La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

arte

Il genio

Per te
sarò un ebreo del ghetto
e ballerò
e indosserò calze bianche
sulle mie gambe storte
e fiumi di veleno
attraverseranno la città
Per te
sarò un giudeo apostata
e dirò al prete spagnolo
del voto di sangue
nel Talmud
e dove sono nascoste
le ossa dei bambini
Per te
sarò un ebreo bancario
e porterò alla rovina
un vecchio orgoglioso re cacciatore
e terminerò la sua stirpe
Per te
sarò un ebreo di Broadway
e piangerò nei teatri
per mia madre
e venderò oggetti da mercato
sottobanco
Per te
sarò un medico ebreo
e cercherò prepuzi
nei bidoni della spazzatura
per ricucirli di nuovo
Per te
sarò un ebreo Dachau
e giacerò sul cemento
con gambe storte
gonfio di dolore
e nessuno capirà.

Leonard Cohen

(Illustrazione: Il violinista, Marc Chagall)


Crin d’oro crespo

Crin d’oro crespo e d’ambra tersa e pura,
ch’a l’aura su la neve ondeggi e vole,
occhi soavi e più chiari che ‘l sole,
da far giorno seren la notte oscura,

riso, ch’acqueta ogni aspra pena e dura,
rubini e perle, ond’escono parole
sì dolci, ch’altro ben l’alma non vòle,
man d’avorio, che i cor distringe e fura,

cantar, che sembra d’armonia divina,
senno maturo a la più verde etade,
leggiadria non veduta unqua fra noi,

giunta a somma beltà somma onestade,
fur l’esca del mio foco, e sono in voi
grazie, ch’a poche il ciel largo destina.

 

Pietro Bembo

(Particolare dalla Vergine delle rocce, Leonardo da Vinci)


Venezia

Ti è mai accaduto di vedere una città che assomigli a questa? – chiedeva Kublai a Marco Polo sporgendo la mano inanellata fuori dal baldacchino di seta del bucintoro imperiale, a indicare i ponti che s’incurvano sui canali, i palazzi principeschi le cui soglie di marmo s’immergono nell’acqua, l’andirivieni di battelli leggeri che volteggiano a zigzag spinti da lunghi remi, le chiatte che scaricano ceste di ortaggi sulle piazze, dei mercati, i balconi, le altane, le cupole, i campanili, i giardini delle isole che verdeggiano nel grigio della laguna.

L’imperatore, accompagnato dal suo dignitario forestiero, visitava Quinsai, antica capitale di spodestate dinastie, ultima perla incastonata nella corona de Gran Kan.

– No, sire, – rispose Marco, – mai avrei immaginato che potesse esistere una città simile a questa. L’imperatore cercò di scrutarlo negli occhi. Lo straniero abbassò lo sguardo. Kublai restò silenzioso per tutto il giorno.

Dopo il tramonto, sulle terrazze della reggia, Marco Polo esponeva al sovrano le risultanze delle sue ambascerie. D’abitudine il Gran Kan terminava le sue sere assaporando a occhi socchiusi questi racconti finché il suo primo sbadiglio non dava il segnale al corteo dei paggi d’accendere le fiaccole per guidare il sovrano al Padiglione dell’Augusto Sonno. Ma stavolta Kublai non sembrava disposto a cedere alla stanchez­za. – Dimmi ancora un’altra città, – insisteva.

– … Di là l’uomo si parte e cavalca tre giornate tra greco e levante… – riprendeva a dire Marco, e a enumerare nomi e costumi e commerci d’un gran numero di terre. Il suo repertorio poteva dirsi inesauribile, ma ora toccò a lui d’arrendersi. Era l’alba quando disse: -Sire, ormai ti ho parlato di tutte le città che conosco. – Ne resta una di cui non parli mai.

Marco Polo chinò il capo. – Venezia, – disse il Kan.

Marco sorrise. – E di che altro credevi che ti parlassi?

L’imperatore non batté ciglio. – Eppure non ti ho mai sentito fare il suo nome.

E Polo: – Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia.

– Quando ti chiedo d’altre città, voglio sentirti dire di quelle. E di Venezia, quando ti chiedo di Venezia. – Per distinguere le qualità delle altre, devo partire da una prima città che resta implicita. Per me è Venezia.

– Dovresti allora cominciare ogni racconto dei tuoi viaggi dalla partenza, descrivendo Venezia così com’è, tutta quanta, senza omettere nulla di ciò che ri­cordi di lei.

L’acqua del lago era appena increspata; il riflesso di rame dell’antica reggia dei Sung si frantumava in riverberi scintillanti come foglie che galleggiano.

– Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano, – disse Polo. – Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo. O forse, parlando d’altre città, l’ho già perduta a poco a poco.

Italo Calvino, Le città invisibili

Dipinto del Canaletto


La stella di Natale

Era inverno.
Soffiava il vento dalla steppa
E aveva freddo il Bambino nella grotta
Sul pendio della collina.

Lo scaldava l’alito del bue.
Gli animali domestici
stavano nell’antro,
Sulla mangiatoia aleggiava un tiepido vapore.

Scossisi dalle pelli la paglia del giaciglio
E i grani di miglio,
I pastori assonnati
Guardavano alla lontananza di mezzanotte.

Lontano c’era un campo innevato e un cimitero,
Staccionate, pietre tombali,
Stanghe di carri nella neve,
E il cielo sul cimitero pieno di stelle.

Ma vicino, ignota fino allora,
Più timida di un lumino
Alla finestrina di un capanno
Baluginava la stella sulla via di Betlemme.

Ardeva come un pagliaio, in disparte
Da cielo e da Dio,
Come il riverbero di un incendio,
Come masseria in fiamme e fuoco in un granaio.

Si alzava come un covone ardente
Di paglia e di fieno
In mezzo all’universo intero,
Allarmato da questa nuova stella.

La sovrastava un bagliore sempre più acceso
E qualcosa significava,
E i tre scrutatori di stelle
Accorrevano al richiamo di fuochi mai visti.

Li seguivano i doni sui cammelli.
E gli asinelli bardati, uno più piccolo
Dell’altro, scendevano la montagna a piccoli passi.

