tranquillità, senza fretta, godendoci la pace del luogo, attorniati da gatti e gattini vari che zampettavano dappertutto, chiacchierando e raccontandoci mille cose con una tazzona di tisana e biscottini vari in attesa che tornasse la sera per poterci ritirare nella nostra stanza.

Prima di dormire, uno sguardo dal balcone con vista lago: le casette con le finestre illuminate, le strade strette ed i lampioni accesi che brillano nel crepuscolo con gli aloni giallo-zafferano che perforano la nebbiolina…

Tranquillità, pace, serenità…ogni tanto se ne avverte il bisogno.


Il mostro della laguna nera

Avevo forse già scritto che a Milano avevo trovato una “chicca” che cercavo da molto tempo.

Un vecchio film in bianconero, considerato a lungo come un B-movie, di quelli che non hanno vinto premi prestigiosi, con bravi interpreti ma di non grande notorietà, film che è rimasto tenacemente nei miei ricordi di quando ero bambina e passavo il pomeriggio domenicale in compagnia delle mie amiche al cinema, prevalentemente nelle sale parrocchiali dove proiettavano film vecchi di decenni.

Sto parlando de “Il mostro della laguna nera”.

Ai miei tempi (acc…che mi tocca scrivere 🙂 ) mi era rimasto impresso perché era una storia avventurosa, anche se ora è classificato giustamente come fantascienza-horror.

Adesso invece mi sono goduta il film, davvero piacevole, con una bella trama avvincente, una bella sceneggiatura, delle belle riprese subacquee (consideriamo che la pellicola è del 1954!).

Interessante sapere che è stato il primo film con riprese subacquee ad essere girato in 3D.

Parlavo di fantascienza: i primi anni ’50 sono il periodo in cui uscirono le prime pellicole dedicate a questo genere, quali “La cosa dell’altro mondo” ed “Ultimatum alla terra”, ambedue del 1951 (gli originali – che sono presenti nella mia videoteca – per mio conto valgono molto di più dei remake girati in epoca successiva), dove i “protagonisti” non sono umani ma robot, alieni, insetti che hanno subito mutazioni genetiche per via di radiazioni (come in Tarantula, del medesimo regista) o, come in questo caso, esseri sopravvissuti all’era preistorica in ambienti ancora semi-inesplorati dall’uomo, alla maniera del capostipite King Kong.

Può essere considerato come una riedizione della storia della Bella e la Bestia, dove la “bestia” è ovviamente il mostro e la bella è l’attrice Julia Adams. Ma la bestia, che soccomberà alla cattiveria dell’uomo, altro non è che un essere che ha visto minacciato il proprio habitat e si difende uccidendo, tanto che una delle vittime è proprio il finanziatore della spedizione che vorrebbe portarlo dal Rio delle Amazzoni nella sua città per esporlo come un fenomeno da baraccone al solo scopo di ricavarne un profitto economico.

Un film che è diventato, con il passare del tempo, un vero cult_movie, tanto che il mostro è stato riesumato da Striscia la Notizia per introdurre una delle sue rubriche 🙂 .

L’idea iniziale proviene da una leggenda secondo la quale nelle acque dell’Amazzonia vivrebbero esseri stranissimi, degli uomini-pesce dotati di branchie ma che possono stare sulla terraferma per brevi periodi. Per interpretare il mostro la produzione si avvalse di due attori: uno per le riprese in acqua, l’altro, assai più alto per le scene girate sulla terraferma. Ci fu anche una questione relativa alla realizzazione del costume: incaricato del progetto fu Bud Westmore, progetto però che non incontrò il favore della produzione. Westmore incaricò allora la disegnatrice Millicent Patrick di approntare dei bozzetti e questi vennero approvati. Westmore però si arrogò tutto il merito dell’opera senza mai menzionare il contributo definitivo della Patrick,e per questo venne anche anche contestato pesantemente. Però il tempo ha reso giustizia a Millicent Patrick, facendo circolare le sue fotografie mentre disegna il mostro e con i modellini della testa, fotografie dove Westmore non appare mai.

 

Come ho scritto, gli attori non sono notissimi: oltre alla citata Julie Adams, il cast comprende Richard Carlson, Richard Denning e Whit Bissel, mentre la regia è di Jack Arnold, uno specialista di film fanta-horror del periodo.

 


Un cappello pieno di pioggia

A Milano, dopo la chiusura delle Messaggerie Musicali e visto che alla Trony (ex FNAC) il reparto DVD è praticamente vuoto ancora dal Natale scorso, rimanendo solo la Feltrinelli e la Mondadori, mio marito ed io abbiamo scoperto altri negozi per trovare DVD di vecchi film. Certo, molti si possono sempre comprare su Amazon o altre aziende che vendono online, ma il bello è proprio cercare tra gli scaffali e trovare qualche vecchio film del quale ci si era perfino dimenticati.

Così l’ultima volta abbiamo scoperto alcuni titoli o sconosciuti o che ricercavamo da molto tempo.

Uno di questi è “Un cappello pieno di pioggia”. L’avevo visto decenni fa in televisione, poi ne avevo perso le tracce, fino a quando non siamo capitati nella Libreria Paolina vicino al Duomo. Molti credono che là si vendano esclusivamente testi di natura religiosa, e noi per caso abbiamo visto che hanno anche una piccola ma fornita sezione di DVD.

Il film è diretto da Fred Zinnemann, un bellissimo bianconero del 1957 dalle inquadrature scarne ed essenziali della New York dei quartieri popolari e narra di un dramma familiare che si sviluppa lentamente ma che avvince subito.

I protagonisti sono quattro.

