La vita è sogno, soltanto sogno, il sogno di un sogno (Edgar Allan Poe)

25 anni

 

Sono passati 25 anni dal disastro di Bhopal, causato dalla Union Carbide, e su cui Dominique Lapierre in collaborazione con Javier Moro ha scritto il libro “Mezzanotte e cinque a Bhopal”. Ancora oggi continuano a morire numerose persone per le conseguenze di un dissesto ecologico di immane portata che ha causato l’inquinamento sia delle falde acquifere che del terreno con metalli pesanti quali il mercurio piombo nichel e cromo, tutti altamente dannosi. Che causano non solo cancri, ma anche altre malattie molto invalidanti, prima tra tutte la cecità.

 

Il disastro di Bhopal del 1984, fu causato dalla fuga di 40 tonnellate di isocianato di metile (MIC), prodotto dalla Union Carbide, azienda multinazionale americana produttrice di pesticidi localizzata nel cuore della città di Bhopal, nello stato indiano del Madhya Pradesh.

Il rilascio di isocianato di metile, iniziato poco dopo la mezzanotte del 3 dicembre 1984, uccise 754 persone, ma fonti non ufficiali ne stimano più di 10.000, avvelenandone da 150.000 a 600.000, nel novembre 2004 gli investigatori della BBC confermarono che la contaminazione era ancora attiva.

Era il 4 maggio 1980 quando il presidente della Union Carbide, Warren Anderson, premeva il bottone per l’avvio alla produzione dell’insetticida.

Il primo obiettivo dell’azienda era il Safety First annunciato nelle sue campagne promozionali, ossia la sicurezza del personale innanzitutto, e per questo motivo l’azienda donò all’Hamidia l’attrezzatura necessaria per la rianimazione in caso di contaminazioni gassose.

Allestì un piccolo ospedale interno per eseguire tutti gli esami necessari al controllo dello stato di salute dei lavoratori e alla cura di eventuali disturbi respiratori, i medici che vi operavano non erano però stati istruiti circa patologie dovute a fughe di gas.

Nel maggio 1982, tre ingegneri americani appartenenti al centro tecnico della divisione dei prodotti chimici e delle materie plastiche di South Charleston raggiunsero Bhopal, dovendo accertare il buon funzionamento della fabbrica, nelle norme stabilite dalla Carbide per quel tipo d’azienda.

Denunciarono in un’allarmata relazione che le vicinanze dello stabilimento erano “disseminate di vecchi bidoni sporchi di grasso, tubi fuori uso, scorie chimiche suscettibili da provocare incendi”; denunciarono anche la scarsa professionalità di allacciamenti, la deformazione di parte delle apparecchiature, la corrosione di diversi circuiti, la mancanza di estintori nelle zone di produzione a rischio (MIC e fosgene). Inoltre mancavano alcuni indicatori di pressione, e, a causa del deterioramento dei pannelli mobili risultava impossibile isolare gran parte dei circuiti. Il documento non criticava soltanto lo stato di degrado dello stabilimento, anche il personale non sembrava adeguatamente preparato e i metodi di istruzione erano insoddisfacenti, inoltre i verbali delle operazioni di manutenzione non erano precisi.

Durante il corso dell’anno, si vendettero solamente 2308 tonnellate di Sevin, meno della metà della capacità produttiva della fabbrica, e le previsioni per il 1983 erano ancora più pessimistiche. La crisi dell’82 condusse alla riduzione, ad ogni costo, delle perdite della fabbrica, portando al licenziamento del 40% del personale specializzato, per poi arrivare al numero totale di operai pari a seicentoquarantadue. Nell’estate ’83, la Union Carbide, consapevole del fallimento sospese la produzione, in previsione della definitiva chiusura dell’impianto per poi trasferirlo in altri paesi. 63 tonnellate di MIC restavano stivate come scorta nei tre serbatoi sottoterra, in modo da poter produrre la necessaria quantità di pesticida.

Nell’autunno del 1983 gli impianti di sicurezza vennero disattivati: sospesa la produzione, non aveva senso spendere denaro per mantenere in esercizio i sistemi d’allarme e intervento. La refrigerazione delle vasche del MIC fu interrotta, la manutenzione ordinaria fu sospesa e la fiamma pilota della torre di combustione, ultimo sistema di sicurezza per bloccare eventuali fughe di gas contaminante, fu spenta. Alla fine del 1983 a Bhopal non c’era più neanche un ingegnere. La fabbrica” chiuse definitivamente Il 26 ottobre 1984. 63 tonnellate di isocianato di metile restavano nelle vasche non più refrigerate.

 

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