E, come strana visione di tempi futuri,
si alzò in lontananza tutto ciò che avvenne poi.
Tutti i pensieri dei secoli, tutti i sogni, tutti i mondi,
Tutto l’avvenire di gallerie e musei,
Tutte le burle delle fate, tutte le opere dei maghi,
Tutti gli alberi di Natale del mondo, tutti i sogni dei bambini.

Tutto il tremolio delle candele accese, tutti i festoni,
Tutto lo sfarzo del luccichio colorato…
… Sempre più cattivo e furioso soffiava il vento dalla steppa…

Parte dello stagno era nascosta dalle cime degli ontani,
Ma l’altra si vedeva benissimo anche da qui.
Attraverso i nidi dei corvi e gli apici degli alberi.
I pastori riuscivano a distinguere bene
Come sull’argine andavano gli asini e i cammelli.
“Andiamo con tutti, inchiniamoci al miracolo”
Dissero allacciandosi le pelli.

Avevano caldo per la camminata nella neve.
Orme di piedi scalzi portavano alla capanna
Sulla radura chiara come fogli di mica.
A quelle orme, come a fiamma di moccolo,
Ringhiavano i cani sotto la luce della stella.

La notte di gelo pareva di fiaba,
E qualcuno dai monti nevosi di tormenta
Continuava a unirsi non visto a loro.
I cani si trascinavano guardandosi in giro inquieti,
E si stringevano al pastore e attendevano sventure.

Proprio per quella strada, proprio per quel luogo
passò qualche angelo nel folto della folla.
L’incorporeità li rendeva invisibili,
Ma il passo lasciava l’impronta del piede.

La gente in frotta s’affollava alla rupe.
Albeggiava. Si profilavano i tronchi dei cedri.
“E voi chi siete?” chiese Maria.
“Siamo stirpe di pastori e inviati dal cielo.
Siamo venuti a dar lode a entrambi voialtri.”
“Non si può tutti insieme. Aspettate all’ingresso.”

Grigia come cenere la foschia del mattino,
Battevano i piedi mulattieri e pecorai,
Chi era a piedi litigava con chi era a cavallo,
Presso il tronco cavo dell’abbeveratoio,
Mugghiavano i cammelli, scalpicciavano gli asini.

Albeggiava. L’alba spazzava dalla volta celeste
le ultime stelle, come granelli di cenere.
E di tutta l’innumerevole folla solo i Magi
Maria fece entrare nella fenditura della roccia.

Lui dormiva, tutto raggiante, nella mangiatoia di quercia,
come raggio di luna nelle profondità di un albero cavo.
Invece che pellicce di pecora
aveva labbra di asino e nari di bue.

Rimasero nell’ombra, in quel buio di stalla,
Sussurravano, trovando a stento le parole.
D’un tratto qualcuno nell’oscurità con la mano scostò
dalla mangiatoia un Mago verso sinistra,
E quello si voltò: dalla soglia alla Vergine
come un ospite guardava la Stella di Natale.

Boris Pasternak


Dobbiamo andare piano

Per me e te immersi nel silenzio:

qui dove il paese tutt’intorno

è quieto; addormentato nella delicatezza

di questa stella della sera, scintillante

nel polso della notte. Le luci del villaggio,

come antichi bardi in preghiera, vengono

gentilmente da noi sui campi di grano che spiga

e docili pecore. Vorremmo far parte

di questo posto, dove il sonno non è quello cittadino,

dove il sonno è pieno e lieve e vicino

come il profilo di una foglia in un bicchiere di tè; ma

la conoscenza ha dipinto nel cuore di ognuno di noi

occhi rotti nel capo: non abbiamo scelta: vediamo

tutto le cose che piangono ed i giorni ricchi

su quest’umile terra, mischiando

trombe di taxi e disperazione gigantesca

con ogni paesaggio, qui, o altrove.

Kenneth Patchen

 

(Quadro di Nicola Nannini)


La lattaia

     “Finché quella donna del Rijksmuseum

      nel silenzio dipinto e in raccoglimento

      giorno dopo giorno versa

      il latte dalla brocca nella scodella,

      il Mondo non merita

      la fine del mondo”.

   (Wislawa Szymborska)


Lizzie

Cercando l’immagine per Ophelie, mi sono imbattuta nel ritratto che John Everett Millais fece ad una modella dall’aspetto molto particolare, una bellezza assai malinconica, dalla pelle chiara e trasparente che ben si accordava con la fluente chioma rossa.

Ho scoperto così che si chiamava Elizabeth Eleanor Siddal, detta Lizzie, e che visse per lungo tempo assieme al pittore Dante Rossetti, con il quale poi si sposò, e che fu una donna eclettica, in quanto oltre che modella, fu lei stessa pittrice e pure poetessa.

Lizzie nacque a Londra nel 1829, terza degli otto figli di un coltellinaio londinese, lavorò dapprima come modista unitamente a tre delle sue sorelle minori finché, divenuta sarta della famiglia Deverell, fu notata dal padrone di casa, preside di una prestigiosa scuola di disegno, che aveva ammirato alcune sue immagini e la presentò al figlio pittore, Walter Howell Deverell. Quest’ultimo, colpito dalla sua fisionomia particolare, la utilizzò come modella per sé e per la “Confraternita dei pittori preraffaelliti” cui apparteneva, e che contava tra i componenti anche Millais. Quest’ultimo la ritrasse appunto nell’Ophelia, costringendola a posare vestita in una vasca colma d’acqua riscaldata da alcuni lumi per lunghe sedute. A causa di un problema al sistema di riscaldamento dell’acqua, Lizzie, già cagionevole di salute, svenne e contrasse una polmonite che la ridusse quasi in fin di vita. Il pittore pagò per questo un risarcimento di 50 sterline e si addossò tutte le spese per le cure mediche. Poco dopo, siamo sempre nel 1852, Lizzie conobbe Dante Rossetti, divenendo non solo la sua modella, ma anche la sua allieva e la sua l’amante. Come pittrice fu incoraggiata e sostenuta dal pittore e critico d’arte John Ruskin, (che la giudicava anche migliore di Rossetti), tanto che acquistò tutte le opere di Lizzie, sostenendo economicamente la coppia. Con quel denaro, la ragazza si recava per le cure a Parigi o Nizza, ma nel frattempo Rossetti portava avanti diverse relazioni con varie modelle, situazioni assai pesanti da sopportare per Lizzie, cui si aggiunse, nel 1959, la morte del padre.

