La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

Archivio per 23 dicembre 2009

nevicata

 

Dopo la spruzzatina di neve di lunedì (un paio di centimetri) finalmente questa notte è nevicato abbondantemente. 25 centimetri almeno, e stamattina fioccava ancora. Strano svegliarsi alla solita ora, non per i soliti rumori, ma per il silenzio. Niente traffico, nessun suono, nemmeno il solito camion della nettezza urbana che di consueto mi desta alla solita ora. Un silenzio irreale, ovattato che avvolgeva tutta la città. Poi piano piano è iniziata a circolare qualche automobile…rumore di ruote che slittano o di qualcuno che inizia a spalare la neve dalle rampe dei garages…e la giornata pian piano ha iniziato a “scaldarsi”…la neve ha cessato di fioccare ed ha iniziato a sciogliersi.


Botta, risposta e conclusione

 

Da “la Repubblica” 30.11.2009

Il direttore generale della Luiss

avremmo voluto che l’Italia fosse diversa e abbiamo fallito

"Figlio mio, lascia questo Paese"

di PIER LUIGI CELLI

Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci

consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano.

E, ancora, l’idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai. Eccoo, guardati

attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista,

pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende

discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco

fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E’ anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l’Alitalia non si metta in testa di fare l’azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell’orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d’altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l’unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.

Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po’, non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato – per ragioni intuibili – con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare

indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all’infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare

dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.

Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti

conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o

rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto,

 tuo padre

L’autore

è stato direttore generale della Rai. Attualmente è direttore generale

della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss Guido

Carli.

(30 novembre 2009)

da “il Giornale” 01.12.2009

(Daniela Santanchè)

«Figlio mio, lascia questo Paese». Non può non suscitare indignazione, prima ancora che amarezza, il saggio di qualunquismo somministrato al Paese su La Repubblica da un privilegiato di regime come Pier Luigi Celli con la scusa di scrivere una lettera al figlio Mattia che si sta per laureare. L’ex direttore generale della Rai (1998-2001 in piena orgia di sinistra), un miracolato che ha scalato mille incarichi senza un vero perché, se non quello della militanza politica, se la prende con questo mondo cinico e baro, «una società divisa, rissosa, fortemente individualista», in cui conta solo il «riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili, di carriere feroci fatte su meriti inesistenti». A meno che «non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica».

Stupiscono queste parole nella penna di uno come Celli che, laureatosi in sociologia a Trento ai tempi di Renato Curcio e del dissenso per il dissenso, ha un cursus honorum, che se fa onore a lui non lo fa certo al Paese che suggerisce al figlio di abbandonare con la velocità della luce. Risorse per mantenerlo all’estero o comunque per dargli una mano a trovare una sistemazione certo non gliene mancano. Eppure la sua carriera è lo specchio fedele del Paese che aborrisce. Il Paese che gli ha consentito di coltivare la sua religione, il generalismo, quello che gli ha consentito di saltare da un incarico all’altro con la disinvoltura di uno che sa per certo che cadrà sempre in piedi: direttore delle Risorse umane dell’Eni, è passato, oltre che dalla Rai, da Omnitel e Wind a Unicredit, all’Enel fino alla direzione generale della Luiss con buona pace di Guido Carli, il fondatore della Libera università romana senza disdegnare numerosi consigli di amministrazione di cui ha fatto o fa ancora parte: Lottomatica, Hera, Messaggerie Libri. Da questo pulpito, che gli permette anche di presentarsi come narratore e saggista (è autore per chi non lo sapesse di un trattato che, con scarso senso dell’humour, ha intitolato Breviario di cinismo ben temperato, e che è un florilegio di battute da avanspettacolo), dice al figlio che questo è un «Paese che non ti merita». Ma non avrebbe meritato neanche lui, Pier Luigi Celli, se la sua militanza a sinistra non lo avesse proiettato verso traguardi altrimenti impensabili. Fatti di onori e prebende.

A mio figlio, al contrario, come penso la maggior parte dei genitori italiani, insegno ad amare la propria Patria e che deve sentire con orgoglio tale appartenenza. Gli spiego anche di non seguire i cattivi maestri e di impegnarsi perché il nostro Paese diventi migliore.

*leader del Movimento per l’Italia

Conclusione….

In tanti hanno auspicato che alla fine fosse il padre, piuttosto che il figlio, a lasciare l’Italia. E ieri la lettera aperta del direttore generale dell’università Luiss Pier Luigi Celli, nella quale invitava il figlio ad andare all’estero per costruire il suo futuro, ha ricevuto l’ultima clamorosa risposta; dal capo dello Stato in persona. «Un Paese che sia all’altezza delle conquiste delle civiltà contemporanee più avanzate»: così il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano  pensa si possa far diventare l’Italia. Basta crederci. E magari avere intorno qualche pessimista in meno…


Campagna d’odio

 

Da “il Giornale” del 19.12.2009 – Quei mandanti morali (e violenti)

 

Di Pietro, Santoro e Travaglio hanno a disposizione gratis, o meglio due pure pagati, tre ore alla settimana di una rete televisiva di Stato. Il nome della trasmissione è noto: Annozero. La formula del programma è chiara, ed è una riedizione del memorabile: «La menzogna in bocca ad un comunista è una verità rivoluzionaria», pronunciato da Lenin e rilanciato dalle nostre parti da Antonio Gramsci.