Johnny, reduce dalla guerra di Corea, dove è stato preso prigioniero e sottoposto a varie torture e che, a causa delle ferite riportate, è diventato morfinomane. Celia, la sua giovane moglie, in attesa del primo figlio, che non è a conoscenza delle condizioni del marito e suppone che le sue uscite notturne celino invece una tresca amorosa con un’altra donna. Polo, il fratello di Johnny che vive con loro e che di professione fa il buttafuori in un locale di infimo ordine. Infine il padre dei due ragazzi, Pop , che giunge inaspettato dalla Florida a trovarli.

È proprio questa visita che fa precipitare la situazione. Il padre infatti, dopo anni di sacrifici, ha deciso finalmente di acquistare un locale a Palm Beach, dove abita, contando su una somma che Polo aveva detto di possedere e di tenere a sua disposizione. Pop però non è a conoscenza della tossicodipendenza del figlio e non sa che Polo ha speso tutti i suoi risparmi pur di procurare la droga a suo fratello; non solo, Johnny è indebitato con il suo spacciatore per altri 500 dollari che non ha, e che dovrebbe trovare per il mattino seguente.

Il padre, non potendo più contare sul prestito da parte del figlio minore se la prende con lui, definendolo debosciato: tutte le sue simpatie infatti sono per il figlio maggiore, che considera, erroneamente, responsabile e lavoratore – mentre invece ha già perduto ben quattro impieghi, nascondendo la situazione anche a Celia – e non si rende invece conto della debolezza di carattere causata dalla dipendenza dalla droga.

L’ennesima crisi di astinenza di Johnny causa l’ultima crisi familiare: Polo, per tacitare i creditori, vende la sua macchina ma consiglia al fratello di confessare alla moglie e al padre la sua dipendenza dalla morfina. Quando questo succede, confessando anche che fine abbiano fatto i soldi promessigli, il padre dà in escandescenze, ma Polo lo tacita, dicendogli che lui dei figli non si è mai interessato, vivendo dall’altra parte della nazione, mentre lui aveva sotto gli occhi la sofferenza del fratello. Chi invece accetta la situazione è Celia che, rimasta sola con Johnny, convince il marito ad autodenunciarsi alla polizia per poi essere ricoverato in un centro di disintossicazione.

C’è anche il risvolto sentimentale: Polo è innamorato della cognata, e molto di quanto ha fatto per suo fratello è anche per garantire a lei la sicurezza. In un momento in cui sono soli, le confessa il suo amore e capisce di essere ricambiato, ma Celia saprà dimenticare questa parentesi per dedicarsi interamente al marito che ha bisogno di lei.

Il vero messaggio che lancia il film è quello del deterioramento delle relazioni personali, sociali, lavorative causate dalla droga, coinvolgendo non solo il tossicodipendente, ma anche tutti coloro che gli gravitano attorno. Un rimprovero nemmeno tanto velato per l’uso “istituzionale” della droga somministrata ai soldati al fronte, senza curarsi poi del loro recupero. Ma il film termina anche con un messaggio di speranza: Johnny che accetta di farsi disintossicare, Pop e Polo che riallacciano i rapporti, la consapevolezza che la famiglia, in questi casi, è l’unica ancora di salvezza.

Interpreti

Don Murray, Johnny

Eve marie saint, Celia

Anthony Franciosa, Polo

Lloyd Nolan, Pop


Estate infinita

L’ennesima ondata di caldo…

Lo sferragliare ritmico del tram mi stava facendo addormentare, perché questa notte per il caldo si è dormito ben poco.

Sale una comitiva di ragazze giapponesi: tutte uguali, gonna pantalone cachi, tshirt, zainetto in spalla, macchina fotografica a tracolla (quando quasi tutti ormai usano i cellulari per le foto) e cappellino di stoffa a cloche color beige, occhialoni da sole enormi molto scuri.

Sembrano confezionate in serie.

Le confronto con gli altri passeggeri.

Siamo a Milano o al mare?

Minishort, minigonne, top cortissimi, buchi enormi con un po’ di jeans intorno, una ragazza addirittura indossa una specie di pianeta talare semitrasparente dalla quale traspaiono slip e reggiseno; per completare sandalini (per donna) e sandaloni (per uomo) che, se va bene, fanno scorgere piedini ben curati, altrimenti calli, duroni,unghie che sembrano gusci di cozze,  dita accavallate oppure calzerotti alla moda teutonica.

Personalmente preferisco una gonnellona ampia e leggera perché, essendo schizzinosa, non mi piace posare le cosce nude sui sedili.

L’accessorio comune è la bottiglietta d’acqua, perché senza non si sopravvive, ed io ci aggiungo pure un ventaglio.

Grazie a questi accorgimenti si riesce a sopportare questa calura afosa che a volte toglie il respiro. Uscendo dal tram con l’aria condizionata, mi sembra di essere uno degli attori del film “Il volo della fenice” (quello originale, con James Stewart, Ernst Borgnine, Hardy Kruger, non quello rifatto qualche anno fa), quando i protagonisti si trovarono sperduti nel deserto e ricercavano disperatamente l’ombra…

Però alcune persone le riconosci subito: sono quegli impiegati (banche, assicurazioni, uffici legali o notarili etc) che anni fa giravano con pesanti notebook a tracolla, ora soppiantati dai più leggeri e potenti tablet e smartphone, ma che indossano sempre la giacca (lino o frescolana come anni addietro) e le camicie, già stazzonate dopo un paio di ore, proprio come le loro facce alla mattina, dopo una notte insonne a causa del caldo.

Ecco, in questo periodo le palme di piazza Duomo sono davvero indicate: chissà che non maturino anche le banane 🙂 .

Fa piacere leggere sui siti meteo che proprio domenica, quando ritorneremo a casa, ci saranno temporali che rinfrescheranno le temperature…