Forse per alleviare i dolori, Lizzie intensificò l’uso di laudano, e ben presto ne divenne dipendente. Ruskin esortava Rossetti a sposare Lizzie, ma questi era titubante in quanto la sua famiglia non avrebbe accettato la donna in quanto di umili origini. Si decise finalmente nel 1860, quando Lizzie finì in overdose. L’anno seguente Lizzie mise al mondo una bimba, morta durante il parto. Invece Dante continuava la sua esistenza libertina, tanto che una delle sue amanti diventò madre di una figlia quasi contemporaneamente alla moglie. Lizzie non resse all’umiliazione, e nel febbraio del 1862, sola in casa, si suicidò con un’overdose di laudano lasciando un biglietto in cui spiegava le ragioni del suo gesto, biglietto che venne bruciato per consentirle di essere sepolta in terra consacrata e per evitare lo scandalo alla famiglia di lui.

Rossetti, disperato, fece seppellire la moglie infilando tra i suoi capelli rosso tiziano un quaderno di poesie che aveva composto per lei. Sette anni dopo, vittima di alcool e droga, convinto di perdere la vista ed indebitato, Rossetti fece aprire nottetempo l’avello per recuperare il quaderno e pubblicare le poesie, ricavandone qualche vantaggio economico. La leggenda dice che la salma della donna era ancora intatta e che la chioma era cresciuta a dismisura riempiendo tutta la bara.

Nel 1872 il pittore cercò il suicidio con le stesse modalità di Lizzie, ma venne salvato da alcuni amici. Morirà dieci anni dopo, solo ed in preda alla follia.

(Nell’immagine “Beata Beatrix”, di Dante Rossetti)


Ophelie

 

I

Sull’onda calma e nera dove dormono le stelle

La bianca Ofelia ondeggia come un grande giglio,

Ondeggia molto piano, stesa nei lunghi veli…

– Si sentono dai boschi lontani grida di caccia.

Sono più di mille anni che la triste Ofelia

Passa, bianco fantasma, sul lungo fiume nero;

Sono più di mille anni che la sua dolce follia

Mormora una romanza alla brezza della sera.

Il vento le bacia il seno e distende a corolla

I suoi grandi veli, teneramente cullati dalle acque;

I salici fruscianti piangono sulla sua spalla,

Sulla sua grande fronte sognante s’inclinano i fuscelli.

Le ninfee sfiorate le sospirano attorno;

A volte lei risveglia, in un ontano che dorme,

Un nido da cui sfugge un piccolo fremer d’ali:

– Un canto misterioso scende dagli astri d’oro

II

O pallida Ofelia! bella come la neve!

Tu moristi bambina, rapita da un fiume!

I venti piombati dai grandi monti di Norvegia

Ti avevano parlato dell’aspra libertà;

E un soffio, torcendoti la gran capigliatura,

Al tuo animo sognante portava strani fruscii;

Il tuo cuore ascoltava il canto della Natura

Nei gemiti dell’albero e nei sospiri della notte;

L’urlo dei mari folli, immenso rantolo,

Frantumava il tuo seno fanciullo, troppo dolce e umano;

E un mattino d’aprile, un bel cavaliere pallido,

Un povero pazzo, si sedette muto ai tuoi ginocchi.

Cielo! Amore! Libertà! Quale sogno, o povera Folle!

Ti scioglievi per lui come la neve al fuoco:

Le tue grandi visioni ti strozzavan le parole

E il terribile Infinito sconvolse il tuo sguardo azzurro!

III

– E il Poeta dice che ai raggi delle stelle

Vieni a cercare, la notte, i fiori che cogliesti,

E che ha visto sull’acqua, stesa nei suoi lunghi veli,

La bianca Ofelia come un gran giglio ondeggiare.


Saprai che non t’amo e che t’amo

 

Saprai che non t’amo e che t’amo
perché la vita è in due maniere,
la parola è un’ala del silenzio,
il fuoco ha una metà di freddo.

Io t’amo per cominciare ad amarti,
per ricominciare l’infinito,
per non cessare d’amarti mai:
per questo non t’amo ancora.

T’amo e non t’amo come se avessi
nelle mie mani le chiavi della gioia
e un incerto destino sventurato.

Il mio amore ha due vite per amarti.
Per questo t’amo quando non t’amo
e per questo t’amo quando t’amo.

(Pablo Neruda)


Talebani


I talebani ed i loro omologhi iconoclasti adepti dell’ISIS sono tra noi.
Non solo quelli che hanno distrutto i Buddha di Bamiyan o la città di Palmira con i suoi antichissimi reperti, decapitandone il curatore Khaled Assad, ma anche quelli residenti in Italia.

Capostipite la nostra presidente che vorrebbe radere al suolo tutti i monumenti fascisti che mettono in imbarazzo i suoi superstiti amici partigiani.
Io di arte e di architettura mi intendo ben poco, però conosco il “razionalismo”, ossia lo stile che ha caratterizzato  buona parte del periodo mussoliniano: uno stile essenziale,  scarno, però spesso arricchito da statue e bassorilievi.
Dovremmo radere al suolo l’EUR con i suoi archi che ricordano il Colosseo?

O il Foro italico?

Qui a Bolzano, pur senza l’assistenza (?) della presidente gli scempi sono già stati compiuti. Basti pensare alla snaturalizzazione del ponte Druso, con le sue aquile ed i bracieri, 

alla scritta luminosa che avvolge una delle colonne del monumento alla Vittoria

 

 

 

 

 

o alla scritta che tra non molto coprirà parte dell’enorme bassorilievo che adorna il palazzo degli Uffici finanziari, una frase di Hannah Arendt che recita “nessuno ha il diritto di obbedire”. Frase per me un po’ astrusa: “diritto”? Io avrei detto “dovere”: se un ordine è palesemente illegittimo è un DOVERE la disobbedienza.

Per non parlare dell’abbattimento di quello che fu il palazzo del Turismo, poi divenuto Cineteatro Corso.