La novità è nell’aver sostituito la menzogna con il sospetto e l’illazione. Quest’ultima parola significa «ragionamento con cui si trae una conseguenza da una o più premesse che possono essere anche false». In questo Santoro è maestro. È vero, come ha detto giovedì sera contestando Schifani, che lui non ha mai sostenuto che Berlusconi è il mandante delle stragi di mafia. Ma l’aver mandato in onda decine di interviste, filmati e racconti di personaggi assolutamente screditati a sostegno della tesi che ciò è accaduto o che potrebbe essere plausibile, ingenera nel telespettatore la famosa «verità rivoluzionaria».

E lo stesso vale per le puntate sul caso escort, dove la D’Addario è stata presentata e venduta come vittima innocente, quando invece liberamente si è infilata nel letto del premier munita di registratore e macchina fotografica. Così come atti d’accusa di pm sulle finanze del Cavaliere sono stati spacciati per sentenze di Cassazione quando invece erano per lo più materiali di parte, elementi di processi conclusi con l’assoluzione o la prescrizione che certo non è una condanna e quindi una verità giudiziaria. Allo stesso modo nell’ultima puntata si è tentato di far passare Vittorio Feltri e il Giornale per mandanti della violenza.

Tutto ciò, secondo noi, ha contribuito a creare il clima d’odio culminato con l’agguato di Piazza Duomo e col pacco bomba alla Bocconi. Per questo diciamo che esistono «mandanti morali», e non siamo gli unici a sostenerlo. Prova ne è che in questi giorni illustri editorialisti dei maggiori quotidiani italiani si pongono la stessa domanda. Prova ne è che il principale partito di opposizione, il Pd, si sta spaccando sul fatto se mantenere in vita o no l’alleanza con Di Pietro, proprio per non offrire copertura politica a una operazione mediatica che rischia di incendiare il Paese. Prova ne è che molti cattolici sono attoniti di fronte alla prospettiva di diventare complici dei «mandanti morali» dopo la proposta dell’Udc di allearsi con comunisti, abortisti e Travaglio, quello che rivendica il diritto di voler veder morti gli avversari politici, pur di fermare le riforme (o le elezioni anticipate) del governo Berlusconi. Non cambiamo idea anche se l’aver chiesto a Casini di fare retromarcia ieri ci è valsa l’accusa di fascisti, covo di iene dattilografe, carogne e delinquenti da parte del presidente dell’Udc, il raffinato filosofo Rocco Buttiglione, quello che in tv invita ad abbassare i toni della polemica.

Discutere non è antidemocratico né pericoloso. Non si capisce perché la libertà che Travaglio rivendica per dire che «non c’è niente di male nell’augurarsi la morte del proprio avversario politico» non debba valere per porre sul tappeto il problema dei cattivi maestri. Ai quali non auguriamo morte né disgrazie ma rispetto; ai quali chiediamo che la politica tutta prenda le distanze prima che sia troppo tardi. Invece no, Travaglio, Di Pietro e Santoro (e Buttiglione, nuovo entrato nella compagnia) vogliono anche decidere quali libertà sono lecite e quali no. Lo hanno fatto anche ieri, sul loro giornale, Il Fatto Quotidiano, con un titolone. Ovviamente non è così. L’altro giorno ho scritto che i mattacchioni di Piazza Duomo e della Bocconi sono fans di Travaglio&C., riportando l’interrogatorio di Massimo Tartaglia nel quale l’attentatore del Premier dice di essere un sostenitore di Di Pietro e di odiare Berlusconi. Ma Il Fatto Quotidiano finge di ignorare ciò e, a firma Paolo Flores d’Arcais, mi ritiene personalmente responsabile di qualsiasi violenza dovesse avvenire contro di loro, «uomini e donne della stampa libera». Ma come? Vi smentite? Non siete voi a sostenere che uno ha il diritto di vedere morto l’avversario politico? Di che cosa vi lamentate?

Sempre da “il Giornale” 17.12.2009 – Il delirio di Vattimo “per fargli male doveva sparare”

 

L’edizione riveduta e aggiornata al fattaccio di piazza Duomo del «pensiero debole» di Gianni Vattimo va in onda sulle frequenze di Radio Radicale: «Sull’aggressione a Berlusconi penso quello che hanno già detto Rosy Bindi e Antonio Di Pietro: se in Italia c’è un clima esasperato è colpa del presidente del Consiglio che non si fa processare. Così si può anche spiegare che qualcuno prenda dei “Duomi” e li tiri in testa… (risatina, ndr)».
Ma l’intervista choc al filosofo dell’Italia dei Valori va avanti con altre «perle»: «Mi dispiace che gli abbiano tirato della roba sulla testa, dopo tutto è stato incauto… se quello avesse voluto fargli male veramente avrebbe dovuto sparare». Quindi l’interpretazione personalissima dei mandanti: «Il Giornale scrive che era tutto organizzato dalla sinistra cattiva, secondo me è stata la stessa mafia che lo sta sostenendo ad attaccarlo, mandando in piazza uno che l’ha colpito un po’ troppo duramente. Mi ricorda l’effetto che ha avuto l’11 settembre su Bush, che ha sfruttato molto bene la tragedia. I deliri di Vattimo non potevano non contemplare una teoria del complotto mai sentita: «Era il momento in cui il premier aveva bisogno di solidarietà, è accaduto tutto in modo così provvidenziale, ora tutti si commuovono… Una botta in testa, se non muori, non deve fare così male: dopo un po’ passa…! (altra risatina, ndr)». La domanda cruciale: non sarebbe il caso di abbassare i toni? Risposta del (n)eurodeputato al servizio di Tonino l’incendiario: «Sono disposto ad abbassare i toni. Anzi, altro che clima di odio: gli italiani sono fin troppo pazienti con Berlusconi». Fine delle trasmissioni.