Secondo l’idea della presidente, una buona parte di Bolzano dovrebbe essere rasa al suolo: iniziando dall’edificio del IV Corpo d’Armata e la Fontana dei Legionari, recentemente restaurata, dai palazzi INA, le case INCIS, la Stazione con le statue che l’abbelliscono

il Monumento alla Vittoria con i busti di Battisti, Chiesa e Filzi (già vandalizzati ad opera di estremisti sudtirolesi), oltre alla statua del Redentore,

 

il Tribunale

che fronteggia i sunnominati Uffici Finanziari, lo Stadio,

il Lido,

le case ex GIL, ora sede di altre strutture,

 

ma anche le fabbriche della zona industriale e tante case popolari e private.

Praticamente una follia.

 

Foto tratte dal web

 

 

Razionalismo (dal web) Foto tratte dal web

Questa architettura si sviluppa negli anni dopo la prima guerra mondiale in America e in particolare a Chicago, distrutta da un incendio.
Le sue due caratteristiche fondamentali sono: il misticismo utopistico e il culto della logica. Le sue matrici fondamentali sono: l’esperienza della Bauhaus in Germania, De Stijl in Olanda, il Cubismo francese; dalle quali riprende la tendenza alla sintesi estrema degli elementi. La necessità di costruire edifici capienti in modo rapido porta all’utilizzo di materiali innovativi quali: il ferro, il vetro e il cemento armato. Utilizzati senza ornamenti ma lasciati a vista.
Il calcestruzzo armato rivoluziona i metodi costruttivi poiché utilizzandolo è possibile sia costruire edifici di notevoli dimensioni e senza ricorrere a vari accorgimenti strutturali per evitare il soprappeso, sia di creare spazi interni indipendenti dalla struttura portante, sia infine di costruire un edificio sollevato da terra. Il calcestruzzo armato è formato da cemento, sabbia, ghiaia, impastati con acqua; il composto così ottenuto viene colato all’interno di strutture in legno con al centro un’armatura di ferro.
Il primo ad utilizzare questo nuovo materiale fu Francois Hennebique per realizzare solai, ma il primo ad utilizzarlo a vista fu Auguste Perret con il palazzo di Rue Franklin a Parigi. L’architettura razionalista nasce per la risoluzione di alcuni importanti problemi: modificare i dormitori abitati dagli operai rendendoli luoghi più abitabili. Frenare la speculazione edilizia con dei piani regolatori. Risolvere i problemi legati al traffico delle automobili. Creare un’architettura migliore che rifletta una società migliore. Le radici di questo nuovo tipo di architettura vanno ricercate nelle soluzioni semplicistiche adottate nel passato come: nella romanità, nel rinascimento, nell’illuminismo. Questo stile si tramuterà poi nell’International Style, con diverse degenerazioni dovute a due principali cause:
-Idee architettoniche applicate senza tenere conto del paesaggio circostante e delle sue caratteristiche.
-Quando non vengono prese in considerazione l’importanza dell’armonia d’insieme e della funzione e della forma.
A Bolzano si trovano esempi di architettura razionalista negli edifici di Piazza della Vittoria – Piazza IV Novembre -Coroso Libertà – Piazza Mazzini – Corso Italia – Piazza Tribunale – Piazza Cristo Re – Piazza Adriano – Viale Druso – via Trieste.


Il cavaliere con la mano sul petto – El Greco

Questo famoso quadro di El Greco ha ispirato queste due poesie, una di Manuel Machado, mirabilmente tradotta da A.Caponnetto; la seconda invece di un poeta argentino, Alvaro Meliàn Lafinur.

Questa ignota persona, egli è un cristiano

dal serio portamento e veste scura,

dove non brilla che l’impugnatura

del mirabile stocco toledano.

Pallido giglio, il suo volto severo

nasce dalla gorgiera arricciolata,

dalla luce interiore illuminata

di macilento e religioso cero.

Pur mosso solo dal timor di Dio,

a che non punga il traviato fervore

del mondano ed effimero piacere,

in un nobile e grave gesto pio,

la mano aperta sopra il petto pone,

come una disciplina, il cavaliere.

Manuel Machado

traduzione A.Caponnetto

Sorge il volto virile dalla rotonda

Gorgiera signorile. Al petto alzata

La mano eburnea e affusolata

Sembra che a un voto di lealtà risponda.

Si direbbe che già la morte giri

Intorno alla sua figura scarna.

Dipinse El Greco nel suo estatico sguardo

Una tragedia silenziosa e profonda.

Ah, chissà in quale mistico martirio

In quale sovrumano amore, in quale delirio

Di gloria arse il suo cuore stoico!

Immortalato così sulla tela antica

È un’immagine pallida ed esigua

del suo secolo fanatico ed eroico

Àlvaro Meliàn Lafinur


La primavera sorrideva


…Un giorno mi sorprese la primavera
che in tutti i campi intorno sorrideva.
Verdi foglie in germoglio
gialle rigonfie gemme delle fronde,
fiori gialli, bianchi e rossi davano
varietà di toni al paesaggio.

E il sole
sulle fronde tenere
era una pioggia
di raggi d’oro;
nel sonoro scorrere
del fiume ampio
si specchiavano
argentei e sottili i pioppi.

Antonio Machado


Escher – 6

La sesta ed ultima sezione infine è dedicata alla diffusione delle sue opere utilizzate in varie maniere.

Tralasciando quanto Escher ha fatto per i propri committenti, tipo vari ex-libris, biglietti d’auguri, copertine di CD, è stato interessante vedere quanto l’artista abbia influenzato vari aspetti della nostra vita quotidiana, quali il cinema, i fumetti e la pubblicità.

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Giorno e notte” sulla facciata del Museo Escher a l’Aja

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ex-libris

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Immagine per la copertina del libro Larix di Henriette Roland Holst

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copertina del CD dei Pink Floyd

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Castello di Hogwards dal film Harry Potter

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Immagine dal film Labyrinth

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Dai fumetti Disney Paperino e Topolino

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Fumetti dei Simpson

Pubblicità Illy caffè

Pubblicità Audi

Le immagini sono tratte da internet

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Lo stupore è il sale della terra.”


Escher – 5 bis – la Galleria di stampe

La galleria di stampe

L’opera più strabiliante di Escher, quella che esprime maggiormente l’illusione, è la “Galleria di stampe”, e per questo le dedico un post a parte.

Qui viene sfruttato “l’effetto Droste”.

Droste era la marca di un cacao olandese, sulla cui scatola era raffigurata un’infermiera che su di un vassoio portava una tazza e la scatola del medesimo cacao, sulla quale era raffigurata l’infermiera etc etc etc…in teoria si potrebbe andare all’infinito, se non fosse per le dimensioni che via via si rimpiccioliscono.droste

La struttura della Galleria è però differente e molto più complessa, in quanto si basa su di una griglia matematica (troppo difficile da spiegare per me, che matematica non sono) .

La conformazione però è molto ben evidenziata dal filmato di You Tube che è in allegato. Qui posto solamente la griglia che è servita per formare la galleria.sp32-20120120-222118

In pratica si tratta del ritratto di un giovane in una galleria di quadri, tra i quali si possono vedere anche le”Sfere” e la “Buccia” dello stesso Escher (ecco un altro aspetto dell’autoreferenzialità) mentre il paesaggio, che rappresenta il porto di La Valletta e che teoricamente dovrebbe essere all’esterno della galleria stessa, entra dentro la medesima. Nella Galleria di stampe lo sguardo si sposta continuamente dall’interno all’esterno e viceversa della galleria e della stampa osservata dal giovane, in una specie di moto perpetuo in cui i piani si combinano e si fondono tanto da non capire più dove finisca l’interno e dove cominci l’esterno, e viceversa. Così la stampa che il giovane osserva, le imbarcazioni che galleggiano sull’acqua, la città con i tetti a terrazza, quelle rare persone – un ragazzo seduto in un angolo del terrazzo all’ombra, una donna affacciata alla finestra che sembra guardare in direzione del giovane di spalle che osserva la stampa, due passanti, quasi due ombre, sul molo vicino all’ingresso della galleria – stanno “dentro” l’opera che, data la sua autoreferenzialità e la commistione di interno ed esterno, contiene se stessa.

Qui l’opera in originalem_c_escher_004_print_gallery_1956

e, a seguire, il video di cui parlavo sopra con l’effetto di ripetizione all’infinito.

 


Escher – 5

La quinta sezione era dedicata ai paradossi geometrici

…ossia alle sue opere più conosciute e famose, quelle che sfidano la prospettiva e che “sfidano” la bidimensionalità del foglio sul quale sono rappresentate.

Innanzitutto le celeberrime “Mani che disegnano” che paiono uscire dal foglio, dove una mano sembra disegnare l’altra e viceversa.

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Poi ci sono le “Sfere”, in cui l’effetto prospettico messo in risalto dalle ombreggiature fa sì che la sfera superiore appaia intera, la mediana invece una semisfera e l’inferiore quasi un disco piatto.

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Poi ci sono le stampe con i cristalli (Escher era anche affascinato dalla cristallografia e dalle forme degli elementi):. Ha rappresentato una forma che in natura non esiste, o perlomeno non è ancora stata scoperta, derivante dalla fusione di un ottaedro con un esaedro

11_cristallo(cubo) o da tre ottaedri nei quali sono posti due camaleonti, mentre sullo sfondo ci sono altri cristalli che rappresentano una sorta di universo stellato.

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Molto originale infine “Altro mondo”, una statuina dono del suocero posta al centro di varie prospettive mutevoli.

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Ed eccoci alle sue interpretazioni più fantasiose e famose: “Relatività” (ho un poster di questa opera affascinante), basata sul triangolo di Penrose, una figura che non può esistere se non nella prospettiva: tutto vi appare strano e tuttavia perfettamente logico anche se impossibile 🙂 .escher__s_relativity_3d_fied_by_p2vollan-d3gcx68

Il triangolo è stato sfruttato anche per opere come “Salita e discesa”

e “Cascata”.

In questa ultima stampa un flusso d’acqua cadendo dall’alto mette in funzione un mulino il quale, a sua volta, spinge il flusso in un canale che, zigzagando, torna all’inizio della cascata.

cascata-di-escher-688356Per ottenere questo effetto, egli ha unito due triangoli di Penrose in un’unica figura. La cascata rappresenta un sistema chiuso: essa ritorna in continuazione alla ruota del mulino in un movimento perpetuo che viola la legge di conservazione dell’energia.
Salita e discesa invece rappresenta un complesso di case i cui abitanti, che paiono monaci, camminano in un percorso circolare fatto di scalini. Apparentemente tutto sembra a posto, ma osservando attentamente la figura, ci si accorge che i monaci compiono un percorso sempre in discesa o sempre in salita, lungo una scala impossibile.

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Lo stesso in “Convesso e concavo”: anche qui delle prospettive ingannevoli che cambiano a seconda di come le si guardino o le si interpretino.escher3-900x500

Poi c’è il “Belvedere” (anche di questo posseggo il poster), dove invece a farla da padrona è il cubo impossibile, con la scala che porta al piano superiore che è contemporaneamente all’interno ed all’esterno dell’edificio, cubo che è anche tra le mani del personaggio seduto in basso a sinistra.

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Per meglio far comprendere l’effetto della prospettiva, nella sala erano esposti due letti di legno, uno normale, uno costruito con l’effetto “cubo di Necker: guardando quest’ultimo da un punto preciso segnato sul pavimento, sembrava perfettamente normale ed identico all’altro, mentre invece spostandosi, era palese che fosse completamente differente.

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Le immagini sono tratte da internet

 


Escher – 4

la quarta sezione è dedicata alle metamorfosi

Le “metamorfosi” sono una serie di pannelli che “riassumono” l’opera omnia di Escher, dove le tassellature si intersecano e si trasformano, terminando con la raffigurazione del paese di Atrani, luogo a lui assai caro in cui aveva trascorso il suo viaggio di nozze. I paesaggi italiani sono una costante ricorrente nelle opere di Escher che li ricorda anche dopo aver lasciato il nostro paese.

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dettaglio


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La terza sezione è dedicata alle superfici riflettenti, alla struttura spaziale, ai cristalli.

Superficie riflettente naturale è l’acqua: ed ecco allora Escher ritrarre alberi che si specchiano in stagni o pozzanghere, con l’acqua immobile oppure increspata, dalla quale traspaiono anche i pesci che nuotano sotto la superficie.

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Poi c’è la concezione dello spazio, con la sua profondità, ed ecco allora una serie di “pesci” che si librano e dove l’effetto profondità è dato non solo dalle proporzioni che appaiono sempre più piccole, ma anche dall’intensità del colore che mano a mano sbiadisce.

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Però ci sono anche altre superfici, come le sfere riflettenti, tra le quali la celebre “Mano con sfera riflettente”, un suo autoritratto alquanto caratteristico ed originale, dove la figura dell’artista è centrale.

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Lo spazio è rappresentato anche da nastri che compongono figure, ispirati al racconto “L’uomo invisibile” dello scrittore di fantascienza H.G.Wells (tra parentesi, uno dei miei preferiti 🙂 ). Uno raffigura l’immagine di una donna, nell’altro invece il nastro rappresenta l’artista e la moglie Jetta uniti da un unico legame. Nella prima opera, l’effetto profondità è dato dalle nuvole, mentre nel secondo le sfere rappresentano l’infinito, sia del tempo che dello spazio.

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Sempre della serie “Nastri”, ecco il nastro di Moebius, una figura che ha un’unica superficie. Le formiche che si arrampicano su questa superficie finiscono fatalmente a ritrovarsi ogni volta al punto di partenza.

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Il nastro è utilizzato, impiegando anche per i Cavalieri che, ad un certo momento, si intersecano con la tecnica della tassellatura.

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Le immagini sono tratte da internet

(*) il nastro di Moebius si ottiene incollando le due estremità di un nastro, dando prima una mezza torsione.

 


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La seconda sezione è quella dedicata al periodo spagnolo con l’approccio alla tassellatura

La suddivisione regolare del piano era già nota. Era stata usata ad esempio da Koloman Moser, uno dei maggiori esponenti della Secessione Viennese nel suo Flaeschenschmuk, una serie di stampe che fungevano da catalogo per la base di tappezzerie, carte da regalo e da parati. Escher sviluppò l’isometria del piano (*) partendo da moduli semplici che potevano poi ripetersi all’infinito. La simmetria poteva essere bilaterale (come la riflessione in uno specchio), radiale (con la rotazione), traslata (lungo un asse diagonale) e per glisso riflessione (ossia lungo un asse sfalsato).

Dalle figure più semplici, Escher passò poi a figurazioni più complesse, come in “farfalle”, in cui le immagini delle farfalle diventano via via sempre più grandi, oppure in “Mosaico” dove decine di figure tutte diverse si incastrano l’una con l’altra.

(*) isometria significa “uguale misura”

 

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Le immagini sono tratte da internet

 


Escher


Coloro che tentano di raggiungere l’assurdo otterranno l’impossibile”

(M.C. Escher)

Nei giorni trascorsi a Milano siamo finalmente riusciti a visitare, presso il Palazzo Reale, la mostra dedicata ad Escher, che era stata prorogata fino al 29 gennaio, con l’esposizione di circa 200 opere dell’artista. Avremmo dovuto visitarla ancora a novembre, ma ne eravamo stati impediti da vari impegni.

Fin da ragazza ero rimasta impressionata dalle litografie di questo artista, che denotano una specie di “horror vacui” in quanto ogni spazio del quadro è riempito meticolosamente da segni, disegni, sfumature, tratteggi. Quell’amore per le figure geometriche che si ripetono all’infinito, per le immagini degli animali e delle persone che si intersecano, da destra a sinistra, a volte tramutando forma: uccelli che diventano pesci, cavalli e cavalieri, mondi spaziali visti da varie dimensioni…e poi quell’amore per i paradossi, figure pressoché impossibili o improbabili, come il cubo di Necker, il nastro di Moebius (mi aveva affascinato fin dalle scuole medie durante una lezione di geometria), il triangolo (e la scala) di Pernrose, il disco di Poincaré, l’effetto Droste, il concavo ed il convesso, le ombre dei vasi, il moto perpetuo.

Una sua compagna di scuola racconta che fin da piccolo il giovane Maurits disponeva il formaggio a piccoli pezzetti sulla fetta di pane senza lasciare alcuno spazio libero, denotando quindo già una predisposizione per i puzzle. 🙂

Ma Escher, oltre ad essere stato un grande grafico ed incisore, ebbe anche la passione per la cristallografia e per la biologia. Nelle sue opere sono raffigurati fiori, animali, anche di rango inferiore, come i platelminti.

Una breve biografia

Maurits Cornelius Escher nacque nel 1898 a Leuwarden, nell’Olanda settentrionale. Nel 1922 iniziò a viaggiare per l’Europa, come ad esempio la Spagna, Toledo ma soprattutto Granada, le cui architetture moresche dell’Alhambra influenzarono la sua arte, restando impressionato dalle figure geometriche (ai musulmani è proibito raffigurare immagini umane) e soprattutto dalle simmetrie delle piastrelle che ripetono all’infinito le loro combinazioni. Escher in seguito migliorò la tassellatura (il nome esatto sarebbe “isometrie periodiche del piani”) utilizzando il sistema di Poincarè, che gli permise di abbandonare la simmetria perfetta e di sfruttare la tassellatura alternando spazi positivi a quelli negativi. L’esempio più completo lo si può vedere nelle “metamorfosi”, pannelli lunghi fino ad otto metri anche se alti solo una ventina di centimetri.

Si stabilì poi in Italia, visitando la Toscana (Firenze, Siena, San Giminiano, Volterra). A Ravello conobbe e sposò una giovane svizzera, Utta Umiker e da lì, pur risiedendo a Roma, visitò molti paesi e città italiane, ritraendoli con il suo stile inconfondibile. Tra il 1926 ed il 1935 visitò la Sicilia, l’Abruzzo, la Calabria, la costiera amalfitana. Escher definì il periodo in cui visse in Italia il più bello della sua vità però, nel 1935, quando uno dei figlioletti rientrò a casa vestito da Balilla, decise di lasciare il nostro paese, trasferendosi prima in Svizzera per due anni, poi in Belgio, tornando quindi in Olanda nel 1941, dove visse in varie città , fino alla morte, avvenuta a Laren nel 1972.

La mostra si articolava in sei sezioni.

La prima riguardava gli inizi, con le illustrazioni Liberty e dei luoghi da lui visitati in Italia

Ci sono varie opere che ritraggono Roma, il Colosseo, dei colonnati, l’interno di san Pietro, ma anche immagini di insetti ed incisioni diverse.

È una Roma diversa, quella da lui illustrata, più che altro notturna, con sfumature e tratteggi, dove le forme vengono messe in risalto dall’illuminazione artificiale o, in alcuni casi, addirittura a lume di candela.


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vaso di fiori 1932

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Soffione 1934

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Scarabei 1935

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Cavalletta 1935

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Interno di San Pietro 1935

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Basilica di Costantino 1934

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colonnato di san Pietro 1934

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Rocca Imperiale (Calabria)1930 Monastero dei francescani

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disegno preparatorio

 

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Santa Severina (Calabria)1931

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Castrovalva (Abruzzo) 1930

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Tropea 1931

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Il ponte 1930

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In viaggio

 

Tutte le immagini e immagini sono tratte da internet


Stress

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Ed oggi siamo ritornati.
Viaggiare a fianco di un guidatore nervoso è stressante. Avrei voluto godermi il viaggio tranquillamente, ma la prima parte è stata un incubo.
Fino ad oltre Brescia è stato un continuo sbuffare di mio marito per il traffico intenso.
Molti si recavano infatti al lago d’Iseo per ammirare l’opera di Christo (ne parlo più sotto).
Poi mi ha chiesto se era meglio tagliare per la solita bretella Peschiera – Affi o proseguire sull’autostrada. Non vedendo code, gli ho consigliato la bretella.
Non l’avessi mai fatto!!!
Ha iniziato a brontolare perché un caravan procedeva troppo lentamente e non c’era spazio per sorpassare, inoltre era iniziato pure a piovere. Poi alla fine della bretella, essendoci comunque traffico, si era creato un imbuto quando, dalle due corsie si è passato alla corsia unica.
Rientrati in autostrada altra brontolata per l’alto numero di tedeschi. Grazie al cielo poi per incanto è tornato a splendere il sole , le corsie si sono liberate e così è tornato il sereno anche nell’abitacolo. 🙂

Scrivevo prima dell’opera di Christo.
Già dopo Bergamo le segnalazioni luminose in autostrada indicavano l’uscita a Palazzolo per i “Floating piers”
Certo, è una cosa originale, questo non si può negare, però definirla “arte” a mio parere è eccessivo. Duecentomila cubi di polietilene (e qui c’è un poco d’Italia, in quanto scoperta del nostro premio Nobel Giulio Natta) galleggianti sull’acqua e ricoperti di un telo arancione, come molte stradine del paese di Sulzano.

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Tre chilometri di passeggiata larga sedici metri sul lago. Mi hanno obiettato che l’opera è stata finanziata interamente dall’artista (?), anche se su un sito ho letto che ha contribuito anche la Beretta di Brescia.

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Meritevole quindi che, a fronte di un’indubbia pubblicità al Lago d’Iseo ed al ritorno economico provocato dalle innumerevoli presenze di turisti da ieri – giorno dell’inaugurazione – al 3 luglio – quando l’opera verrà smantellata – non ci sia stato esborso di denaro pubblico. Ricordo però che i veri artisti si sono avvalsi molto spesso dei contributi di mecenati che commissionavano loro le opere.
Del resto,a pensare che sia solo “un’opera” e non “un’opera d’arte” non sono solo io.
E mi ha ricordato tanto la “Merda d’artista ” di Piero Manzoni (ma c’è stato davvero qualcuno che ha comprato una simile schifezza?) o le tele tagliate di Lucio Fontana. L’arte deve trasmettere qualcosa, queste opere non mi dicono nulla, ma forse sono dalla parte del torto e di arte non capisco assolutamente nulla.

http://www.bergamonews.it/2016/06/17/philippe-daverio-lopera-di-christo-e-una-baracconata-come-la-donna-cannone/226757/

http://video.corriere.it/sgarbi-floating-piers-christo-passerella-il-nulla/e0bf92bc-362e-11e6-88d7-7a12a568ff47


Inviato dal Veloce promemoria


Pietà

Dichiaratamente e consapevolmente agnostica (e pure l’ateismo, in quanto presa di posizione, in fondo è una ideologia), ho avuto l’ennesima riprova che Dio non esiste. Sia chiaro  che ho il massimo rispetto per chi crede: io semplicemente,  specialmente davanti a certe notizie,  non ci riesco.
Non bastavano gli attentati in Belgio della scorsa settimana.
Come si fa a compiere una strage di bimbi e delle rispettive mamme in un parco giochi a Lahore nel giorno di Pasqua? 

Che differenza c’è tra una madre pachistana con il suo piccolo morente tra le braccia

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ed una Madonna con Cristo nel grembo?

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Come si fa ad accoltellare a morte un correligionario solo perché  augura Buona Pasqua a dei cristiani?
Se un Dio esiste, perché permette simili efferatezze?

Cristo sarà anche risorto, ma quanti umani sono morti, quanti bambini innocenti?

No, Dio non esiste: esiste invece il Male, il Male assoluto, perché solamente il Male assoluto può accanirsi contro piccoli esseri indifesi.

E se Dio davvero dovesse esistere, che stramaledica in eterno quei vigliacchi e  faccia passare loro tutti i tormenti possibili ed immaginabili.


asservimento

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Abbiamo fatto una figura di “palta” planetaria (oggi voglio essere gentile, quindi niente termini volgari).

Già, perché perfino la CNN ha commentato la visita di Rohani ai Musei Capitolini, dicendo che ne ha potuto vedere solo una parte…

Quello di coprire le statue del museo non è stato un atto di rispetto verso l’ospite, ma un atto servile, di acquiescenza nei riguardi del rappresentante di un paese dove le libertà civili sono spesso disattese, se non negate addirittura. Avevate paura di offendere l’ospite? Bene,lo portavate a vedere qualcosa d’altro, e non una sfilata di lugubri contenitori che nascondevano alcune delle più belle opere dell’antichità che noi abbiamo saputo preservare dalla distruzione, a differenza di altri animati da furia iconoclasta.

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0_Vénus_de_l'Esquilin_-_Musei_Capitolini_-_RomeL’arte è Arte (con la maiuscola), e non deve essere considerata merce di scambio per ottenere commesse petrolifere o altro. Qualcuno si scandalizza perché le opere hanno i genitali in bellavista? Ci sono ben altre cose che scandalizzano, iniziando dalle esecuzioni capitali e dalle lapidazioni eseguite in pubblico. Ed io personalmente mi scandalizzo anche del “leccaculismo” dimostrato dai nostri governanti. Magari Renzi si è ricordato del suo corregionale Machiavelli, con il suo “Il fine giustifica i mezzi”, quindi non c’è da stupirsi di questa decisione.

Ora c’è la caccia al capro espiatorio: Sovrintendenza e palazzo Chigi si rimpallano le responsabilità, ed alla fine a pagare sarà probabilmente qualche piccolo, oscuro burocrate.


Torino – Museo Egizio – terza parte-arredi e corredi

Nel 1906 l’egittologo Ernesto Schiaparelli ebbe la fortuna di ritrovare una tomba praticamente integra: era quella di Kha, (qui sotto la statua che lo raffigura)

 

smart_20151018_170228architetto della necropoli del faraone Amenhotep III, e di sua moglie Merit. La moglie premorì al consorte e si suppone che egli le abbia destinato il sarcofago in cui lui doveva essere conservato, in quanto la misura della salma non è proporzionata a quella della cassa. Merit fu sepolta con varie cassette contenenti corredo sia personale, quali tuniche e biancheria intima, che per la casa, come lenzuola, coperte e vasellame.

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smart_20151018_170719Ma tra gli oggetti rinvenuti nella tomba si trovava anche un vasto assortimento di prodotti per il trucco, contenuti in vari piccoli contenitori, pinzette per depilarsi, rasoi e la sua parrucca, in capelli veri, ancora impregnata degli unguenti che servivano a profumarla.

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Ciò dimostra la grande attenzione che prestavano gli Egizi alla cura del corpo ed all’igiene. Anche il marito, in virtù della professione che esercitava, fu sepolto con alcuni attrezzi del mestiere, degli strumenti di misura (cubiti), uno dei quali donatogli dal faraone e contenuto in un astuccio ricoperto d’oro con varie iscrizioni, ma anche una sorta di scacchiera che serviva per un gioco di quel periodo, oltre naturalmente i vasi canopi, cibarie e una copia delle iscrizioni del Libro dei morti ed altre immagini relativi ai riti funebri.

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Inoltre c’erano pure arredi, quali sgabelli, tavolini, sedie e letti con il relativo poggiatesta ed una rete di fibre intrecciate che conteneva ancora dei frutti.

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I sarcofagi dei due sposi erano differenti: in legno di cedro dorato quello di Kha, in legno decorato più semplicemente quello della moglie.

In altre tombe invece furono trovate anche statuette raffiguranti persone intente alle attività quotidiane e di vari schiavi, che dovevano servire i defunti nell’aldilà, nonché vari oggetti che potevano essere utili al defunto. Una particolarità appare dalle statuette delle coppie, che appaiono sempre sedute assieme,a significare la grande importanza e libertà di cui godevano le donne nell’antico Egitto. Solitamente l’incarnato maschile era più scuro, in quanto lavorava all’aria aperta, mentre quello femminile era più chiaro, un po’ perché la donna era dedita ai lavori domestici, un po’ per il trucco a base di biacca che veniva usato all’epoca.

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Torino – Museo Egizio -seconda parte – Sarcofagi

Terminata la complessa operazione dell’imbalsamazione, il corpo veniva posto nel sarcofago. Come ho scritto la volta precedente, inizialmente i corpi venivano posti in grossi recipienti di argilla oppure in ceste di fibre vegetali intrecciate. Anche la posizione dei corpi doveva seguire un determinato rituale: le salme in posizione fetale, ricoperte da pelli o stuoie di fibra intrecciata, posavano il capo su un cuscino di paglia con il viso rivolto ad ovest.

Con le tecniche di imbalsamazione e l’eviscerazione si rese necessario usare la posizione distesa. Si usarono quindi le casse di legno, rozze e squadrate e solo più tardi assunsero la forma tuttora conosciuta di tipo antropoide. Sembra strano, ma all’inizio i sarcofagi più pregiati erano quelli di legno, in quanto questo materiale era di difficile reperibilità. I legni più usati erano il sicomoro, l’acacia ed il tronco di palma, e col proseguire del tempo si iniziò ad importare l’ebano dai paesi del sud oppure abete rosso e cedro dal Libano. (nb: nella seconda fotografia in basso a destra un paio di sandali praticamente identici alle infradito che si usano ancora oggi)

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smart_20151018_164250Molto più avanti si incominciò ad usare la pietra (granito, basalto, calcare, scisto od alabastro). Infine, col decadere della civiltà egizia, i sarcofagi ritornarono ad essere plasmati in materiali meno nobili, quali il “cartonnage”, ossia una miscela di stucco e papiro.

Il termine greco sarcofago significa letteralmente “mangiatore di carne”, in quanto il corpo veniva trasformato dalla mummificazione, ma gli Egizi lo chiamavano invece “il signore della vita” in quanto lo consideravano come la “casa” del defunto che gli consentiva il passaggio nell’Aldilà. Ecco perché all’interno della sepoltura venivano posti anche oggetti di uso quotidiano, come vasellame contenente cibarie, bevande, cosmetici.

Le prime casse erano grezze, poi all’altezza della testa vennero disegnati degli occhi che dovevano consentire al morto di guardare al di fuori mantenendo il contatto con l’esterno; successivamente arrivarono le decorazioni che divennero sempre più complesse e colorate, raffiguranti non solo le fattezze del defunto, ma anche animali deificati, la barca di Anubi che trasportava il defunto ed altri riti sacri.

Dapprima i sarcofagi vennero decorati solo esternamente: quelli femminili riportavano volti con voluminose parrucche, quelli maschili le barbe, che in un certo qual modo “deificavano” il defunto, e lo identificavano con Osiride, indicando che era stato imbalsamato secondo tutte le regole ed era pronto per l’ultimo passaggio.

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Più alto era il rango del defunto, migliori erano le decorazioni, spesso color oro, particolarmente ricercato.

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All’interno poi si trovavano scritte che ricordavano offerte di cibo e bevande ed altre formule sempre riferite al culto dei morti. 

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